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Mi ritrovo sola, a quarantacinque anni ormai compiuti, a tirare il bilancio di una lenta, lunghissima storia: la mia vita.
Per quanto sia trascorsa in maniera piuttosto normale, senza eccessivi slanci, senza troppi fremiti, una tranquilla vita borghese, ecco, ebbene mi sembra proprio che siano passati molto più di quaranta
anni. Rivedo, in un flash-back girato evidentemente male, perché mi si presentano soltanto scene frammentarie, immagini squarciate da drappi neri che avviluppano quei pochi ricordi che ormai mi restano. Tra poco, non so dire quanto con precisione, nessuno lo sa, scompariranno anche quei solitari frammenti rimasti. Per questo ho deciso di mettermi a scrivere, nel disperato tentativo di lasciare un segno, una traccia tangibile del mio breve passaggio su questo pianeta. Eppure è strano: a chi potrebbe interessare? Non ho nessuno. Nessuno che vorrebbe leggere la storia, forse banale, noiosamente triste ma storia di una donna qualsiasi. Seppure qualcuno fosse interessato, non ne avrebbe il tempo, non esiste, non c'è più, il
tempo. Corre, corre, galoppa. Ci abbandona il giorno, prima che possa realizzare quanto sia bello quel sole che, ormai a stento, ci riscalda. Faticosamente cercano di filtrare tra nubi dense e grigie di smog pesante quei raggi del cui calore una volta godevamo.
Ricordo ancora la sensazione della pelle dorata, luccicante di quel sano sudore, il calore irradiarsi nelle membra, nelle ossa. Adesso il sole mi è nemico, troppo pericoloso per il mio delicato corpo, stanco, esporsi alla calura
divorante. Sciocca, quando ancora potevo, ho rinunciato al mare, ma allora non sapevo di star pronunciando un addio. Da bambina dovevano tirarmi fuori a forza, e appena voltavano le spalle, io correvo di nuovo dritta fra le onde perdendomi in mille spruzzi, incurante dei rimproveri cui ero cosi abituata.
Ora provo disperatamente a riappropriarmi di quelle antiche sensazioni cercando consolazione fra le rigide corsie di una piscina. E’ bella, grande la piscina di questa città ma non per
me. C'è sempre quell'atmosfera di indifferenza trasparente, cortesia di plastica. "Buongiorno", "salve"e poi tutti scappano via, rinchiusi tra quei muri bianchi, costretti nelle cuffiette troppo piccole, incorniciate da ridicoli ciuffetti ribelli. Corrono persino mentre nuotano, si affannano schizzando, falsi mimi di falsi atleti. Tutto cosi puntigliosamente pulito, sterilizzato, e quell'odore freddo, da ospedale.
Io li odio, gli ospedali. Per questo ho rifiutato ogni cura, ogni ago o pillola, e le espressioni tirate, rassegnate dei medici, quelle impietosite degli assistenti. Quelle stanche, scavate, ingrigite di morte dei malati terminali.
Mi hanno detto che dovrei ritenermi fortunata: apparentemente sana, riesco ancora a conservare quel rossore che mi accende le guance e dovrebbe anche indurmi a sorridere. Ma non c'è nessuno a notarlo, ed io ho smesso di guardarmi allo specchio. Ho smesso quando, esattamente un anno fa, ho incrociato un paio d'occhi chiari che amavano fissarsi nei miei. Ed io ho amato specchiarmi nella purezza di quelle iridi. Sarebbe doloroso riflettermi in uno specchio, ora che non ho più quegli occhi. Ancora di più perché li ho allontanati io.
Forse ho agito egoisticamente, decidendo di porre fine a quella strana relazione, nata cosi dolcemente, ma l'ho fatto soprattutto per difendere lei da un'inutile sofferenza che so non sarebbe stata in grado di sopportare. La mia morte, che ormai attendo con tranquillità, senza fretta né timore, avrebbe certamente distrutto quel corpo cosi delicato, etereo, quell'animo generoso, capace di slanci imprevedibili
è giovane lei, e bella. Ha invaso, poco a poco, inaspettatamente, la mia vita, con la sua esuberanza. Ha contribuito ad ultimare il mio cambiamento e merita di vivere a pieno, profondamente, i giorni che ha davanti.
Sono cambiata, dicevo, e non avrei mai immaginato di farlo, non ancora una volta.
Da bambina ero introversa, insicura, timorosa tanto degli angoli bui quanto delle persone. Non posso dire di aver vissuto un'infanzia felice, semplicemente non lo è stata. Mio padre non era definito bello, ma con un aggettivo molto più pericoloso: affascinante. Quel fascino era come una scia che si lasciava dietro; quel profumo forte, maschio, una caratteristica in più che catturava gli sguardi -e non solo delle donne che se lo contendevano, incuranti che appartenesse, almeno legalmente, a mia madre.
E mia madre non era da meno: intelligente, sofisticata, una vera "dama" che, consapevole della propria bellezza, se ne serviva per compensare le mancanze di mio padre, ripagandolo allo stesso modo. Ma vissero insieme, tra mille litigi, urla, rimbrotti, ed io, desiderosa solo di un po' di tranquillità, ne pagavo le spese. Ero il capro espiatorio, l'errore; mi rimproveravano anche di esser nata: ero l'unico motivo che li costringeva a rimanere insieme.
Non gliene faccio una colpa, erano certamente più infelici di me ed ormai non sono più parte di questo mondo.
Mi resta molto poco della mia infanzia, e non perché i ricordi vengano pian piano lambiti dalla risacca di quell'onda nera, ma semplicemente perché non ne ho affatto.
Il periodo dell'adolescenza, incolore fino alla maggiore età, è diventato il tempo del mio primo cambiamento, la mia prima rivincita. Il disincanto era già giunto a tenermi compagnia tempo prima, ed ormai, brillante matricola universitaria, avevo gli occhi ben spalancati, decisa a non richiuderli.Sono stata, all'occorrenza, un’ingenua, compiacente ragazzina, una vamp, un'amante passiva o spregiudicata. Forgiavo mille maschere che usavo per ingannare, a mio vantaggio, le persone, gli uomini. Li attiravo nella mia rete e, quando credevano di avermi in pugno, io mi ero già sufficientemente servita di loro. Sono riuscita ad entrare nei "giri giusti"; l'ambiente d'elite non aveva per me nessun segreto né novità che potesse cogliermi di sorpresa. Ero un modello da seguire in quel mondo vanesio, io-ignorata fino a poco tempo prima ed ora sempre attorniata da un nugolo di corteggiatori adoranti, un pericolo per le altre donne. Mi sembrava di ottenere cosi la mia giusta rivincita: ero mia madre, e mio padre e vincevo su entrambi.
Badai bene a scegliere di quei rampolli il più facoltoso, che nel giro di pochi mesi mi condusse, raggiante, all'altare. Potevo essere soddisfatta della mia preda.
Non immaginavo quanto fosse stretta la gabbia in cui mi stavo rinchiudendo da sola, una stretta, piccola gabbia dorata in cui sono rimasta prigioniera per cinque anni.
Dopo i primi mesi di matrimonio mi sembrò di essere tornata bambina: il veleno, la rabbia reciproca furono i sentimenti prevalenti in quella casa che nessuno mi aveva mai dipinto come un nido d'amore. Non lo fu, infatti; mi accontentai di finti sorrisi, finte parole, finti orgasmi. Concentrai le mie energie nel lavoro, fredda e cinica come non mai, divenni un avvocato di successo, temuto e rispettato. Non era forse questo che volevo?
Ma pian piano il mio castello di carta iniziò ad incrinarsi, non saprei dire quando, so solo che cadde piuttosto rapidamente. Mio marito fu il primo ad avere il coraggio di dire basta; è l'unica cosa di cui gli sono grata. La separazione, consensuale, fu vista come una liberazione, quella liberazione di cui i miei genitori non erano stati capaci. Ero diventata come loro, senza accorgermene, ma da sola ero riuscita a liberarmi di quei fastidiosi fantasmi.
Iniziai ad amarmi davvero, a dedicarmi del tempo. Passeggiavo, correvo, viaggiavo. L’Europa, quella leziosa dei party, degli attici, dei grattacieli, la conoscevo già, ne ero satolla. Scelsi quindi posti lontani, persi in dimensioni proprie: sperdute isole greche, Tibet, India, Africa. Venni a contatto con persone diverse, nature selvagge, realtà che non avrei mai immaginato neanche nel peggiore degli incubi. Lasciai che lo sguardo si perdesse tra quelle coste deserte, che l'animo si rinfrancasse in quei templi odorosi d'incenso, che lo spirito vagasse libero e primitivo in quelle praterie sconfinate. Il mio cuore fece lo stesso.
Kenia, 1997. La incontrai lì per la prima volta, durante un safari. Niente a che vedere con Hemingway embrava perfettamente a suo agio, completamente assorbita da quel tempo che scorreva perfetto, ritmato dai tamburi che nelle sere risuonavano accompagnati dal crepitio del fuoco. Fotografa per una famosa rivista, inseguiva con quei grandi obiettivi gli animali più strani, le tribù più antiche, immortalava quel virtuoso incedere, quei rituali cosi semplici eppure regali.
Non so come accadde... Fummo rapite da quella miriade di suoni, odori, quelle notti che sembravano ingoiare il cielo per poi vomitarlo in albe cremisi, violacee, quasi che il cielo soffrisse con quegli uomini figli della terra, per poi esplodere nel trionfo di un sole dorato. Un sole dorato... la ricordo, si, la sensazione del caldo sulla pelle, e quella del caldo delle sue labbra sulle mie.
Ripensando a tutti questi attimi un brivido gelido mi percorre la schiena... strano ch'io noti ancora il freddo, quando questo mi danza intorno da cosi tanto, con quel suo ghigno maligno. Si beffa di me, sprezzante.
Non cerco di scacciare questo demone blu, a cosa servirebbe fingere ormai?Sono la prima a disprezzarmi. In passato ho finto di cercare la felicità, e quando, involontariamente, davvero l'avevo trovata, ne ho subito reciso gli embrioni.
E’ finito il mio penoso vorticare e mi ritrovo sul fondo, seduta, con la testa fra le mani; appena la rivolgo verso l'alto tutto riprende a girare, girare, girare, sono ferma eppure precipito e non so come fare-come-come ho fatto a non capire...
Voglio per l'ultima volta cambiare. Non rimpiango di aver accettato questo male, e per quanto non riesca a capacitarmene, sono serena. Tutto è pronto per la svolta decisiva. Ho imparato ad essere forte e se ho questo calice di vino tra le mani è solo per portare con me il sapore dolce ed inebriante della vita che ho sempre sognato. Lo completerò con il verde veleno che ha colorato le mie azioni.
Buonanotte, luna, ma fa presto. Non t'accorgi che s'intravede ancora qualche stella più luminosa? Ecco che manca poco, sta sorgendo l'alba. Non appena il sole, cautamente, si leverà, dissipando questa brezza pungente, mi porterà con sé, nel cielo che piano piano si rischiara.
Sarò anche io una di quelle imprevedibili sfumature. |