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Festa del libro a cura di A. S.U.D.

dal 24 al 27 maggio 2001 a Potenza 

Durante la Festa del Libro  il Laboratorio di scrittura creativa "Scriptavolant" con sede a Potenza ha tenuto i suoi laboratori in piazza Mario Pagano e nel Teatro "F. Stabile".

Una delle esperienze più interessanti è stato il laboratorio "Dalle immagini alla scrittura" con i bambini della scuola materna comunale di Via Adriatico di Potenza. Ai bambini, di cinque anni, sono state affidate delle immagini, di cui qui forniamo alcuni esempi, dalle quali sono stati invitati a trarre gli elementi fondamentali di un raccontino: il tempo, il luogo, il personaggio, l'azione. Essi hanno formulato brevi testi orali, che noi abbiamo volentieri trascritto.

Un giorno io e papà eravamo in macchina per andare a comprare qualcosa quando un signore arriva veloce con una macchina, non vede questo segnale che indica che c'è una curva pericolosa e va a sbattere vicino al segnale e lo fa inclinare.

Questa è la piccola storia inventata da Raffaele

Un incontro estemporaneo è stato quello con Enrico Brizzi, che, tra un autografo e l'altro, ha dichiarato, in uno scambio di battute con i nostri corsisti, che per i giovani aspiranti scrittori i laboratori di scrittura possono essere utili occasioni,

ma è più importante confrontare i propri lavori con amici fidati che condividano le stesse esperienze di scrittura e che, avendo magari una maggior esperienza, possono farci acquisire fiducia e senso critico insieme. 

Laboratorio in piazza con Sebastiano Vassalli. Per un'ora Sebastiano Vassalli ha risposto alle domande dei nostri corsisti sulla scrittura. 

In sintesi il nostro ospite ha affermato di considerare utili i corsi di scrittura creativa quando essi hanno un'impostazione laboratoriale, ha condiviso quindi il nostro metodo di lavoro, secondo il quale negli incontri settimanali si distinguono tre momenti: breve introduzione teorica e tecnica che offre stimoli tematici (es. Giochi di luce) o tecnici (es. l'incipit); attività di scrittura fluida; lettura dei testi prodotti in laboratorio, commento e approccio alla revisione.

S. Vassalli ha poi affermato di intendere la scrittura come presa di distanza dall'ispirazione, quando interviene la scrittura, infatti, - egli dice - l'esperienza è già lontana ed anche l'impatto emotivo con essa. Non si scrive dentro l'esperienza, ma fuori di essa. Egli contesta quindi l'idea romantica di ispirazione, per scrivere bisogna incontrare una storia umana da raccontare, un racconto che funzioni. I percorsi attraverso i quali si verificherà se il racconto funziona sono tanti, non esclusi quelli dell'editoria, spesso occorre un po' di fortuna nell'incontro tra il testo inviato e l'editor della casa editrice. 

 

dalla nostra inviata alla Festa del Libro, Tatiana Lisanti

Ascoltando Dorfles

Tv, obliteratrice di parole culturali. Sembrerebbe uno scenario apocalittico, ma per molti è solo il manifesto del medium più importante della seconda metà del '900, mezzo effimero per definizione, dalle immagini volatili e dai discorsi fluttuanti. Scatola magica amata e abusata dalla gran parte degli italiani, ha suscitato non poche polemiche presso gli studiosi che l'hanno spesso considerata uno degli strumenti di controllo sociale più efficaci nelle mani delle classi dirigenti per mantenere lo status quo. Ha infatti elevato il livello culturale di intere popolazioni, creato lingue nazionali, "ma non si può dire - sostiene Renato Parascandolo, direttore editoriale di Rai Educational- che abbia saputo o potuto svolgere un ruolo analogo tra le classi colte, in quanto la televisione ignora del tutto che cosa siano il rigore, lo stile e l'approfondimento". Ed eccoci al nocciolo del problema: come fare a conciliare la parola "cultura" con quella di "massa", propria, quest'ultima, dei mezzi di comunicazione della società industrializzata, prima, e di quella "globalizzata", ora. Pretendere quindi una televisione impegnata, è forse una forma di snobismo intellettuale? 
"Cattiva maestra televisione" è il titolo che Karl Popper, filosofo austriaco della scienza, aveva scelto per un suo volume sulla tv, pubblicato dalla rivista "Reset". Una requisitoria contro il mezzo televisivo, basata sul principio che una democrazia non può esistere a lungo se non viene messo a nudo il potere della televisione. Soprattutto una condanna alla violenza esibita in tv e agli effetti sui più piccoli. Un intervento che ha destato grande risonanza nell'opinione pubblica e affatto isolato nel panorama degli intellettuali di destra e di sinistra. Non meno duro, infatti, è stato l'attacco del linguista americano Noam Chomsky, che ha invitato tutti i cittadini dei paesi democratici a intraprendere un corso di autodifesa intellettuale per proteggersi dalla manipolazione dei mezzi di comunicazione di massa. Ma non manca chi definisce simili interventi, arcaici e demodé e giudica il "vituperato Auditel", strumento efficace di modernizzazione e di democrazia. Esisterà, allora, una via di mezzo da abbracciare tra la teoria degli intellettuali allarmati, o "apocalittici", e quella dei sostenitori della comunicazione di massa, o "integrati", di cui parla Umberto Eco nei suoi scritti? Lo abbiamo chiesto a Piero Dorfles, giornalista "ai più" noto come uno dei conduttori del programma televisivo di Rai tre, "Per un pugno di libri". Complice, "Bookmark", la festa del libro svoltasi a Potenza dal 24 al 27 maggio. "Vi sono esigenze di audience, e quindi di mercato, di cui non si può non tener conto se si vuole fare comunicazione di massa e non di élite", ci ha risposto Dorfles. "La tv e la gran parte degli intellettuali hanno rotto già da un pezzo. Unica soluzione è quella di proporre prodotti che accontentino i gusti della maggioranza, ma che non disturbino gli intellettuali". Dorfles esorta per questo a non rimpiangere la televisione che si faceva in Italia negli anni '50, quando esistevano due soli canali (Rai 1 e Rai 2) e si riusciva a proporre Pirandello e a conciliare cultura e intrattenimento con trasmissioni come "Lascia o raddoppia?" condotta da Mike Bongiorno e dietro la quale c'erano menti come quella di Gianni Vattimo, ordinario di filosofia all'Università di Torino. Un programma, quello appena citato, mandato in onda il giovedì alle 21.00, quando l'audience sfiorava il muro dei dieci milioni. La stessa trasmissione, infatti, verrà riproposta vent'anni dopo, nel '79, non raggiungendo, questa volta, ascolti significativi. Dorfles cita allora il caso della televisione inglese, l'unica in Europa che abbia tentato di fare cultura, finendo, così, per diventare noiosa e per pochi. E segnala inoltre la Germania e la Francia che invece sono riuscite a mediare tra le due esigenze e a fare della televisione un prodotto sufficientemente culturale, non volgare e soprattutto capace di assecondare gusti diversi. Un modello al quale, secondo Dorfles, deve tendere anche l'Italia, aiutata dall'aumento del numero dei canali a disposizione che consentono di rivolgersi ad un pubblico non più indifferenziato, proprio della tv generalista. Sono in crescita, infatti, i cosiddetti canali tematici, con target propri e programmi specifici. Si cammina, insomma, verso una televisione digitale, multimediale, internazionale e tematica. Ecco allora che si creano spazi per programmi culturali e pedagogici come quelli di Renato Parascandolo curati per Rai Educational o dell'Enciclopedia multimediale delle scienze filosofiche, frutto di un'alleanza tra due mondi tradizionalmente agli antipodi, quello dei mass media e dell'alta cultura, rappresentati dalla Rai e dall'Istituto Italiano per gli Studi filosofici di Napoli. 
E a chi propone la censura come rimedio al dilagare di prodotti culturalmente bassi, Piero Dorfles, citando Gustave Flaubert, risponde che gli effetti sarebbero gli stessi ottenuti dalla suocera di Madame Bovary che sperava di indurre quest'ultima a non cadere tra le braccia di amanti, vietandole letture che definiva "di evasione".

Testata RI~VISTA

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