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Cecilia  De  Salvo
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Il rumore di un pianto 

Batto qualche parola al computer, di tanto in tanto alzo a malapena lo sguardo sul video, ho in testa, ben schiacciato come se fosse il cappuccio di un fungo, un capello a righe colorate. Fisso di nuovo lo schermo ma solo per qualche istante, ricomincio a tormentarmi l'orecchino e mi trovo il dito sporco di pus, o qualcos'altro di simile e di molto ripugnante. Che schifo. Lo dico spessissimo, o meglio lo penso spessissimo, tra me e me, magari la sera quando ripenso alla giornata che ho trascorso, o a quella che non ho trascorso, o quando mi guardo allo specchio la mattina appena sveglia. Forse è meglio dire ogni volta che mi guardo allo specchio. non mi accetto. non lo ho mai fatto in fin dei conti e non penso che incomincerò a farlo proprio a quest'età. Perché? perché nell'adolescenza si deve sguazzare nell'autocommiserazione ventitré ore al giorno e un corpo inadeguato è proprio un ottimo motivo. Ma inadeguato a cosa poi? Alle modelle rifatte? Io non vorrei essere come loro (forse solo un po') ma mi vorrei fare solo un po'meno schifo. Alzo solo per un istante lo sguardo dalla tastiera, per fissare una delle innumerevoli foto appese alle pareti. foto di attori, del mio cane e foto anche mie. per lo più attaccate su un grande listello di legno. mi ricordo quando l'ho comprato. mia madre mi aveva consigliato una piccola falegnameria e io vi ero andata. era stato un incubo. non scherzo. c'era questo vechiettino che vi viveva. Aveva una branda, vicino ai pezzi di legno e ad i martelli. mi ricordo che entrai e non vi trovai nessuno, poi guardai meglio e vidi quest'uomo. Era lì in piedi che si preparava una teglia di maccheroni ammuffiti su un fornelletto, con un'immagine di profonda tristezza dipinta sul volto. Mi servì, il listello era troppo grosso e duro ma lo comprai lasciandogli anche il resto. non so se lo feci per lui o per andarmene il prima possibile da quel luogo e per non doverlo guardare più in faccia. è stato un incubo, non scherzo. Io sono proprio strana, posso viaggiare nel mio palazzo della memoria per ore. palazzo della memoria, questa frase non mi è nuova. la devo aver copiata de un libro, Hannibal forse. è proprio la frase da un libro così.

Stacco per qualche istante lo sguardo dal video. là sul tavolo c'è lui. Un piccolo cutter trasparente con il bordo viola. Un brivido mi attraversa. è una strane sensazione, un bizzarro misto di paura e carica elettrica. Penso al giorno fantastico che ancora una volta non ho vissuto. la mia mano scorre veloce, attirata da quel diabolico oggetto. E in quel momento è come se mi scindessi completamente dal mio corpo e lo vedessi da un'altra dimensione. Sì,mi vedo. Sto prendendo quel coltellino, vedo le mie mani aprirlo, vabbè lasciamo perdere... .
Ci sono per tutti quei giorni orribili in cui non si ha voglia di uscire dal letto, di fare la colazione con i cereali della pubblicità, di essere sorridenti come la simpatica famiglia delle merendine o della pasta, di essere dei cloni. A volte non la si avverte appena svegli questa sensazione di sfinimento interiore, a volte ce ne possiamo accorgere mentre concedediamo un finto sorriso alla signora del panificio. A volte anche solo guardando il viso della vicina sempre sorridente, mentre ci si chiede: ma sarà davvero felice? Mi odio quando incomincio con le mie considerazioni filosofiche e per non annoiarmi devo subito pensare a qualcosa di stupido e insignificante. Cosa ho fatto oggi. Naturalmente se si esclude una giornata a sentire tutte le meraviglie del greco e di come naturalmente mi cambierà la vita, più un bel quarto d'ora di predica sul cinismo dei giovani; mi resta solo un pranzo a base di polpettone surgelato e preparato non con l'amore di una mamma ma con quello di una cuoca per il businness, e per concludere in bellezza una relazione sull'intolleranza e come è bello uccidere, facilmente riassumibile nel De Bello Gallico di Cesare. E poi si lamentano del fatto che i ragazzi vedono soap opera, sit-com e telefilm, se vedessero la vita che fanno. Mio padre dice che a quindici anni è impossibile avere problemi, forse lo dice perchè a quell'età (sua) non esistevano ancora i ragazzi. Mi piacerebbe riuscire a scrivere un caplavoro sui giovano come quello di Salinger, ma non riesco a mettere per iscritto il mio umorismo in stile Holden e finisce sempre che scrivo un sacco di scemenze che per dieci minuti trovo fantastiche ma che poco dopo, rileggendole, mi suscitano un Che schifo. E poi mi sarebbe impossibile perchè non ho letto David Copperfield e non ne so niente di quelle nascite commoventi, io sono nata in ritardo e già con dei problemi esistenziali.

Giorno.
Lo stereo acceso non riesce a impedirmi di pensare. Pensare, non mi piace. Non so se capita a qualcuno ma io inizio a pensare a cosa ho mangiato la sera e finisco a filosofeggiare. Vorrei scappare di casa, almeno non farei più soffrire nessuno. Sono brava a far soffrire. E anche ad essere estremamente cinica e sarcastica. Una frase detta quasi ironicamente il più delle volte riduce in lacrime un sacco di persone. Possibile che nessuno capisca? Capisca che è l'unico modo che ho per non guardare in faccia la sofferenza è difendermi con battutinbe taglienti o frasi acide. Forse dovrei smettere di aggrapparmi a queste cose, ma ho paura. Paura. Mi sento cadere dentro il baratro del dolore. non so se riuscirò mai ad uscirne. non so se voglio uscirne. 
Mia madre è a votare per il referendum e compilare un tagliandino sulla donazione degli organi. Io li donerei? Sì. ma pasterebbe un organo a far felice qualcuno. O prolungherebbe una vita, forse, piena di dolore, insoddisfazione, rimorso?. Ecco un'altra domanda a cui non so rispondere, se non con le lacrime.

Oggi, giorno, mia madre ha avuto una specie di attacco. Non so se si può chiamare così quello che viene quando una persona ha un esaurimento nervoso. una cosa la so però, fa male. non solo a chi la prova, ma anche a chi è costretto ad ascoltare. a sentire la disperazione, le urla i pianti. A sentire impotente. Sentire, una parola così soave può fare tanto male. Non voglio sentire il suono di quei pianti, di quei gemiti, non voglio. Cerco di concentrarmi su uno stupido telefilm, ma riesco ancora a sentire il rumore delle mie lacrime. riesco ancora a piangere, mentre sprofondo sulla moquette e mi abbandono al dolore.

Ogni tanto mi sento costretta a rileggere quello che ho scritto ed è terribile. Mi piacerebbe scrivere solo cose allegre, ma non sempre è possibile. Oggi però voglio essere felice e lo sarò fino in fondo. è strano quanto sia fragile l'animo umano, la cui vita può dipendere anche da stupide cose materiali. Una gita scolastica di mezza giornata al mare. Il vento che ti scompiglia i capelli, gli spruzzi violenti del vaporetto, una succolenta granita. Cose banali, vero? Eppure da questo può dipendere l'esito di una giornata. Ma oggi non mi interessa. Di oggi voglio ricordarmi solo la gioia. Le grida dei miei compagni quando l'onda ci schizzava, quasi fosse partecipe del nostro gioco. Voglio ricordare il sale sul viso. La pelle sottile che si spella e brucia. Ma soprattutto voglio ricordare il sapore di quelle risate. lo voglio conservare in un angolino del mio cuore per aggrapparmici quando, come capita, mi sembra di precipitare in un buco senza fondo. ma oggi non voglio pensarci. Voglio solo ridere. Ridere.....

Seduta sul muretto lancio rapide ochiate al cielo sereno che si scorge dalla mia finestra. Un gabbiano vi vola felice, libero, sereno. Vorrei essere come lui. Libero di volare, volare via dalle tristezze dai problemi per immergersi in un regno fatato e lì volare accarezzato dal vento, cullato dalle nuvole, sorretto dalla fantasia. La fantasia. Fin dall'infanzia è sempre stata la mia ancora di salvezza. Quando qualcosa andava storto io me ne volavo via nel mio mondo fantastico, costellato di giochi, amici e nel quale dopo ogni disgrazia c'era sempre il lieto fine. Sono cresciuta, ormai e nonostante sia costretta ad ammettere che nella vita non ci sono solo lieti finali mi continuo ad aggrappare alla fantasia. Molti potranno considerarmi infantile ma non mi importa. ci sono momenti nella mai vita in cui immedesimarmi nelle eroine dei miei racconti mi permette di non mollare e di rimanere aggrappata alla vita, nonostante mi sembri di scivolare nel baratro.

Il rumore di un pianto, il dolce sussurro della notte,il triste urlo del vento, come possono parole così dolci bruciarmi dentro. come posso io stessa avvertire che sto bruciando? non voglio sapere la risposta. Farà troppo male....

 
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