Le parole nel the delle cinque

incontro  con  Claudio  Elliott


 

Claudio Elliott mi risponde in breve:

 

In che termini definiresti l'eredità che il Novecento letterario lascia
al nuovo millennio?

 

Il Novecento ha lasciato poco perché è da poco che se n'è andato: lasciamolo decantare, e poniamo la domanda tra quarant'anni (a me mi fate un fischio: avrò improcrastinabili impegni in un altro mondo). Oggi mi pare che l'Ottocento abbia dato di più, come corpo e come sostanza. Ma non parlo dell'Ottocento italiano, per carità. Già l'inizio del Novecento, Tozzi o Svevo, li trovo più stimolanti. Per la poesia il discorso è diverso, e amo senz'altro di più la poesia del Novecento (Penna, Saba, Sbarbaro - grande anche nelle prose - e Montale).

 

Tu, come scrittore di chi ti senti erede?

 

Erede? Per fortuna, di nessuno. Perché offendere i defunti?

 

Nella tua esperienza di scrittrice/scrittore che ruolo ha avuto l'appartenenza di genere: nella scelta dei modelli letterari; nel tuo percorso di selezione tematica e stilistica; nella ricerca dei tuoi destinatari ideali?

 

Questa sì che è una domanda difficile; essere uomo o donna, almeno per noi europei, non credo sia una discriminante. Diverso il caso in altri paesi (Sud Africa, per esempio, o India ecc.). Io scrivo essenzialmente per l'infanzia, e il mio modello è senz'altro Roald Dahl, ma non dimentico la lezione di Collodi e Lewis Carroll. Di mio, ci metto intrigo e mistero. Shakerare il tutto e alé!

 

Insegnare a scrivere, quanto e in che termini ha influito sul tuo modo di scrivere?

 

Insegnare a scrivere, a scuola e nel magnifico laboratorio di Potenza, mi ha insegnato a scrivere meglio. Ho preso dai corsisiti idee e parole (plagio!), e sviluppo meglio le mie storie. Come Antonella Cilento, sono diventato più prolifico e professionale: non passa giorno che non metta giù (o su, sul computer) svariate pagine. Sembrerà cretino, ma mi do delle scadenze: un tot di pagine al giorno. Se non ci riesco, ingrandisco i caratteri.
 

Vorresti definire sinteticamente per gli amici del club "Le parole nel the delle cinque" la tua idea di scrittura?

 

La scrittura dev'essere leggibile. Il lettore deve chiedersi: e ora? E quindi girare la pagina e rincrescersi di avere sonno. Una volta una mia amica lesse un mio pessimo romanzo (non per l'infanzia) e mi disse che lo leggeva per addormentarsi, la sera. Ci riesci?, le chiesi. Sì, mi rispose. Da allora ho cambiato genere.
 

Hai una o più domande da rivolgere a chi leggerà questa conversazione?

 

1) Scrivi per te stesso? Se sì, perché?
2) Scrivi per pochi intimi? Se sì, credi che siano davvero tutti così pazienti?
3) Scrivi per pubblicare? Se no, perché no?
Salutoni a tutti, anche a chi usa termini decostruzionisti (e che vuol dire?), ma cerca di accaparrare sostanza da Proust e Celine; è sulla "secrezione semantica della parola", di cui parla Livio Borriello, che ho dei dubbi!
 

Claudio Elliott ha arricchito di nuovi inerrogativi il nostro dibattito, e spero che i prossimi contributi ne tengano conto.