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Ecco, in esclusiva per  PAROLADIDONNA  alcune pagine del nuovo romanzo di Claudio Elliott, di prossima uscita.

 

  Birillo alla scoperta del mondo
di Claudio Elliott
 
  Terzo capitolo  
  Qui succede qualcosa  
  Allora, il primo capitolo lo saltiamo, perché è perfettamente inutile: si parla di B. (non ha ancora un nome, poi ci pensiamo), che è grasso o magro, alto o basso, come volete; poi si parla degli altri protagonisti, come Francesca, che è bionda o bruna oppure nera, come vi pare, e poi sua sorella Barbara che è proprio uguale a lei, ma con qualche leggera differenza; poi i genitori di B., la madre di Francesca e Barbara (il padre non ce l'hanno), e insomma tutte cose inutili, e vedetele pure come volete. Mica ho tempo da perdere, e voi neanche.
Il secondo capitolo lo saltiamo perché si descrive la casa, il paese, le strade, il profumo dei fiori, il latrare dei cani e il cinguettio degli uccelli, ma è francamente noioso.
Così arriviamo al terzo capitolo.
Anche questo lo potreste saltare, ma il fatto è che qui succede qualcosa di imprevisto, e se lo saltate poi non ci capite più nulla e vi tocca tornare indietro a leggerlo, allora tanto vale che lo fate adesso.
C'è Francesca che si sta pettinando davanti allo specchio e sta fischiettando una canzone, mentre il pettine s'impiglia in uno di quei nodi fastidiosi.
È nella sua cameretta, che è proprio come la vostra: disordinata. Anche sua madre è come la vostra: rompiscatole.
Il padre non ce l'ha, Francesca, perché la madre è rompiscatole e alcuni uomini non sopportano donne così. E allora il padre di Francesca è scappato dalla finestra, di notte, alcuni anni fa, e addio, non se ne è saputo più nulla. Qualcuno ha detto che è andato a comprare le sigarette, e si è trovato in una città dove tutti gli uomini erano andati a comprare le sigarette. I tabaccai lì facevano affari d'oro. 
Non ricordo se c'è un animale in casa, un cane, un gatto, un criceto, ma non è importante, perché tanto la storia va avanti lo stesso.
Allora Francesca si sta pettinando quando succede l'imprevisto.
Lo specchio si rompe. Zac. Un'incrinatura dall'alto al basso. Bella decisa, mica no.
Francesca balza all'indietro spaventata.
Uno specchio che si rompe senza ragione è un bel mistero, oltre che una bella sfortuna, a sentire la nonna, che evita anche i mici neri e le scale aperte.
Poi lo specchio si anima, e Francesca non vede più Francesca, ma una bambina diversa da lei.
Un altro balzo all'indietro.
Una bambina nello specchio non è una superstizione, ma una stranezza vera e propria.
Francesca la guarda. È una bella bambina, un po' come lei ma molto diversa. Sorride e tende la mano.
Eh no, la mano no. Un sorrisino, quello sì, si può fare alla bambina dello specchio. Poi basta.
La mano rimane lì, tesa, in attesa di essere presa.
Francesca scappa e corre in cucina, dove la sorella Barbara sta facendo qualcosa di cui non ci importa niente.
Barbara si accorge che Francesca è spaventata, e le chiede:
- Che c'è?
- Niente.
- Niente? Sembra che tu abbia visto il diavolo!
- Poco ci manca. Ho visto una bambina nello specchio.
- O eri tu o era Alice.
- Come hai detto?
- Alice - risponde Barbara, posando sulla tavola un panino morso a metà.
- E chi è?
- Un personaggio, quella del paese delle meraviglie. In un libro aveva a che fare con uno specchio, ci entrava e ci usciva come fosse stata la porta di casa - spiega, prendendosi un bicchiere d'acqua.
Francesca ascolta assorta, poi afferma:
- Non so come si chiama. 
- Naturalmente - spiega Barbara, con aria da saputella - quella che hai visto eri te stessa.
- Ma no. Ti dico di no.
- Magari un riflesso allo specchio, e ti pare di aver visto chissà che.
- Ma se era totalmente diversa - spiega Francesca, che comincia a innervosirsi per l'incredulità della sorella.
A questo punto Barbara fissa la sorella negli occhi e le dice:
- Hai ragione, allora. L'ho vista anch'io. E mi ha teso la mano.
 
     
  Quinto capitolo  
     
  Un personaggio nuovo e un segreto da tenere
Mica avete trovato il quarto capitolo? No? Il fatto è che l'ho perso e non so cosa ci ho scritto. Sapete, sono un po' distratto.
Cerco di ricordare, ma mi pare che non ci fosse niente di fondamentale.
Allora, dove eravamo?
Francesca e Barbara si tengono stretto il loro segreto, cioè la bambina nello specchio.
Ogni giorno fissano la superficie lucida e pulita, ma lei non ricompare. Anzi, sembra scomparsa del tutto, e con lei anche l'incrinatura nello specchio.
Si può tenere un segreto così per molto tempo? Si potrebbe, ma le due sorelle sono ragazzine di poco più di dieci anni, e sono anche gemelle, e una delle due, anzi, è un po' più alta dell'altra, e non ricordo qual è.
Il problema dei segreti, però, è che bisogna svelarli a qualche estraneo, se no nessuno sa che ce l'hai, un segreto.
E qui entra in gioco un terzo personaggio, un bel maschietto (ma potrebbe anche essere brutto e brufoloso).
È l'amico del cuore delle due sorelline, e le ama tutt'e due, e tutt'e due lo amano, così gli rivelano che hanno una cosa straordinaria da dirgli.
- Che cosa?
- Giura, con la mano sul cuore e le dita aperte, che non lo dirai a nessuno.
- Giuro - dice lui, già pensando a chi potrebbe spifferarlo, il segreto delle due belle sorelle.
- Non lo dirai a nessuno?
- Neanche morto - dice lui, che però ha già individuato la persona a cui riferire la cosa, una persona fidata, un silenzio vivente.
Le due sorelle si guardano come chiedendosi se possono fidarsi, poi si fanno un cenno di testa, e decidono di sì.
- Nella nostra camera succede una cosa ...- dice Barbara.
- ... molto strana - dice Francesca.
- Cosa?
- Una cosa incredibile! - continua una delle due.
- Ma davvero incredibile! - afferma l'altra, con gli occhi sbarrati.
- Ma cosa? - chiede il maschietto, che non è ancora abituato ai giochi verbali delle donne.
- Una cosa che, se te la diciamo, guarda ...
- Guarda ...
E le due gemelle lo fissano, con uno sguardo che non è minaccioso ma neanche non minaccioso.
- Beh, allora? - chiede il bambino, che finalmente si sta spazientendo.
Quelle continuano a guardarlo con quello sguardo che ho detto prima, ma alla fine le due gemelle gli svelano:
- C'è un'altra bambina - dice Barbara, che si aspetta un moto di sorpresa, magari un po' di silenzio. Niente. Il bambino chiede subito:
- Dove?
- Come dove? Da noi - risponde Barbara. Allora il bambino chiede:
- Nella vostra casa? Un'ospite?
- Potrebbe essere, ma noi non l'abbiamo invitata.
- Volete dire che in casa vostra abita una bambina che non avete invitato? - chiede il bambino finalmente sorpreso ma senza farlo vedere troppo.
- Sì. È nella nostra camera.
- Ma ... 
- Proprio così.
- E la vediamo solo noi.
- Strano - dice il bambino, che non sembra credere molto alla storia. Una volta che lui aveva tenuto una rana in casa, senza che nessuno l'invitasse, l'avevano vista tutti, specie la mamma, che però non aveva gradito il nuovo amico del figlio. E invece questa storia dell'ospite non invitata, mah, gli lascia un po' di perplessità.
- Il fatto è che vive nello specchio - dice Francesca.
Lui (finalmente!) la guarda con gli occhi tondi tondi per la meraviglia. Crede di aver capito male, e domanda, con prudenza:
- Vive ... vive ... nello specchio?
- Così sembra - dice Barbara.
- Mm - fa lui. Non sa che dire, per la verità. Questa dello specchio è una varietà di racconto che non conosce bene. Anzi, è una novità, e proprio per questo dev'essere vera. Lui non avrebbe saputo inventare di meglio, e quelle due belle bambine non potevano farlo: di fantasia ne avevano poca.
- Voglio vederla - dice lui.
- Non è possibile - dice Barbara.
- Perché no? - chiede lui.
- Infatti: perché no? - chiede Francesca alla sorella.
- Perché è comparsa a casa nostra, e solo a noi - spiega Barbara, non molto convinta di quello che sta dicendo.
- Secondo me - dice il bambino - vi siete inventate tutto.
Le sorelle si guardano e lo guardano. Inventarsi tutto, figurarsi!
- Questa è la fiducia che hai in me - dice indispettita Francesca.
- E in me - aggiunge Barbara.
Gli voltano le spalle, le gambe, le trecce, e insomma se ne vanno, indignate.
 
     
  Sesto capitolo  
     
 

Birillo trova una famiglia un po' agitata
Il bambino sa a chi dirlo, il segreto. È il suo amico del cuore, e sa che lui non parla. 
È vero: ha promesso alle due belle bambine di non rivelare niente, ma non è possibile, non è umano, non è bambinesco: un segreto è nato per essere rivelato, fosse anche al muro, e quindi deve dirlo a Birillo.
Beh, il nome non l'ho inventato io. Me l'ha detto il bambino, che tra l'altro ha anche lui un nome. Il fatto è che ho perso l'appunto su cui l'avevo segnato, un pezzettino di carta gialla. Se lo trovate, fatemi l'occhiolino.
Birillo è un gran dormiglione. Gli piace, specie la domenica, starsene comodo comodo comodo comodo. Magari allungato sul divano, o acciambellato sulla poltrona, se non addirittura su qualche letto.
Quant'è lungo, a ben pensarci, Birillo? 
Direte: vuoi dire quant'è alto? Di un bambino non si dice quant'è lungo.
Infatti. Ma lui non è un bambino.
Birillo è un piccolo pitone. Un pitoncino. Ma almeno un metro e mezzo sarà, come no.
Qui allora occorre vedere come se l'è cavata la mamma del bambino, e anche il padre, quando Birillo è comparso a casa loro, qualche giorno fa.
Non è come quando ti compare davanti un cagnolino scodinzolante o un gattino miagolante.
Un serpente non abbaia e non miagola, a meno che non abbia fatto le scuole superiori; magari però scodinzola un po' perché è solo coda.
Insomma la mamma di Berto (ah, eccolo il nome, ed è proprio su un pezzettino di carta, ma celeste, non gialla) quella mattina uscì per portare fuori la spazzatura, ma non fece neanche un passo, neanche mezzo passo, neanche la metà di mezzo passo, perché inciampò subito su una striscia orizzontale, e la spazzatura si rovesciò tutta sul davanti della casa.
La mamma di Berto si rialzò chiamando a raccolta alcuni santi e altri defunti di lontana ascendenza, chiedendosi cosa mai fosse quelle linea orizzontale su cui era inciampata.
Quando si accorse che era quello che era, si esercitò in un gesto atletico di alto livello, in una corsa a ostacoli con salto in alto (ma molto in alto), tutto in una volta e in pochi istanti.
Berto si affacciò, sorpreso dai movimenti inconsueti della madre, che era un tipo pacato, giovane sì, e bella anche, magra pure, che faceva ginnastica e palestra, ma non era un'atleta, questo no.
- Papà - gridò Berto - mamma è strana.
- Non dirmelo! - fece il padre.
- Ormai l'ho detto.
- Hai scoperto un suo lato segreto - disse il padre, che stava lì assorto a fare la parole crociate. Era domenica, il giorno delle esercitazioni intellettuali.
- Papà - gridò Berto - mamma è tutta rossa e mi pare che sia molto agitata.
- Vediamo - disse lui, che si alzò faticosamente dal dieci orizzontale di sei lettere.
Vide che la moglie era davvero strana, quindi corse fuori per rendersi conto di cosa fosse successo, e anche lui inciampò nella linea orizzontale, ma non cadde perché era più atletico della mogliettina.
- Questo mi pare un serpente - disse, riacquistando una posizione più consona a un padre, per di più marito.
Berto l'aveva seguito cautamente, e si accorse con paura che quello era il serpente più lungo che avesse mai visto dal vivo. In verità, se anche fosse stato di tre centimetri, sarebbe stato il più lungo, perché lui non ne aveva mai incontrati, di serpenti.
Però in televisione ne aveva visti, pitoni, boe, anaconde, serpenti corallo, ma quello era lì, a pochi centimetri dal suo naso (diciamo un paio di metri).
- Un s ... un s ... un... s... - sibilò la madre, terrorizzata.
Il serpente si sentì chiamare da quel suono familiare e volse la testa verso di lei, con uno scatto serpentino.
Berto ammirò quel movimento flessuoso, e capì di voler bene a quell'animale, e capì che sarebbe stato il suo amico. Certe simpatie nascono a prima vista, no?
Il padre percepì che non era pericoloso, ma comunque metteva spavento; diciamola tutta: un pitone, per quanto non lunghissimo, sulla soglia di casa, di domenica mattina, insomma, a chi non avrebbe fatto paura?
Berto pensò subito che quel nuovo amico sarebbe stato l'argomento di conversazione con Barbara e Francesca, le due sorelle gemelle di cui era innamorato. Non vedeva l'ora di andare a dirglielo. Non ci avrebbero creduto!
Ah, ho lasciato la mamma di Berto a inciampare su una lettera dell'alfabeto. Poi si è ripresa e ha detto, in tono quasi normale ma con un pizzico di ribrezzo:
- Ma è un serpente! Caro, perché non lo schiacci?
Il padre di Berto osservò la moglie con stupore misto a stupore. Schiacciare? si chiese; e le chiese: - Ma lo hai visto? Ti pare che si possa schiacciare?
- Lo fai sempre - disse lei, difendendosi. Al che lui rispose:
- Sì, ma gli scarafaggi, o i ragni, o le formiche dispettose o le zanzare distratte. Questo non è di quella razza, e non è neanche distratto.
Infatti Birillo (allora non si chiamava così, è vero: sua madre lo aveva chiamato Giovanni, ma poi quel ragazzino lentigginoso lo avrebbe apostrofato con quello strano nome), Birillo era bello sveglio e osservava quella famiglia, simpatica ma un po' sbadata, tanto che ben due componenti su tre avevano inciampato sul suo corpo, che non era mica trasparente.
Birillo non ricordava assolutamente come ci fosse finito su quella soglia, (ed è inutile che dia la colpa a me, che stavo raccontando la storia di due bambine e di uno specchio e di un'altra bambina, e insomma io non c'entro).
- Secondo me - disse Berto - questo è un pitone.
Birillo approvò.
- Ed è un cucciolo - aggiunse Berto.
Birillo approvò di nuovo, con convinzione. Il ragazzino era intelligente.
- Ed è buono - disse Berto.
Birillo lo guardò commosso: come aveva fatto quel bambino a capire che lui era buono? Quel bambino aveva letto nel suo cuore.
- E sarà mio - concluse Berto.
Birillo approvò. 
Non altrettanto fece la madre, restituita al suo ruolo; il padre nicchiava (cioè non si decideva, perché gli sarebbe piaciuta l'idea di un serpente in macchina, come antifurto, o anche per vantarsi con gli amici; però temeva la reazione della moglie, e allora nicchiava, che vuol dire tutte queste cose con una parola sola).
- In casa mia ... - gridò la madre inciampando questa volta in tre puntini di sospensione.
Berto la interruppe, e stavo per farlo io: i serpenti odiano sentir gridare:- Mamma, non lo spaventare.
- In casa mia - sussurrò la madre gridando - non entrano animali. Tantomeno pitoni.
Birillo si sentì offeso. Prima di tutto perché lui non si sentiva un animale, che era una razza con le zampe (e quindi anche lei era un animale) e poi perché lei non lo voleva in casa.
Ma il bambino disse, deciso: - Lo terrò in camera mia!
Il padre nicchiava (capito, no?). E la madre chiese, ironica:
- In camera tua? Con quel disordine?
(Quest'idea del disordine piacque a Birillo, che amava i posti pieni di anfratti, di luoghi dove nascondersi, di cose misteriose da esplorare col naso e con la lingua biforcuta: quel bambino faceva al caso suo! E anche la sua camera).
La madre continuò:- In quel bailamme?
Birillo drizzò la testa: bailamme? Strana parola, sconosciuta al suo vocabolario privato. Però dall'insieme e dal tono capì che era come dire un disordine più disordinato, e la cosa gli piacque un sacco.
- Terrò la camera ordinata! - promise Berto.
Ah no! pensò Birillo, deluso, ma poi capì che era una bugia perché il bambino gli strizzò l'occhio. Lui allora gli rispose con la stessa strizzatina. Si erano capiti, e non si sarebbero più lasciati.
Il padre notò quei movimenti di palpebra, e si associò: aveva finito di nicchiare e aveva finalmente preso una posizione precisa.
Infatti disse: - Lo terremo!
- Ma caro ... - disse la moglie.
- Non c'è ma che tenga - disse lui.
- Ma caro ...
Lui ribadì, in tono deciso:
- Non è pericoloso. Non è velenoso. Non abbaia e non miagola, anzi non fa versi. Non sporca in giro. Per farlo mangiare lo mandiamo in giro per il giardino. Troverà lui ciò che gli occorre.
Berto corse dal padre e lo abbracciò, e così Birillo entrò a far parte della famiglia. 
Il che per me è una bella consolazione, perché avevo un serpente da sistemare, e in questo racconto qui andava proprio bene, ma non sapevo se lo avrebbero accettato. Immaginate un attimo che sarebbe successo se il padre di Berto avesse detto di no: avrei dovuto scrivere un altro racconto, creare tutta una situazione, farci entrare Birillo, e poi chissà. Invece così l'ho sistemato, e abbiamo fatto contento Berto e anche suo padre. La madre, pazienza.
- Come lo chiamiamo? - chiese Berto.
Giovanni, pensò il serpente, che ricordava bene quando la mamma lo chiamava.
- Ah, perché? gli ci vuole anche un nome? - chiese la madre, premendo con forza sull'anche.
- Tutti hanno un nome - disse Berto. Birillo fu d'accordo. Come si fa a vivere senza un nome? Non solo gli esseri viventi, ma anche le piante e gli oggetti avevano un nome, no? Il nome è l'essenza delle cose.
- Chiamiamolo serpente, e basta - disse lei, con poca fantasia.
- Banale - commentò il padre.
- Banale - pensò Birillo, indignato.
Adesso non vi sto a dire tutta la discussione, perché fu lunga e complessa, e ci vorrebbe un capitolo intero, e in fondo non è importante. Il fatto è che Berto propose il nome Birillo, e fu così che Giovanni, giovane pitone senza famiglia, si trovò con un nuovo nome e una nuova famiglia.

 
 

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