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Ecco, in esclusiva per  PAROLADIDONNA  alcune pagine del nuovo romanzo a cui sta lavorando Gaetano Cappelli, in uscita il prossimo anno.

 

 

Giusto Dardo l’avevo conosciuto un paio d’anni dopo il mio primo arrivo a Roma dove m’ero iscritto a lettere. Certo, sarebbe stato più comodo frequentare Napoli, Bari o addirittura Salerno, ma avevo grandi progetti per la mia vita e la provincia mi stava stretta: volevo diventare qualcuno, riscattarmi dal fallimento di mio padre. Era stato un avvocato di grido una volta, ma poi aveva finito per dilapidare al gioco il suo e il patrimonio della mamma, tanto che a stento riusciva a mantenerci. Al Circolo del tennis - dove io e mio fratello Alberto avevamo accesso solo per la benevolenza del vecchio guardiano che chiudeva un occhio sui nostri abbonamenti scaduti - le tenute raffazzonate, le vecchie, sbilenche Spalding, la dicevano lunga sulla nostra condizione. 
Venduta la casa in centro, di cui non rimaneva che un vago ricordo - qualche foto mia e di Alberto su uno dei divani sontuosi del salone insieme a una ragazza bionda - potevamo permetterci addirittura una baby sitter inglese allora, e facevamo le vacanze in montagna: c’era un’altra foto, sullo sfondo del monte Bianco, rossi in viso nelle nostre lanugginose camicie di flanella chiara, soddisfatti come due aquilotti nel nido. Ma quella era ormai l’età mitica dell’oro - adesso, ed erano già molti anni, ci eravamo dovuti aggiustare nella villa di campagna dei nonni materni che il tempo, l’incuria e l’avanzare della città avevano ridotto a una lugubre casa di periferia, affogata tra palazzine d’edilizia popolare, eppure non priva di un suo fascino per i passanti che si fermavano dietro il cancello per scrutare quello che rimaneva del giardino, occupato quasi per intero da un albero gigantesco, una specie di meraviglioso immenso baobab cresciuto, per un misterioso caso, a Potenza, in uno dei climi più freddi d’Italia, le cui radici sporgendo dal terreno coriacee, sinuose, sembravano da un momento all’altro dover prender vita come i tentacoli di una di quelle piovre o di quei calamari giganti capaci di trascinare negli abissi interi vascelli, di cui avevo letto sui libri di Verne nei pomeriggi d’estate, sdraiato sulla piattaforma che mi ero costruito proprio tra quei rami fronzuti, o a tarda notte nella mia branda atterrito dagli schricchiolii che quelle mostruose appendici vegetali producevano spingendo contro il pavimento della mia cameretta arrivando addirittura a sollevarlo in qualche punto - e toccava star ben attenti a non inciampare sulle mattonelle traballanti.
Io la guardavo impaurito, quella pianta fatale - prima o poi avrebbe divelto la casa dalle fondamenta - illuminata, nelle notti senza luna, dalla luce misera delle finestre della mia stanza, da dove entravano il vento e la pioggia - c’erano delle piccole stallattiti che venivano giù dal davanzale, ogni tanto - ma s’infilava anche il profumo tiepido della primavera: veniva a svegliarmi presto, in certe mattine d’aprile, insieme allo stridìo delle rondini che tornavano ai loro nidi dopo i lunghi inverni.
Aspettavo con impazienza quel momento, tutti gli anni. Allora tiravo fuori dallo sgabuzzino la borsa da tennis. Misuravo le scarpette, prima d’ogni cosa - erano il vero problema, al resto in qualche modo si rimediava. Com’era giusto, i miei piedi crescevano di continuo, a differenza dei soldi che erano sempre meno finché un anno dovetti far il mio ingresso in campo con le Superga scalcagnate di mio padre. 
Ci passavo vicino ogni giorno andando a scuola. Insieme a mio fratello Alberto, percorrevamo il tappeto di foglie marcie sotto la lunga galleria degli alberi scheletriti della villa comunale. Scalciando castagne, guardavamo il campo di tennis ridotto dalle piogge a una specie di tetro acquitrino, le orme dei passeri sulla neve - tante piccole frecce che indicavano il nulla - i due paletti bianchi, scrostati, orfani della rete: era così diverso dall’estate. 
Era l’unico campo in terra battuta della città, e, anche per questo, il posto più alla moda per i tennisti che all’inizio dell’estate vi confluivano in gran numero a bordo di piccole spider o berline luccicanti. Io ne vedevo scendere i proprietari che più tardi avrebbero sfoggiato i loro completi eleganti, mentre, in alto, sui pennoni, le bandierine garrivano strapazzate dal vento. Invidiandoli, spiavo smontare dalle loro moto da sogno, mano nella mano a ragazze abbronzate, ragazzi appena più grandi di me, che impugnavano racchette viste ai campioni in tivù, pettinati alla stessa maniera, con gli stessi atteggiamenti anche - essendo, allora, il tennis lo sport più in voga grazie ai successi conseguiti dalla nostra nazionale.
Era lì, in quel campo, che Filippa mi era apparsa per la prima volta.
Aveva appena sedici anni ma il suo sorriso, un sorriso indiretto mentre si riavviava i capelli chiari e guardava altrove, ben consapevole d’essere ammirata, avrebbe a lungo turbato i miei sogni. Faceva anche lei parte di quella piccola comunità che, con l’arrivo dell’estate, si riversava nel mio quartiere popolato per il resto da gente ordinaria. 
Erano i ricchi della città: la categoria cui dovevo appartenere per diritto di nascita - se mio padre non si fosse rovinato al gioco - e che invece non avrei mai potuto neanche avvicinare se non ci fosse stato il campo da tennis. Erano così diversi dalla gente che vedevo nel quartiere: che poi chi vedevo. 
E’ strano ma c’erano solo ragazzi: solo maschi, intendo. All’epoca, nel sud almeno, le classi miste erano un miraggio. Ma neanche nella ricreazione, quando si usciva nei freddi corridoi dagli spigoli sbreccati che mostravano la calce nera dell’intonaco come la carne scura da una ferita, a mangiare le pizzette unte che i più facoltosi compravano dai bidelli - dovendo io accontentarmi di sentirne l’odore - è strano, ripeto, ma non si vedeva una femmina: eppure dovevano esserci; forse restavano in classe. 
Il pomeriggio lo passavo a studiare, ma mi bastava così poco per primeggiare nella mia classe di figli di contabili, contadini inurbati, veditori di ferramenta, sarti, negozianti, idraulici, calzolai, infermieri, muratori - c’era anche qualche gruista - ragazzi provenienti comunque da famiglie dove non c’era l’ombra d’un libro, dove si parlava l’italiano agreste di prima della tivù. Il resto del tempo me ne andavo all’azione cattolica ma anche lì niente: solo maschi, dico. 
Nel campetto dietro alla chiesa, a ridosso della caserma dalle arcigne mura in pietra, l’unica vera emozione che provai - nonostante la sfilza di gol che segnavo: anche nel calcio, debbo ammetterlo, ero il primo - fu la volta che cercando la palla volata nel dirupo dietro la porta, trovai il teschio, penso, d’ un soldato: la calotta cranica sporgeva dal terriccio smosso dalle ultime piogge - quella era stata la sola zona della città ad essere bombardata: non a caso ci abitavamo noi - gialla e liscia come le mele cotogne che pendevano dagli alberi rachitici intorno; con lo stesso lo stesso odore, anche - l’odore dolciastro della morte. Da quel momento divenni un cacciatore di ossa.
Mentre i miei compagni se ne andavano a tormentare le rane in uno stagno limaccioso - decapitando le più fortunate, infilzando vive le altre in un filo di ferro, fino a ottenere delle terribili collane dai grani scalcianti, o squartandole per estrarne i visceri che ancora palpitavano: era stato osservando l’espressione di crudeltà indifferente su quei visi di ragazzi, per il resto normali, che mi era del resto tristemente convinto di come le carneficine, di cui erano pieni i libri di storia, non fossero opera di pazzi isolati, come avevo finallora pensato, e che la gran parte degli uomini potesse facilmente trasformarsi nei più abbietti dei massacratori - io, nel frattempo, esploravo la zona intorno alla chiesa, fino a quando, in un cunicolo che portava nel sotterraneo della canonica, che probabilmente era stato un rifugio antiaereo, scoprii una cripta zeppa di scheletri da cui, con la giusta dose di ripugnanza, prelevai quattro o cinque teschi. 
Alla mamma che mi guardava preoccupata mentre, più tardi a casa, li ripulivo, dissi che mi servivano per i miei studi di scienza. Lei continuò a guardarmi preoccupata. Io, senza darle peso, li riposi nella mia libreria, uno dopo l’altro, in ordine di grandezza, come antichi incunaboli da cui leggere storie misteriose. E davvero, ogni tanto, ne prendevo uno, me lo poggiava davanti, sulla scrivania, e, osservandone per ore i più infinitesimi particolari, cercavo d’immaginare l’ espressione di quelli che ne erano stati i proprietari, di entrare nei loro pensieri, i loro sogni, di leggere insomma, proprio come da un libro, le storie che avevano contenuto.
E così, quella era la vita degli uomini - un sospiro della natura, come aveva scritto qualcuno. Un labile sospiro che non lascia tracce, se si escludevano quei poveri resti. Non seppi mai a chi fossero appartenuti: vittime dei bombardamenti o non piuttosto preti o fedeli seppelliti nell’ipogeo della chiesa come si usava un tempo? E l’oblio che circondava quelle esistenze era la cosa che più mi angosciava. 
Avevo rinvenuto nella biblioteca di mio padre i trattati di antropologia criminale del Lombroso, e da quelli ero risalito fino alla frenologia di Franz Joseph Gall, secondo cui a ogni funzione psichica corrispondono particolari rilievi e protuberanze nel cranio, in base ai quali possono essere determinate la caratteristiche di un individuo, e mentre, misurando con un compasso ognuno di quei crani, mi sfinivo per cercare una spiegazione “scientifica” al fallimento terreno dei loro ignoti possessori, confrontandone le misure alle mie, notai, con orrore, che non erano poi così diverse. No, urlai in quell’istante, con la teatralità tipica degli adolescenti - mia madre si affacciò silenziosa sulla porta - prima di ridurmi in quel modo, io, un segno l’avrei lasciato. Ero diverso da loro come ero diverso dai miei compagni torturatori di rane. Mi sentivo un predestinato: il mio nome sarebbe stato sulla bocca di tutti, un giorno, e dopo la mia morte le mie ossa sarebbero state conservate e venerate in una sacra urna - forse qualcuno si sarebbe addirittura inchinato a baciare il mio teschio come Benedetto Croce aveva fatto con la crapa di Dante, quando nel 1921, ne era stato ricomposto lo scheletro all’interno del famoso monumento dell’architetto Morigia: si trattava solo di dar modo al mio talento di emergere come, prima o poi, sarebbe senz’altro accaduto.
Ma intanto le mie giornate trascorrevano vuote almeno fino all’arrivo della bella stagione, quando lo stesso squallido rione in cui vivevo - il campo da tennis distava un centinaio di metri al massimo dalla scuola e l’oratorio - si popolava soprattutto di femmine, ogni genere di femmine: ed era proprio questo l’aspetto che più mi attraeva del mondo dei ricchi.
C’erano giovani signore che accavallavano le gambe in un certo modo, carezzando mollemente il loro cani - in genere pastori scozzesi, per via del telefilm più conosciuti nel quartiere come “lessi”; o cocker che avevano lo stesso colore della pelle delle padrone già reduci da qualche spiaggia - e una sfilza di adolescenti dagli occhi luminosi di cui era facile innamorarsi - e di una di loro, Filippa Pardi appunto mi ero innammorato - quel suo nome mi risuonava dentro come una fiera marcietta: fili-ppapa-rdi, canticchiavo: avanti verso la gloria, verso la conquista del suo cuore. 
Di me, invece, lei doveva a stento ricordarsi. 
Ne ero sempre più consapevole le rare volte che me la trovavo davanti, all’improvviso, sul corso, in via Pretoria, ancora col fiatone dopo la lunga interminabile salita necessaria per arrivarci che d’inverno diventava una specie di pista da sci, popolata da ragazzi in spessi maglioni di lana e passamontagna ma con scarpe da città fradicie come brioche inzuppate nel caffellatte, che compivano discese ardite a bordo di scatole di cartone, solo i più fortunati essendo muniti di slitte regolametari, anche se c’era qualcuno addirittura equipaggiato di sci: a loro, la grande discesa tra i palazzi non bastava ed era uno spettacolo vederli apparire d’improvviso, completi di pantaloni alla zuava, frusciando nel silenzio delle strade vuote per le grandi nevicate di quegli anni, rotto solo dallo sferragliare delle catene delle poche macchine che riempivano lo spazio ovattato di una strana tintinnante musica, simile a quella dei campanelli della slitta di Babbo Natale - anche se all’epoca era ancora la Befana che s’aspettava impazienti - e, più tardi, dopo aver percorso la città sbuffando vapore come locomotive eccoli sul ponte di Montereale e, finalmente, giù tra le abetaie del parco: in quel punto, l’illusione di trovarci al cospetto di una pista olimpionica era completa; nè ci stupivamo poi di vedergli slacciare noncuranti gli attacchi davanti al liceo dedicato a Quinto Orazio Flacco - il nostro unico scrittore internazionale - e depositarvi noncuranti gli sci come all’ingresso dell’albergo di qualche prestigiosa stazione montana. Ma per quelli che salivano a piedi verso il centro era facile cadere sulla lastra di ghiaccio spessa e rilucente che in seguito all’attività sciistica si formava: io stesso avevo soccorso più di qualche sfortunato che doveva inoltre sopportarsi gli sghignazzi degli atleti intorno, mentre la neve cadeva lenta sugli alberi illuminati dai fiochi lampioni e allora la città, quella parte di città, nella morbida curva dove i grandi palazzi si contrapponevano alle piccole case dai mattoncini rossi, umili ma con i loro sempreverdi svettanti nella scarpata, avvolta com’era in quel turbinìo mi appariva bellissima - i miracoli della neve ! - come la volta che, da bambino, ero uscito di casa con in mano i pochi spiccioli che mia madre mi aveva dato per correre nella cartoleria proprio sulle pendici della salita e lì, frastornato dall’odore penetrante degli articoli da cancelleria e, più ancora, dalla vista delle maschere in plastica - le prime che vedevo - ero rimasto senza parole davanti al becco giallo e sporgente, come fosse vero, di Paperino, il muso allungato, con tanto di baffi, di Pippo, anche se poi m’ero dovuto accontentare - causa insufficienza fondi - d’una maschera di cartone con sopra disegnata la faccia di Pluto. Ma lo stesso, uscendo dal negozio con quella sul viso nel pieno d’una tormenta, m’ero sentito inondare il cuore di gioia come ogni volta che nevicava - si trattava della promessa di nuove vacanze in quei magnifici inverni quando per uscire di casa c’era spesso bisogno di scavarsi una trincea attraverso metri di neve candida, dai riflessi di kryptonite, raccoltasi nella notte e la scuola poteva restar chiusa per intere settimane - e, raggiante, stavo per continuare la salita fino in piazza per mostrarmi nel mio travestimento. Poi però ero rimasto incerto, con il naso che sporgeva intirizzito dall’apposita fessura. Avevo pensato ai ragazzi del centro che mi avrebbero di sicuro deriso per la mia misera mascherina ed ero ridisceso verso casa; e la stessa paura mi prendeva, adesso, ogni volta che mi decidevo a farmela quella salita, continuando a sembrarmi il centro un territorio rischioso in cui avventurarsi, popolato com’era di ragazzi - i ragazzi del centro, appunto - a loro perfetto agio nella calca dello struscio serale, mentre scambiavano battute, facevano apprezzamenti sulle ragazze che rispondevano allegre o curiose o infastidite, fermando o trascinandosi dietro in improvvise corse, il gruppo di amiche, creando onde simili agli stormi di uccelli che volano nei cieli d’autunno - mentre io sentivo mancarmi l’aria per l’emozione e la testa mi girava, risucchiato dal vortice vociante, dal trapestio della folla simile alla risacca di un mare mediamente agitato, dall’odore dei corpi - una miscela inebriante di colonie scadenti, puzza d’ascella e creme per l’acne giovanile - che nei primi giorni d’estate, quelli in cui passava il Giro d’Italia e le scuole stavano per chiudere, mi accoglieva una volta sul corso e la vedevo, Filippa, sempre quando meno me l’aspettavo, lei di fretta, trascinandosi dietro una nera ingombrante custodia - ci misi del tempo per capire che si trattava del fodero di un violoncello - anche musicista dunque, e questo me la faceva sentire, se possibile, ancora più irraggiungibile mentre la guardavo stordito, aspettando la grazia di un saluto; invece, per lo più mi passava davanti attraversandomi con lo sguardo, o al massimo mi degnava di un ciao - era l’unico suono che usciva dalla sua bocca morbida, sebbene proprio nell’estate precedente avessimo pure scambiato qualche parola sul campo - <Hai visto per caso la mia racchetta?>, <...eccola> - e il mio cuore aveva palpitato: finalmente, almeno, sapeva chi ero.
No, l’unica maniera per mettersi in mostra gli occhi di lei era vincere l’annuale torneo di tennis. 
Non facevo che sognare di vincerlo, quel torneo. Nel corso d’una partita meravigliosa giocata centinaia di volte, di cui, senza mai stancarmi, cambiavo continuamente i particolari, a volte umiliando il mio avversario con una facilità quasi ridicola, a volte rimontando eroicamente da uno svantaggio pauroso - questa era la versione che preferivo - per ricevere infine, al cospetto di un pubblico in delirio, la coppa del vincitore dal presidente del club Armando Guerra, ben custodita nella sua leggendaria Maserati Ghibli, e il bacio commosso di Filippa che mi sussurrava inoltre all’orecchio il suo eterno amore.
Era per questo che quella primavera, come all’inizio di ogni primavera ma con più risolutezza, avevo indossato la mia divisa da straccione e ripreso a massacrarmi in allenamenti senza fine con mio fratello Alberto e quando lui gettava la spugna esausto, continuavo a palleggiare da solo. 
Vincevo perfino contro il muro. Ero una furia: rosso, oltre che per lo sforzo, di vergogna per il rumore che producevo correndo con le Superga enormi di mio padre. Mi consolavo pensando che comunque mancava due mesi al torneo e, nel frattempo, avrei messo da parte la somma necessaria per comprarne un altro paio; cosa che feci salvo poi a scoprire, qualche mattina prima dell’inizio delle gare, il portafogli vuoto; mio padre, era stato senz’altro lui ad alleggerirmi: quando aveva bisogno di soldi per il suo vizio non si fermava davanti a niente - così, alla fine, dovetti entrare in campo con quelle sue scarpe tremende.
Avrei voluto sprofondare alla prima corsa quando, nel silenzio più totale, il clap clap delle mie scarpacce fu accolto da una salva di risate. Continuarono a sghignazzare per un bel pezzo del set d’apertura, soprattutto i ragazzi del quartiere che come ogni anno si accalcavano sotto il manto d’ombra dei grandi castagni selvatici, con le mani alla rete che divideva il piccolo dorato mondo del circolo del tennis dal resto del parco, osservando prima col disprezzo degli esclusi - <Ma guarda tu che sport di merda> - poi via via invece appassionandosi al gioco, i più cominciando veramente alla vista delle mutandine, a volte merlettate, che s’intravedevano dalle gonne delle tenniste, fino, mano a mano che le gare andavano avanti, a farsi attenti, partecipi, silenziosi - perfino il jukebox del vicino bar, che di solito rimbombava degli ultimi successi - ed erano quasi sempre canzoni d’amore non corrisposto che mi strizzavano il cuore - taceva: allora si poteva sentirli sospirare ansiosi per una palla pericolosa, o zufolare compostamente, neanche fossimo a Wimbledon, per una decisione discutibile dell’arbitro, o applaudire con aria da intenditori per un rovescio difficile mandato a segno dal loro beniamino. E quell’estate, l’estate in cui venni baciato dalla fortuna, il loro beniamino fui proprio io forse perché per le mie pinne da papero, la mia tenuta da pezzente, il mio stile inelegante di gioco ero, tra tutti, il più simile a loro.
E fu un grande, indimenticabile torneo - un “evento” come si dice - il più seguito di qualsiasi altra edizione. Giornali tipo il “Roma”, il “Tempo”, il “Mattino” mandarono i loro corrispondenti. La folla continuava ad aumentare ogni giorno dietro la rete e ingorghi rumorosi si creavano sulla stradina che portava al parco. Il pubblico delle grandi occasioni si disputava i posti a sedere mentre un trio di camerieri dalle candide giacche virava con vassoi di bibite ghiacciate tra i tavolini nel giardino del club. Passandoci davanti per entrare in campo sentivo gli sguardi dolci delle donne e delle ragazze che vi stavano sedute sfiorarmi. Filippa, come le altre, mi osservava mentre assestavo i miei colpi, eliminando uno dopo l’altro i miei rivali e dagli spalti s’inneggiava al mio nome. Mi confrontai con ogni genere di avversari: il fantasista che svolazza inconcludente da una parte all’altra che infilzai con la fredda precisione di un entomologo una farfalla; l’impetuoso per il quale ogni tiro è una saetta da scagliare, poco importa dove; l’adone attento a non scompigliarsi la pettinatura ma che poi si dimostra ben più abile di quanto immaginassi; l’iracondo di cui, oltre alle palle, devi scansare pure la racchetta lanciata insieme a una bestemmia: gli zotici non mancano mai; il furbo dal tiro infido capace di far rotolare la palla giù per la rete, arrivando così alla finale quando di fronte mi trovai niente meno che Dodo Scarpa. 
Bruno, longilineo, perennemente abbronzato, sfoggiava inoltre il profilo greco e lo sguardo magnetico - anche se vagamente ottuso - del conquistatore che aveva convinto molte donne, per lo più regolarmente coniugate, ad avventurarsi in istantanei quanto pare indimenticabili tour fuori porta - proprio recentemente era stato visto sbaciucchiarsi una rossa moglie d’avvocato alla guida di una Mini Morris che sculettava giù per i tornanti a gomito, tra i boschi di faggi della Sellata, la località montana vicino Potenza, meta nell’inverno degli sciatori della domenica e negli altri giorni e stagioni delle più focose e imprudenti coppie clandestine - non si sa come, ma c’era sempre qualcuno che le avvistava pronto poi a correre a riferirlo alla propria moglie che aveva solo un attimo d’incertezza - <E tu che ci facevi lì ?>, <Raccoglievo funghi, cara> - prima di correre a sua volta, e senza neanche verificare l’alibi prodotto dal marito controllandone l’eventuale raccolto, a riferirlo alle amiche e fare della notizia il pettegolezzo su cui esercitarsi in inesauribili fantasie e per mesi. Ma, innanzitutto, Dodo Scarpa vantava una preparazione agonistica tale da guadagnargli una convocazione presso la nazionale juniores che, sebbene avesse dato esito negativo, lo aveva comunque consacrato a numero uno tra i giovani del locale circolo tennis. E’ ovvio, quindi, che mi considerai bell’e spacciato.
Quella notte dormii tuttavia come un sasso e avrei continuato se non m’avesse svegliato Alberto. Alzandomi ascoltai come un automa i suoi consigli tattici e, invece di far colazione a casa, ci concedemmo un cappuccino nella villa comunale che raggiunsi da casa, già in tenuta da gioco. Una volta seduti al tavolo mi accorsi che i ragazzi del bar mi osservavano come fossi chissà quale campione e il fatto che mio fratello, continuando nel suo ammaestramento, avesse preso a massaggiarmi le spalle completava l’effetto. 
Io osservavo, come in trance, il campo, il poco che riuscivo a vederne attraverso il pubblico che già si era ammassato contro la rete, e dal lato opposto il giardino del circolo con i suoi ombrelloni. Com’era strano guardarlo da questa prospettiva. Sembrava il ponte di una nave da crociera gremita del suo pubblico elegante: le signore sedute in mezzo agli uomini in piedi, le ragazze che scherzavano con i loro corteggiatori. Invano cercai Filippa - arrivava sempre tardi. Avvistai, invece, Dodo Scarpa, abbronzatissimo più del solito con un candido asciugamano intorno al collo, a mo’ di foulard, che passava in rassegna i drappelli dei suoi ammiratori, ammiratrici soprattutto, ostentando la più olimpica indifferenza e stavo avviandomi verso il mio destino con la rassegnazione di una bestia al macello, quando vidi Filippa. Anche Dodo Scarpa la vide. La fissò come un falco e come un falco le girò attorno con una piccola serie di cerchi concentrici, prima di piombarle addosso. L’abbracciò addirittura, sfiorandole le labbra con un bacio, e questo fece salirmi il sangue alla testa. Aveva tutte le donne che voleva e adesso anche Filippa... era troppo. Torvo di rabbia mi avviai con uno scatto verso il campo deciso a umiliarlo. Ma non mi ero nemmeno alzato che sentii partire un applauso alle mie spalle, prima timido poi sempre più nutrito. Mi girai e certo era proprio me che i ragazzi del quartiere stavano appaludendo. Fagli mangiare la polvere a quello stronzo, sentii mormorare e l’entusiasmo che mi dimostravano mi diede una carica ulteriore. Non li delusi. Stracciai Dodo Scarpa in appena un paio di set. Eppure, quando alla fine di quella leggendaria partita, dopo aver ricevuto la coppa, venni portato in trionfo attraverso il campo, Filippa non solo non venne ad abbracciarmi come la gran parte delle altre giovani signore e ragazze del club fecero, facendomi saggiare la morbidezza dei loro corpi, ma neppure si degnò di stringermi la mano. Anzi, nonostante la cercassi con lo sguardo, non la vidi neanche tra i sostenitori irriducibili del mio avversario, che sedeva livido di rabbia in mezzo a loro in un angolo. Strano era stata lì fino a un momento prima, mi dicevo, mentre mi sceglievo dal guardaroba di mio padre la giacca più adatta alla festa organizzata in mio onore al circolo, la sera. Ma sì, chisse ne frega, pensai, anche se quando, e ormai non ci speravo più, la vidi arrivare, Filippa, quasi mi sentii svenire per l’emozione.
Stavo parlando con Armando Guerra, il presidente, una specie di gigante dalla barba rada, ma la sua voce, la voce di Guerra, appena vidi Filippa, d’un tratto si fece lontana. 
Aveva un vestito rosso carminio, con dei piccoli nodi di seta nera come avrei visto da vicino. Sì, non era certo un tipo etereo, di quelli che già andavano per la maggiore ma il suo corpo solido, carnale, non aveva nessuna protuberanza sospetta nei fianchi, nelle natiche, sulle cosce: il suo abito fasciante parlava chiaro. Quando cercai di darmi un contegno mi accorsi di come gli sguardi di tutti fossero calamitati nella stessa direzione dalla quale avevo appena distolto il mio. Pure se la bellezza resta un mistero, ogni uomo, ma anche ogni donna, è comunque in grado di percepirla al primo sguardo vedendo qualcuno camminare. E Filippa aveva un modo tutto suo e irresistibile di camminare mentre si avvicinava. Sorrise e i suoi denti mandarono un bagliore nell’aria illuminata dalle lampadine appese agli alberi come sui pennoni di una nave alla rada in una baia remota - il capitano che si intrattiene con gli ospiti sul ponte, che presenta alla misteriosa fanciulla l’eroe di qualche indimenticabile avventura: qualcuno ne parlerà in un libro, prima o poi. 
<Filippa - le disse il presidente del circolo, Guerra - tu conosci il nostro campione, ehm...> evidentemente non si ricordava neanche il mio nome. 
<Guido Cieli> aggiunsi io.
Lei mi attraversò con lo sguardo. Disse: <Certo>.
<La mia bella nipotina Filippa - aggiunse lui, stringendosela al grasso fianco e quel contatto, sebbene parentale, mi procurò una fitta allo stomaco - è un’esperta di piante, com’è che si dice ?... >: no, la memoria, sicuro non era il suo forte.
<Botanica, zio> suggerì lei con un sorriso rassicurante. Questa volta mi fissò negli occhi, dicendolo. 
<Botanica, sicuro... e che c’è d’interessante in questo giardino, sentiamo>.
<Soliti tigli e siepi di bosso. Quello lì in fondo è un cupressus cupidi, ma niente di raro>.
Dopodiché qualcuno la chiamò e lei disse appunto mi chiamano. La vidi avvicinarsi al gruppetto di snob impermeabili alla mia gloria, bere al calice che le diedero. Poi fui travolto dal vortice di convenevoli chiacchiere congratulazioni e la persi di vista finquando stanco, ubriaco e malinconico - era solo per lei che m’ero dannato l’anima per vincere e lei appena mi aveva degnato - mi avviai verso casa ben dopo Alberto che, sbadigliando, se ne era tornato a dormire: oltre una certa ora, qualsiasi cosa accada proprio non regge. 
Stavo cercando di aprire il portone - la chiave faceva qualche giro a vuoto, prima - quando sentii il rombo di un motore e nel voltarmi vidi questa grossa moto con sopra Filippa che si fermava. Vidi le sue gambe abbronzate attorno al serbatoio rosso come il suo abito. I suoi seni ebbero un piccolo rimbalzo, nella frenata. La sua voce mi chiese in un leggero affanno: <Abiti qui ? Pensa che tutte le volte che ci passo, mi fermo a guardarlo, il tuo albero. Mi faresti dargli un’occhiata, da vicino?... un pippal a Potenza: ma lo sai che è un miracolo autentico?>.
A me sembrava più un miracolo autentico che stessimo, io e lei, finalmente da soli. Adesso il punto era che ci volevo rimanere da solo, e se l’avessi fatta entrare in casa presto mi sarei ritrovato addosso mia madre con le sue domande, oltre al fatto che mi seccava vedesse lo squallore in cui vivevo. Allora le dissi: <Aspetta qui che ti apro il cancello... entriamo direttamente in giardino senza svegliare i miei>. Mentre chiudevo la porta, scese dalla moto scoprendo, nel movimento, le cosce che avevo ammirato tante altre volte sul campo da tennis e che speravo di poter vedere presto da molto vicino. In punta di piedi attraversai la casa silenziosa, riuscii dalla porta-finestra della cucina e aprii il cancello, attento a farlo cigolare il meno possibile, rapito dal suo volto illuminato dalla luna.
Mi sfiorò appena con lo sguardo, entrando, e corse in direzione dell’albero. <Sì, incredibile, è proprio un ficus religiosa, un pippal, come lo chiamano in India: l’albero sacro dei buddisti... non c’è da sbagliarsi>, sentenziò fissandomi adesso intensamente e questo, oltre al fatto che lo disse sottovoce - anche lei, quindi, non voleva che nessuno venisse a turbare la nostra solitudine - mi fece battere forte il cuore.
Stavo pensando se non fosse già il caso di provare a baciarla - sì, lo so sarebbe stato troppo presto con qualsiasi donna, ma ero così giovane e inesperto - quando invece, sul più bello, la sua attenzione fu attratta dalle zeppe che avevo faticosamente inchiodato fra le scalanature dell’immenso tronco per riuscire ad arrampicarmici, e che con il muschio, le muffe e i licheni che ci erano cresciuti attorno, potevano apparire simili alle tane dei piccoli animali - ghiri, scoiattoli e topi quercini, essenzialmente - che lo abitavano da generazioni. Non al suo occhio esperto che ne seguì la direzione, un’impercettibile scala zigzagante che portava oltre il punto in cui il fusto esplodeva in un groviglio di rami possenti, sulla sommità dei quali, in alto molto in alto, con grande sprezzo del pericolo, avevo costruito la mia piattaforma, alla cui vista, Filippa, si girò a chiedermi con un’espressione furiosa. <Chi è l’autore di questo scempio?>. 
<Alberto, mio fratello> risposi io d’un fiato, quando ero sempre stato orgoglioso di quell’opera, cui avevo posto mano dopo aver letto Huckleberry Finn: costruirsi una casetta in cima a un grande albero dove rifugiarsi a fantasticare scrutando l’orizzonte, era diventato il mio sogno. 
<Povero albero. Chissà quanto avrà sofferto - sospirò lei, carezzandolo - sono come esseri viventi, avvertono il dolore... hanno paura, addirittura.> 
<Ma dai> feci incredulo.
<Certo questo non tutti lo capiscono.>
<No no, io lo capisco... solo, te l’ho detto è stato quel deficiente di mio fratello. Comunque, se ci saliamo sopra ti piacerà, e forse piacerà anche a lui, al pippal intendo, si sentirà triste a starsene sempre da solo in questo giardino >.
Lei ci pensò un attimo. Poi si sfilò le scarpe - delle bellissime scarpe in raso carminio e pagliuzze d’oro - e mi intimò di precederla: onestamente avrei preferito il contrario, considerando l’incantevole veduta di cui avrei goduto guardando sotto la sua gonna; in ogni modo anche quella che ci accolse, una volta sulla piattaforma, era da togliere il fiato.
Avevo studiato bene il posto prima di decidere dove inchiodare le tavole, rubate di notte in uno dei tanti cantieri della zona, e il risultato era che, una volta seduti sul loro legno cisposo, ci sembrò d’essere sulla cima del mondo. Nel cielo trasparente più di un velo, tre stelle pulsavano come brillanti. Una folata di brezza fece frusciare le foglie come l’acqua di una sorgente. Qualche uccelletto si accovacciò nel suo nido. La luna rischiarava una nuvola solitaria sull’orizzonte e ogni particolare delle montagne intorno ci apparve nitido e vicino come potessimo toccarlo solo allungando una mano.
Filippa, allora, palesemente commossa da quella visione, iniziò a raccontarmi di come il Siddharta Gautama Buddha ebbe il suo risveglio e una nuova luce avesse preso a illuminare la sua mente, dischiudendogli la prima delle quattro nobili verità e cioè che la vita è dolore, proprio in una notte d’estate come quella, dopo essersene stato seduto a meditare sotto un albero simile al nostro, un pippal appunto, per sette lunghe settimane, quando a me, pensai, era bastato salirci sopra qualche minuto - al pippal, intendo - per avere l’illuminazione contraria, e cioè che non c’è niente di più dolce della vita, certo se stai baciando la ragazza che da sempre sognavi di baciare come appena cinque minuti dopo accadde, questo senza minimamente presagire che tempo qualche anno e avrei dato ragione in pieno al Siddharta Gautama Buddha, “colui che conosce”. In ogni caso, molte foglie caddero nelle ore che rimanemmo appollaiati lassù e molte altre ne sarebbero cadute nei mesi a venire. 
Filippa, come presto mi accorsi, aveva un carattere ribelle, stravagante, capriccioso. Faceva sempre tutto quello che voleva e quello che voleva, in quel momento, era fare l’amore con me sul sacro pippal ogni notte, anche se avremmo potuto benissimo vederci di giorno. Io l’aspettavo per ore sempre pensando che non sarebbe venuta: proprio non riuscivo a convincermi come questa ragazza - la più bella e corteggiata della città - restasse in piedi fino a che il padre, un patito di modellismo, si decidesse ad andarsene a letto dopo aver abbandonato i suoi aerei, per poi, col rischio che si svegliasse, svignarsela di casa saltando da una finestra e tutto questo solo per poter stare con me. Così vederla apparire era sempre una sorpresa autentica - anche se, devo ammetterlo, la volta che mi sorprese più di tutte fu quando scese dalla sua moto in pants sbrilluccicanti e calze nere velate e truccata in stile ragazza del Piper, tenendo conto poi che si trattava di uno stile ormai superato da anni - era una tale meraviglia scoprirla così provocante, femminile.
Nel frattempo ascoltavo i dischi che lei mi passava - anzi fu proprio grazie a Filippa che iniziarono le mie scoperte musicali. Uno - un disco - in particolare. Sfilandolo con delicatezza dalla copertina, che mi studiavo attento a decifrarne ogni minimo dettaglio mentre sotto la puntina sbilenca del mio giradischi - lo tenevo talmente basso per non svegliare mia madre, mio padre essendo chissà dove e il sonno di mio fratello a prova di cannone - il fruscio del vinile ne sovrastava quasi i suoni leggeri, della leggerezza di una nuvola, che mi scagliava in alto, sopra il cielo della città: c’era il presagio di quello che, sognavo, sarei diventato, in quella musica. Poi in lontanza sentivo il rombo della moto di Filippa - all’inizio ero sempre incerto non fosse il russare di mio fratello. Mi alzavo e correvo ad aprirle il cancello del giardino. Le riempivo di baci le labbra fresche del vento della notte. Le sue risatine si mischiavano con il verso degli uccelli notturni che fendevano il cielo buio, pallidi e indifferenti come fantasmi mentre noi scalavamo il pippal. Lì sopra non c’erano limiti alle nostre voglie. Eravamo giovani e i nostri cuori forti e ci sfinivamo fino all’alba. Dai rapidi sonni in cui cadevamo esausti, ascoltavamo svegliarsi gli uccelli abitatori dell’albero e quello era il segnale per lei di tornare a casa. 
Andammo avanti così fino all’inizio dell’autunno che quell’anno fu più rigido del solito e già alla riapertura della scuola mi resi conto di quanto la mia vita fosse cambiata. Ero il primo della classe e la mia media era la più alta in tutto il liceo, eppure fino a che non m’ero messo con Filippa nessuno sembrava essersi accorto di me. Ora invece non c’era una festa cui non fossi invitato. Ma la vera conferma di quello che stava accadendomi la ebbi quando ripresi a passare sul corso.
Il corso di una piccola città di provincia è una specie di palcoscenico naturale o meglio, visto che ci si passeggia, una passerella su cui si alternano intere generazioni di affezionati instancabili percorritori, ognuna con i propri divi, i comprimari, le semplici comparse. 
Un successo acclarato negli affari, in politica, nell’arte, nella medicina, una singolare bellezza ma anche l’eccentricità o una eleganza particolare nel vestire, o ancora una chiacchierata storia sentimentale servono a decretare il nascere della stella del momento che però deve esibire una sua aura senza la quale, pur rispondendo a uno dei suddetti requisiti, si è destinati a sparire come una meteora; ma anche avendocela, quest’aura, c’è comunque bisogno di qualcuno che se ne accorga e la evidenzi e la storicizzi, una funzione che non può essere demandata al semplice pubblico, provvedendovi un’elite che è l’equivalente della critica nel mondo dell’arte.
Sono i veri e propri storici, la “memoria” del corso, categoria cui si è ammessi in genere per via dinastica, o dopo un lungo, sfibrante tirocinio essendo queste le uniche strade per aver accesso a quel complesso e articolato corpus di conoscenze, quei veri e propri archivi non scritti che si tramandano per via orale, atti a ricostruire il percorso esistenziale e la trama genealogica di ogni singolo individuo - molto più attendibile che non al catasto, dove nella ricognizione sui nuclei familiari certo non rientrano gli amanti con conseguenti figli illegittimi nati fuori e dentro il matrimonio come invece qui accade.
Questa eccelsa elite si costituisce, in genere, di avvocati - per il loro lavoro portati a una conoscenza, diciamo, più introspettiva degli individui - di signore in gran parte aderenti a benemerite associazioni femminili - soroptmist, lyonesse, whynnerill, come pure a club di bridge e burraco - ma anche di negozianti - per lo più venditori di spezie, giocattoli, bottoni e passamaneria - ma che abbiano due fondamentali requisiti: un negozio un po’ polveroso ma in ottima posizione sullo struscio serale e uno scarso giro d’affari che permetta agli abituè di sostarvi senza essere continuamente disturbati da un afflusso troppo intenso di clienti e farne quindi l’ideale punto d’osservazione e di ritrovo per dotti simposii in cui scambiarsi impressioni, novità e pettegolezzi sui passeggiatori del momento, da spargere in giro all’uscita come il pepe che si è comprato - al più una bustina dopo almeno mezz’ora di permanenza - sulle pietanze. 
Questo gruppo ristretto, un autentico zoccolo duro che presidia imperturbabile il corso resistendo stoicamente alle falcidiate del tempo, delle malattie, della morte, dei trasferimenti per lavoro, è capace di inquadrare la stella locale con una sola occhiata e a distanza anche di decenni dall’ultimo incontro - nel frattempo te ne sei andato a vivere a migliaia di chilomentri, in un’ altra nazione, in un altro continente perfino, ma loro continuano a sapere di te, come facciano è un mistero, vita morte e miracoli e nella semplice espressione dei loro occhi puoi leggere la qualità del tuo attuale stato - dimostrando così come la popolarità di cui gode una star del corso sia, nel piccolo centro che la ospita, o la ospitò, pari, ma direi superiore, a quella di un divo del cinema o della tivù che in ogni caso rimane un’entità astratta, lontana, mentre qui l’assiduità e la frequenza degli incontri ravvicinati - sera dopo sera per anni - dà tutto l’agio di considerarle parte integrante della propria vita. 
Si capirà quindi come, dopo il nostro arboreo esilio sentimentale, a veder riapparire in mia compagnia Filippa - che per bellezza, personalità e censo era tra le giovani stelle più quotate - divenni oggetto dell’attenzione spasmodica della critica. Ogni singolo aspetto della mia persona venne indagato nel corso di affannose consultazioni e solo dopo aver accuratamente vagliato la mia caratura si decise di darmi accesso nell’olimpo cittadino dove entrai inizialmente con qualche riserva in qualità di semplice principe consorte per poi, mano a mano, acquistarvi una mia personale posizione grazie all’ulteriore manifestarsi delle mie doti. 
Del resto, proprio niente sembrava essermi precluso.
Stanco del tennis, avevo iniziato a giocare in una squadra di basket e fui presto il primo anche in quello sport nel frattempo divenuto , il pivot dal tiro infallibile che mandava in visibilio le folle centrando canestri già dal centrocampo e che, in più, se ne andava in giro sempre con un libro che usciva dalle giacche lise. Libri che poi recensivo sul giornaletto del liceo Nuova Agorà, insieme alle interviste ai musicisti di cui organizzavo io stesso i concerti entrando così in contatto con quell’ambiente che mi sarebbe stato utile una volta a Roma dove avrei continuato i miei studi essendo allora Potenza priva di una sua università ed essendo soprattutto Roma il posto in cui avrei potuto finalmente far conoscere alla nazione intera - per cominciare - il mio talento; certo allora pensavo che mi sarei fatto strada scrivendo libri miei - era il mio sogno - piuttosto che vendere quelli degli altri, ma per come si misero poi le cose mi reputo fortunato.
Fu così che, in poco tempo, diventai uno dei personaggi più in vista della città, lo studente più desiderabile del liceo, quello che le ragazze guardavano di soppiatto mentre i loro amori le baciavano sul corso - ah, il gioco degli sguardi in via Pretoria, la magia del guardare ed esser guardati - e anche se fui sempre fedele a Filippa, quelle attenzioni solleticavano il mio narcisismo. Insomma avevo tutto dalla vita, tranne i soldi. Ma a che mi servivano?, tanto più che all’epoca nessuno pensava a farne, di soldi - o se lo pensava non lo diceva. Diventare qualcuno, ecco quello che realmente volevo. Ed ero già sulla buona strada. 
Poi un brutto giorno tutto questo finì. 
Accadde il giorno in cui Fabio Nobile arrivò da Milano portandosi dietro l’aria seducente della grande città.
Discendente in linea cadetta del famoso comandante, era il figlio del nuovo direttore della Banca d’Italia e di una pallida lady inglese nonché apprezzata pittrice simbolista che passava le sue giornate nascosta sulla loggia del palazzo neogotico della banca - una specie di maniero medievale costruito in granito nero su uno dei punti più alti della città - a dipingere, da lassù, il silvano paesaggio con degli angeli che ci svolazzavano attorno e Fabio era bello proprio come uno di quegli angeli. Alto e biondo e di un’eleganza senza pari, appena una settimana dopo il suo arrivo, be’ il primo era diventato lui.

 
 

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