Laboratori

Penna inchiostro e calamaio

Piccolo ricettario di scrittura creativa a cura di Lorenza Colicigno

 

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Chi non ha almeno un blocco note nascosto in fondo ad un cassetto, al quale in qualche momento di gioia o di ansia, o in qualunque altra condizione psicologica, ha affidato un pensiero, esprimendolo con parole che non sarebbe mai riuscito a rivolgere a nessuno face à face, per lo meno con la stessa intensità ed autenticità? Chi non ha iniziato un diario, poi abbandonato in un angolo della casa? Chi non ha desiderato di emulare uno dei grandi scrittori di cui la storia del nostro Paese va orgogliosa, o semplicemente di sentirsene l’umile epigono? Chi, dunque, non ha sperato di trovare le parole giuste per fissare per sempre un momento della propria vita, o per dare voce al proprio immaginario? Il primo obiettivo di questa rubrica è proprio quello di farvi tirar fuori dal vostro cassetto, reale o immaginario che sia, quella frase, quella pagina di diario, quel raccontino cui avete affidato un istante della vostra vita, facendolo uscire dalla concretezza del fatto per portarlo, consapevolmente o meno, sul piano della finzione letteraria. Il secondo obiettivo è quello di fornirvi gli strumenti essenziali per assumere dinanzi alle vostre prestazioni di scrittori un atteggiamento critico. Ciò vuol dire che grazie a questa rubrica potreste scoprire, primo, di scrivere molto bene, secondo, di poter scrivere meglio, terzo, di non avere affatto il dono della scrittura. Nel primo caso potrete continuare a perseguire l’obiettivo del Nobel, nel secondo dovrete rimboccarvi letteralmente le maniche, nel terzo dovrete procurarvi parenti e amici tanto ipocriti da ascoltarvi volentieri, ovviamente tappandosi le orecchie di nascosto, o tanto onesti da dirvi di smetterla. Insegnando Italiano e leggendo molto, credo di avere accumulato nel campo della scrittura molta esperienza e qualche utile conoscenza; intendo quindi comunicarvi il succo delle mie ricerche, mantenendomi il più possibile lontana dai toni professorali, e comunque assicurandovi qualche onesta valutazione. Bene, aspetterò che le vostre pagine, finora chiuse nei fidati cassetti, proseguano il loro cammino nel mondo della scrittura, creativa o espressiva che dir si voglia, non più da clandestine, ma apertamente, o con l’orgoglio di situarsi in un punto, qualunque esso sia, della storia della letteratura, o con la consapevolezza di essere dettate soltanto dall’urgenza della comunicazione, senza alcuna pretesa letteraria. In un caso o nell’altro, il desiderio di comunicare, quando è spontaneo e autentico, merita sempre ascolto e risposte. A presto, dunque, con penna, carta e calamaio.
  Il vostro spazio  
Dal fondo del mio cassetto 
Aprire il cassetto della memoria e lasciar scorrere la mano sul foglio conduce a risultati molto diversi, e comunque interessanti. Alessandra Rosa cerca un ordine in un marasma di oggetti e nel classico mare di ricordi, cerca un ordine in un mondo di immagini e parole, che premono con urgenza. Sentiamo dietro il fondo lucido del suo cassetto premere soprattutto il desiderio di rintracciare i fili di storie interrotte, e di raccontarle. 
Apro il mio cassetto, e il concetto di totale confusione è subito chiaro ai miei occhi. Corde, cordicelle, giochini, pupazzetti, fili di lana, palline di vetro, lenti d’ingrandimento, sassi, scatoline, fumetti, vecchie fotografie, ed ogni altro tipo di oggetto dimenticato risale dal fondo della mia memoria. Ognuno di essi porta con sé un ricordo, d’infanzia e non, ricordo di vita perduto e ritrovato in un attimo. Li guardo, li tocco, li soppeso, dentro di loro vi è l’essenza del mio passato. Sono solo piccoli oggetti, molti di loro totalmente inutili, ma capaci di sprigionare emozioni spropositate, di rigenerare un mondo intero. E allora li guardo di nuovo, uno ad uno, soffermandomi su ogni più piccolo particolare, cercando di recuperare dai meandri della mia memoria l’occasione in cui ho riposto in quel cassetto sogni, speranze, desideri, frustrazioni, e quant’altro sia contenibile nel pugno di una mano. Poi, nel fondo più buoi del mio cassetto qualcosa scintilla. Scavo e scavo fra quei catalizzatori di ricordi a cercare l’oggetto scintillante, sicuramente il ricordo più bello. Non ci riesco, non riesco a trovare una fine su quella via verso i ricordi. No, ecco, vedo di nuovo lo scintillio. Sposto l’ultimo oggetto e vedo infine l’oggetto della mia bramosia: il fondo del cassetto, lucido e pulito, rimasto intatto dalla polvere, come il giorno in cui vi riposi la mia memoria. 
Alessandra Rosa
     
Maria Carmela Tetto lascia che dal cassetto si rovescino frammenti di storie intrecciate, lontane come la sua infanzia, eppure ancora in grado di produrre emozioni. Una foto, un libro, un nome, ci sono già tutti gli elementi di un racconto, che speriamo di leggere, prima o poi, nella sua compiutezza memoriale e strutturale.
Gli riapparve improvvisamente tutta l’infanzia passata lì nel casolare della zia costanza, in quel cassetto c’era il passato: le emozioni i dolori, presenti o non più. Prese una vecchia foto, era lui, a dieci anni con Nunzia, la figlia dei vicini. Anna, sua cugina, veniva al vecchio casolare d’estate, finita la scuola. Viveva a Lodi e si sentiva che era di città, conosceva cose che lui neppure immaginava, e poi Guido, l’amico per la pelle, con lui ne aveva fatte di corse, cacce ai conigli che lo zio Pasquale aveva liberato nel prato dietro la casa una sera che era ubriaco; mancava Giuliano, ma quel giorno era andato in clinica con il padre perché gli era nata una sorella, e la sera quando era tornato aveva detto a tutti che assomigliava al vecchio gatto di casa, non l’aveva presa per niente bene. Posò la foto e prese un vecchio libro, con il dorso mancante. Era Pinocchio, non era il suo, lo aveva trovato in una stanza, sulla seconda copertina c’era una scritta di color marroncino alquanto sbiadita “Rosa B. 1945”. Lo aveva letto nelle giornate di pioggia di tanto tempo prima, poi trovò un vecchio metro, era quello che la zia usava per vedere se era cresciuto ogni estate che andava lì. Ora non sarebbe bastato più.
Maria Carmela Tetto
     
Anna Laura Bobbi concepisce la scrittura come un omeopatico lenimento della fatica del quotidiano. La immaginiamo nel momento in cui si accomoda finalmente nel suo cassetto, come in una comoda rassicurante alcova. Anche se sappiamo, e lo sappiamo bene tutte noi, che saprà abbandonarlo, per fortuna, alle prime luci e alle prime responsabilità del mattino. Grazie, Anna Laura.
Scrivere, scrivere di cosa? Di oggi. Oggi, giornata grigia, faticosa e nuvola. Accidenti a me! Mi sono detta, mentre salivo le scale. Accidenti a me! Mi sono detta, mentre scendevo le scale. Accidenti alle scale, al lavoro, alla vita. Voglio riposare, leggere, scrivere, rimanere immobile, in tuta per una giornata intera, non uscire di casa e poltrire fra le mie cose care e riposanti.
Finalmente è arrivata la notte, mi sono seduta, ho letto e scritto. Finalmente ho aperto il mio cassetto e mi ci sono infilata dentro.
Anna Laura Bobbi
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