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| Le parole nel the delle cinque |
| incontro con Antonella Cilento |
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Ho voluto invitare, come prima ospite del nostro the letterario, Antonella Cilento, scrittrice napoletana, che da molto si dedica con grande competenza alla scrittura creativa. Per prima cosa la saluto con molta simpatia e la ringrazio per aver accettato il mio invito.
Antonella, in che termini definiresti l'eredità che il Novecento letterario lascia al nuovo millennio?
Una
domanda difficile. Credo che l'eredità più consistente sia nella
frammentazione e nell'univocità delle esperienze: soprattutto in Italia, ogni
autore del Novecento risulta autoconclusivo, penso a Gadda, a Calvino, a
Landolfi, a Svevo, giusto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Per
ciascuno di loro il concorso era definito e definitivo: niente più spazio alla
sperimentazione linguistica, niente più spazio all'invenzione... Mentre nei
paesi di lingua inglese, per esempio, grazie all'antica tradizione del romanzo,
più gli autori sono grandi e maggiore è il lascito in termini di tradizione e
di ampliamento di spazi, in Italia la tradizione risulta angusta perché non si
propone di allargare le possibilità ma di esaurire gli spazi narrabili.
Ovviamente, ti sto parlando solo di una forma, quella narrativa, diverso sarebbe
ma con altrettanti problemi parlare della poesia: mi attengo all'ambito che mi
interessa davvero. Dopo Stevenson, che è stato forse uno degli autori più
grandi della modernità, uno che era capace di passare da Lo strano caso del
Dottor Jekill a L'isola del tesoro senza imbarazzi narrativi, per intenderci,
c'è stato comunque spazio per autori straordinari. L'Ottocento italiano ha
lasciato invece molto meno al nostro Novecento e il Novecento lascia ancora meno
a noi. Paradossalmente, le esperienze d'inizio secolo forse hanno un peso più
grande nella formazione generale delle idee narrative: se leggo Svevo ho
un'impressione di contemporaneità assai maggiore che se leggo un autore
recentissimo o contemporaneo. Il rischio dell'eredità novecentesca è di
produrre maniera e non ampliamento di spazi. D'altro canto, tendono ad essere
dimenticate grandi esperienze narrative come quelle di Riccardo Bacchelli, per
esempio, o di Elsa Morante e Anna Banti, che finiscono in certe letterature
ancora nello spazio "femminile" (vedi Ferroni), mentre in certi casi
l'unico vero romanzo italiano nel Novecento lo hanno fatto le donne che per
tradizione sono quelle che lo leggono di più, dal Cinquecento ad oggi.
Sono
tre le letture più importanti della mia formazione: Pier Vittorio Tondelli,
letto a vent'anni, e su cui ho finito per scrivere anche la mia tesi di laurea
in tempi in cui Tondelli non era ancora una moda afflitta da epigonismo; Anna
Maria Ortese, letta a scuola ad undici anni, la cui scrittura è un marchio a
fuoco, indelebile; Anna Banti, letta più tardi, verso i tredici, ma molto,
molto amata.
Nella tua esperienza di scrittrice che ruolo ha avuto l'appartenenza al genere femminile: nella scelta dei modelli letterari; nel tuo percorso di selezione tematica e stilistica; nella ricerca dei tuoi destinatari ideali?
Questa domanda credo trovi risposta già nella precedente, vista la mia passione per la Banti e l'Ortese, tuttavia nella mia esperienza di trentenne non ha avuto granchè peso essere donna, non un peso negativo almeno: per la mia generazione le corvèe femminili quasi non sono esistite e sono cresciuta in un ambiente che dava per scontato non solo che le donne avessero pari diritti ma che, sotto sotto, fossero decisamente un genere superiore... Quindi non ho vissuto nessuna particolare propensione alla letteratura femminile come scelta o rivoluzione, anzi ho letto senz'altro molti ma molti più autori che autrici. La letteratura ho sempre creduto vada oltre i generi: d'altro canto non posso concepire l'Ottocento senza Jane Austen e le sorelle Bronte o in assenza di Emily Dickinson, come, d'altro canto, nemmeno senza il già citato Stevenson, senza Conrad o senza Balzac. Non pesno di scrivere per le donne ma per i lettori e le lettrici, indifferentemente. La sfida consiste nell'essere se stessi, ogni giorno, in ogni rigo: la letteratura e l'editoria rispecchiano i tempi, se sono ancora molto al maschile è per consolidati errori che vanno trasformandosi in cambiamenti, tuttavia non credo che basti essere donne per saper scrivere...
Insegnare a scrivere, quanto e in che termini ha influito sul tuo modo di scrivere?
Vorresti definire sinteticamente per gli amici del the letterario la tua idea di scrittura?
Credo
che mi piaccia scrivere storie intese come intrecci anche piuttosto complessi.
Mi piace che il romanzo restituisca una parvenza di vita: i libri che più ho
amato ricostruivano in maniera impressionante le molte apparenti casualità del
vivere. Se un giorno questo mi riuscisse davvero, di restituire la fluidità
dell'esistenza, credo che sarei davvero pacificata. Mi piace anche che nelle
storie ci sia mistero, per grande affinità con le scritture alla Hoffmann, e ci
sia un livello onirico. La mia idea di scrittura è azzurra e bordò! Sembra uno
scherzo ma non lo è: i quadri e la pittura hanno una grande importanza nella
mia formazione e trovano sempre spazio nei miei libri, ragion per cui due sono i
colori che di primo acchito sceglierei per descrivere la mia idea di scrittura,
l'azzurro e il bordò. L'azzurro ha a che fare con la solitudine, con il vento,
con il raffreddamento delle emozioni per lontananza, con la melanconia e la
nostalgia, con il mare; il bordò con il sangue, le passioni, l'erotismo, la
morte. Hai una o più domande da rivolgere a chi leggerà questa conversazione?
A
questa richiesta non so bene cosa rispondere perchè non so chi leggerà la
conversazione. Potrebbe essere: e voi avete un'idea di scrittura? E qual è? Ringrazio
Antonella Cilento per aver inaugurato questa rubrica. Dal suo contributo,
come immaginavo, molto stimolante, prenderà l'avvio, ne sono convinta, un
serrato dibattito tra quanti riconoscono nello scrivere espressivo uno degli
strumenti più potenti di identità individuale e collettiva. |