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Pietro
PANCAMO da San Germini (TR) ci manda queste sue riflessioni da "artista
feriale" che contribuiscono ad arricchire il nostro dibattito.
Non sono che un povero autore sconosciuto. Definirmi erede di questo o quel grande del passato letterario italiano, mi sembrerebbe (allora) irrispettoso.
Tutt’al più, per contribuire a questo bel dibattito, posso discorrere (peraltro brevemente) di ciò che noi “artisti feriali” a tempo perso, siamo in realtà.
Commettono, in segreto, una vita ideale e si macchiano di poesia, rubando alla giornata crome di tempo: minuti provvisori che ognuno trascorre in atto di pensare, di soffrire, di sognare.
Ecco descritti voi, noi artisti feriali, per cui la vita reale è un espediente economico in attesa delle vacanze o della sera, quando, nell’intimità del riposo, ci diamo finalmente alle nostre passioni.
Il comico alle prime armi decide, dunque, di rimbrottare gli ordigni pericolosi e – "Su, non fare scorie!" – esclama, spazientito, alla bomba nucleare; il tenore dilettante s’inginocchia dinanzi all’amata e, recitando scherzoso l’opera inedita di un amico musicista, intona in lingua solfeggiata un’aria romantica e romanticona: "Donna che abbaglia non morde: v’adoro perciò. E spero, fedele, di non vedervi mai somigliare alla primiera mia moglie, che cinto m’avea il capo di corna lascive"; il filosofo impiegato, lontano da tutto ma non dai TG serali, che illustrano con pignola indifferenza disagi e tragedie, si domanda perplesso, pervaso da orrore in erba: "Perché Dio non esiste?". Poi, sconvolto da riflessioni desolate, si accascia sul balcone, raggomitolato contro la ringhiera e rantola guardando il cielo: "Dio, se ci sei, batti un tuono… ". È così che, durante il primo temporale estivo, si converte al politeismo antico.
Infine il poeta nascosto, da una vita diversa dall’arte, da un lavoro intrapreso per necessità, cataloga i propri sentimenti in ordine di sofferenza, dal più tetro al meno cupo: ed ogni poesia è la scheda segnaletica di colori smunti ed emozioni sfregiate.
Negli attimi di buon umore, come l’indiano poggia l’orecchio a terra, egli accosta la mano al petto e sentendo una vibrazione continua, riflette ammirato: "Il mio cuore ha un carattere milanese! È sempre in movimento, sempre in attività: perfino di notte, quando io dormo. È sonnambulo!".
Però, negli attimi d’ironia, il pensiero cambia: "Certo, il mio cuore – dice il poeta – dev’essere un gran disperato. Fa come gli uomini pazzi e furiosi: passa la vita a picchiare la testa contro le costole, fino a spaccarsi… ".
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