Premio letterario

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" PAROLA DI DONNA" patrocini

II° premio letterario on line

Premiazione edizione 2002

Aula Magna Scuola Media G. Leopardi Potenza 27 marzo 2002 Comune di
Potenza 
Provincia di
Potenza

CIRA ALMENTI

Opera segnalata per la Sezione Opera inedita con contaminazione di generi e linguaggi

MOLTO PRIMA DI ATLANTIDE

ovvero "L'origine delle cinque stirpi nell'isola delle Cinque Terre con particolare riferimento alla stirpe azzurra" di Suzanne Filokalia Sofia Pinolos, saggio pubblicato in tre parti sui Numeri 2345, 2346 e 2347 di "Astrusia" (31.2.1987, 31.3.1987, 31.4.1987)

a cura di Lagorizusa Edelweiss

Prefazione della curatrice
Citazione iniziale
Introduzione
Capitolo primo: Il malinteso originale
Capitolo secondo:Il tentativo
Capitolo terzo:Le consolazioni della filosofia
Capitolo quarto:La civiltà cinese
Capitolo quinto:La differenziazione
Capitolo sesto:L'era settenaria
Capitolo settimo:Timore e tremore
Capitolo ottavo:La fuga di Bach
Capitolo ottavo bis: L'incidente di frontiera
Capitolo nono: Quoziente dieci
Capitolo decimo:Lassù qualcuno ci ama
Capitolo undicesimo: Civiltà e regresso
Capitolo dodicesimo: Nel giardino di Selebik - il SI - il rito degli pseudoneurotteri - la conoscenza
Conclusioni
Citazione finale
Appendice
Bibliografia

PREFAZIONE 

Ho trovato il presente saggio della dottoressa Pinolos sotto due metri cubi di altri scritti mentre cercavo tutt'altro nell'archivio centrale dell'università di Valle Buia (UVB). Avevo deciso proprio in quel momento di lasciare per sempre il mondo accademico, andarmene dall'isola ed eventualmente farla finita, ma dopo aver letto "L'origine delle sei stirpi" cambiai idea. E così, invece di uscire dalla finestra del sesto piano, come avrei fatto se non mi fosse capitato fra le mani l'articolo in questione, lasciai l'archivio passando per la porta, comprai un modem per il mio computer e mi ritirai a riflettere nella mia casetta di Tetrailuhr.
Da allora ho raccolto molti metri cubi di materiale sulla storia, i miti e le leggende della nostra isola. Ho setacciato archivi, biblioteche e pagine web, ho intervistato nonne, bisnonne e vecchie zie e ho cercato per solai e per cantine le opere di Icar El Atmin, il profeta mezzo silfo che dopo eoni di silenzio tornava a parlare attraverso gli articoli di Astrusia.
Nel nostro piccolo mondo che l'ultima guerra di Valle Buia ha ridotto in frantumi e che ora andiamo ricostruendo come un mosaico, mescolando tessere nuove e tessere vecchie, il destino di un mezzo silfo non è più una tragedia come lo fu quello di maestro Icar. La guerra ci ha lasciati in pochi e per la maggior parte creoli, meticci, quarti-di-negro, mezzi silfi e mulatti. Senza una maggioranza uniforme a cui paragonarsi, nessuno ha più bisogno di cambiar colore con iniezioni cancerogene di pigmenti. 
Ancora tre anni fa nel principato di Etmaa vigeva l'infame statuto Blummendal con le sue otto leggi di segregazione. In Atatern Il Ministero dell'Opinione Pubblica fomentava con ogni mezzo i pregiudizi etnici; la giustizia zrinelahndese condannava a sei-sette anni di lavori forzati chi uccidesse un silfo, mentre chi uccidesse un mezzo silfo se la cavava con una multa che con l'i.v.a. e le marche da bollo ammontava a circa quattrocento pierini (centocinquanta euro). Ora Etmaa non esiste più, i due regni di Valle Buia sono usciti dalla storia; davanti alla nuova costituzione del Regno Unito delle Cinque Terre non c'è né gnomo né silfo, né donna né uomo, né gatto né cane.
Quanto alla nostra autrice, Suzanne Filokalia Sofia "Susy" Pinolos non ha l'abitudine di inzuccherare le parole né di perdersi in silenzi inutili. "Dove passa combina guai!" - Ebbe a dire il professor O'Cysp, rattologo di Hardvard. A dimostrazione di ciò basti ricordare il fato di "Astrusia", una rivista moderatamente alternativa e senza velleità rivoluzionarie, che alla venerabile età di centoventisette anni riuscì a dar fastidio alle autorità e fu sospesa. Il motivo? Lo sappiamo tutti: Astrusia pubblicava a puntate gli scritti della Pinolos. 
Nell'università di Valle Buia era vietato ridere e fare giochi di parole; il divieto era più che mai rigoroso nella facoltà di scienze umoristiche dove, forse per un errore burocratico, alla dottoressa Pinolos era stata affidata la cattedra di umorismo applicato. Quello che faceva della famosa, o famigerata, umorista-psicologa-linguista la spina nel fianco del mondo accademico isolano, era il fatto che i suoi libri, perennemente all'indice, facevano impazzire gli studenti e rendevano incandescenti le fotocopiatrici. In quei libri l'umorismo non era un cadavere da dissezione ma un organismo vivente, libero nel suo ambiente naturale e tutt'altro che mansueto. Come se ciò non bastasse, le lezioni di "Pinolina" si dovevano tenere in aula magna, dove gli studenti stavano in due su una poltrona, in ventisette su uno scalino e in quarantacinque su un davanzale. Le loro risa disturbavano il rettore, così alla fine le autorità preposte notificarono alla dottoressa Pinolos che non era più un'ospite gradita. 
Le associazioni studentesche proclamarono lo sciopero generale quando arrivò la notizia che la loro beniamina era tornata ad insegnare nel natio Bitteschönburg. A questo fecero seguito scandali, accuse e recriminazioni; il segretario del vicerettore dovette dimettersi. Gli allievi più devoti invece si diressero verso l'ufficio per le relazioni internazionali. Si formò presto una tal fila che, per evitare disordini, l'ufficio si dovette aprire. Ogni volta che uno studente vinceva l'ambita borsa di studio Mirandolus per l'università Karl Johann Leopold Alexander Friedrich Maximilian di Witzenfeld nel Bitteschönburg, si poteva star certi che di lì a poco una valanga di "cassette di Susy" da riprodurre si sarebbe rovesciata sui laboratori linguistici dell'UVB. Per non essere da meno delle fotocopiatrici, anche i registratori fondevano come cioccolatini al sole.
Oggi in tutte le Cinque Terre non abbiamo che una sola vecchia fotocopiatrice europea; ce l'hanno regalata gli amici di Witzenfeld. Non ci sarà bisogno di fonderla fotocopiando libri proibiti perché non ci sono più libri proibiti da fotocopiare - li stiamo pubblicando. Attraverso uno studente di Witzenfeld ho ottenuto (gratuitamente) il permesso di includere "L'origine delle cinque stirpi" in questa collana sui tesori perduti della nostra isola. In seguito Pinolina stessa mi ha fotocopiato due operette inedite di Icar el Atmin custodite negli archivi della Sedia di Taddeo: l'"Akimelop-Elibirrhet" e il "Surikotraz-amil-Katarifrastikon". La traduzione dall'arameo pasquese è già a buon punto e spero di poter pubblicare almeno il Katarifrastikon entro l'anno.
La nuova facoltà di scienze umoristiche sarà la prima ad essere inaugurata, una volta compiuti i lavori di ristrutturazione dell'università internazionale di Tlaz, e Susy Pinolos ci ha promesso un corso di dieci lezioni per il prossimo anno accademico. Qualcuno dirà che nell'università appena ricostruita di una città appena ricostruita, dove ancora bruciano i roghi funebri, ci sono cose più importanti da fare che aprire una facoltà di scienze umoristiche. La vita va presa sul serio, mi diranno i più seri fra noi, ma io dirò loro che prendendo la vita sul serio si dichiara guerra agli stati vicini per un cucchiaio d'oro, si esce dagli archivi del sesto piano passando per la finestra e si fa divieto ai mezzi silfi di frequentare le scuole pubbliche e usufruire dei mezzi di trasporto. Per non commettere più simili eccessi di serietà una delle cose migliori da fare è ascoltare Susy Pinolos.

Tlaz, 13 marzo 1999 
Lagorizusa Edelweiss, primo ministro del Regno Unito delle Cinque Terre

Suzanne Filokalia Sofia Pinolos

L'ORIGINE DELLE CINQUE STIRPI NELL'ISOLA DELLE CINQUE TERRE, CON PARTICOLARE RIFERIMENTO ALLA STIRPE AZZURRA

Citazione iniziale

Tutto ciò che è iniziato è finito; anche voi, se vi iniziassi, finireste.
Perciò non vi inizierò e non potrete raccontare in giro di essere iniziati, adepti, discepoli e via discorrendo.
Un muro di nebbia alto seicento cubiti nasconde i misteri agli occhi dei mortali; colui che dissolve la nebbia, per quanto lo attendiate, non verrà.
Come potrebbe venire quello che è sempre stato qui? In realtà non ci sono misteri e nemmeno realtà."
(Icar El Atmin, Cantico Lilla, stanza nona)

INTRODUZIONE

Quel golfo del Mar delle Orche che volge a settentrione fra tre catene non interrotte di pullman turistici, fu abbandonato dalle orche nel 1930: infastiditi dal luccichio dei teleobiettivi, circa mille cetacei emigrarono nel delfinario di Ohau, dove i turisti le seguirono abbandonando il mar delle Orche al suo destino. E' appunto nel Mar delle Orche, fra Squilla e Turiddu, che è situata l'isola delle Cinque Terre. L'isola prende nome da cinque nazioni sulla cui storia molto è stato scritto e molto rimane da scrivere; per ora ci limiteremo a un breve accenno.

Due regni abitati da stirpi umane, i Buoni (regno di Atatern) e i Cattivi (Zrinelah), si combattono dai tempi di Platone (1) che, fra una battaglia e l'altra nell'interminabile guerra degli gnomi contro Etmaa, cercava invano di far da mediatore. Etmaa è un territorio a nordovest, popolato dai silfi azzurri e governato da un principe eletto tra i figli cadetti delle due famiglie nobili più in vista: i von Quick e i von Quack. Il regno montano di Arak, abitato da aborigeni di antica razza nera, rimane da più di diecimila anni neutrale nelle sue impenetrabili foreste. I negri (2) di Arak sono alti in media un metro e novantasette, biondi come pulcini e muscolosi come pantere. Per ragioni che gli storici non hanno ancora chiarito né uomini né silfi né altre genìe li hanno mai infastiditi. 
Le cinque stirpi delle Cinque Terre sono dunque (in ordine alfabetico):

- gnomi
- negri
- silfi
- umani B (buoni)
- umani C (cattivi)

Per far luce sulle origini delle cinque stirpi summenzionate dovremo risalire molto addietro nel tempo, oltre le fonti scritte, oltre i resti archeologici, oltre i confini della memoria individuale e anche di quella collettiva. Dovremo addentrarci in un territorio inesplorato come i fondali oceanici, dove le più strane creature ci faranno da guida. Seguendo nel buio i pesciolini luminescenti degli abissi ci si può perdere, ma perdendosi, a volte si arriva in un luogo più interessante di quello dove si stava andando.

La ricerca storica sugli eventi anteriori alla rovina di Atlantide è frammentaria; ci siamo serviti perciò degli strumenti di diverse discipline quali l'archeologia sociale, la linguistica non euclidea, la storiografia molecolare, la teosofia sperimentale, l'epigrafia batteriologica e l'occultismo analitico. Il nostro approccio è rigorosamente scientifico, ma volendo scrivere un'opera divulgativa le abbiamo dato la struttura di un racconto. A far da filo conduttore nella nostra carrellata sulle tumultuose vicende di undici ere ontologiche, saranno le imprese degli esseri di luce, i misteriosi visitatori ultrafisici che, secondo la scuola mistica icariana, vegliano sulle stirpi pensanti del nostro pianeta. Il loro compito è cercare, con la massima discrezione, di aiutarci. Se nessuno dei tanti disastri che abbiamo combinato finora si è trasformato in catastrofe, lo dobbiamo agli esseri di luce che lavorano incessantemente per noi senza aspettarsi nulla in cambio.

Nella narrazione ho seguito quasi pedissequamente le mie fonti esoteriche, ovvero i " Racconti del Carro-fiore" (4) compilati dal mistico mezzo silfo (3) Icar El Atmin nel quarantaquattresimo secolo e rimasti finora inaccessibili al grande pubblico. I "Racconti del Carro-Fiore" furono continuati dopo la disincarnazione di El Atmin dalla sua discepola Avit Molo e successivamente dai discepoli di lei, e coprono complessivamente quattro eoni di storia delle stirpi pensanti del pianeta Terra. Purtroppo non disponiamo di documenti coevi paralleli che possano confutare o comprovare la versione dei fatti data da El Atmin. 

Come ho detto poc'anzi, l'obiettivo della nostra immaginaria telecamera scorrerà sugli eventi di undici ere della storia delle stirpi pensanti, da quando gli antenati dei nostri antenati cominciarono a pensare fin quasi al giorno d'oggi.

Qui di seguito troverete elencate in ordine di apparizione le undici ere ontologiche con la rispettiva durata.

Le ere ontologiche del pianeta terra

nome

durata (anni)

inizio 

(anni) Prima Dell'Anno Corrente - PDAC -

Precarpiano

3,0

rinocerontiliardi

11,0

balenilioni di anni di anni 

Teleozoico

2,0

elefantiliardi

6,5

balenilioni

Sideriano

1,0

rinocerontiliardo

4 ,0

balenilioni

Calandrifero

1,5

mastodontilioni 

10,0

elefantiliardi

Brios

3,0

rinocerontiliardi

8,5

elefantiliardi

Modiglianiano

8,0

ippopotamila

5,0

elefantiliardi

Neroniano

7,0

ippopotamila

1,0

gigantilione

Primiano

6,0

ippopotamila

6,0

rinocerontiliardi

Secondiano

1,5

bufalioni 

10,0

bufalioni

Terziano

3,0

ippopotamila

5,0

bufalioni

Quartiano

Era attuale

ippopotamille

Dal 1897 dell'era attuale l'isola delle Cinque Terre è collegata via traghetto con tutti i porti dell'Asia centrale, ma nel Precarpiano non esistevano traghetti né porti e nemmeno l'Asia centrale. A questo punto è bene precisare che, riferendoci a un'epoca tanto remota, non parleremo certo delle cinque stirpi in senso odierno bensì dei loro remotissimi antenati, la cui memoria si è persa nella notte dei tempi. Abbiamo così i protosilfi, i protoumani B (buoni) e C (cattivi), i protognomi e i protonegri. Oltre a queste cinque protostirpi esistevano, ma non sulla nostra isola, protocinesi e protofrancesi. (5) 

All'inizio del Precarpiano, undici balenilioni di anni fa, il mare era tiepido e denso, la terra era come un budino e il calore che scaturiva dalle viscere del giovane pianeta faceva evaporare diecimila tonnellolitri d'acqua al secondo per unità di superficie, acqua che ridiscendeva ben presto da dov'era salita sotto forma di pioggia torrenziale, che però evaporava prima di toccar terra. Le eruzioni vulcaniche si susseguivano al ritmo di una a settimana, ma a causa della diversa velocità di rotazione del pianeta la settimana durava sette ore, un'ora trenta minuti, un minuto sei secondi e un secondo due mesi e cinque giorni. L'isola delle Cinque Terre, che allora era una sola grande fanghiglia, era abitata in prevalenza dai lontani progenitori dei silfi, chiamati protosilfi già dal von Betrüger (von Betrüger 1954, pagg 731-32). Con il passare delle ere ontologiche i silfi andarono diminuendo; oggi sono considerati una stirpe in via di estinzione e l'UNERCF (United Nations Endangered Races and Cultures Fund) ha lanciato una campagna per salvarli. Quali siano le cause della debolezza genetica dei silfi è un mistero, ma finché abbiamo silfi tra noi vale la pena approfondire le nostre conoscenze sull'ultima stirpe azzurra del nostro pianeta.

A differenza dei silfi odierni, i protosilfi non erano azzurrini (6). A loro volta i protonegri non erano scuri di pelle e non si distinguevano per le loro famose chiome bionde, anzi erano piuttosto calvi. I protognomi non erano più bassi degli altri e i protouomini, B o C che fossero, non erano particolarmente aggressivi. Erano però ciechi, come tutti gli altri, per mancanza di occhi, e avevano, come tutti gli altri, una forma molliccia e tondeggiante che ricordava quella delle pere Pagnottone. Gironzolavano lentamente per il mondo con l'aiuto di un'antenna cervicale che gli permetteva di orientarsi nella fitta nebbia. Nel camminare facevano tutti cic-ciac senza distinzioni di classe, razza, religione o sesso - che fra l'altro non avevano; si riproducevano infatti per gemmazione, o, se lo desideravano, per spore. Dormivano ritti sulle estremità inferiori, che in un lontano futuro sarebbero diventate piedi e si nutrivano di acqua calda e frutti spappolati di jujubba.

I fatti che abbiamo ricostruito con l'ermeneutica comparativa (7) non piaceranno a tutti; anzi, qualche silfo insinuerà che ci paga il ministero delle diffamazioni della Repubblica Platonica. È un insulto più che gratuito: i silfi sanno benissimo che lo gnomo non paga e lo hanno sempre saputo, anche quando noi umani B non lo sapevamo ancora. Dice infatti la leggenda che proprio un conto non pagato abbia scatenato la prima battaglia tra silfi e gnomi. Un'altra leggenda parla dell'amore proibito di Styrox von Quack per la principessa Strepitina von Quick, fidanzata ad un principe gnomo. Nel 1960 il dottor T.Y. Vispilä dell'università di Helsinki cercò invano di far luce sulle origini del conflitto gnomo-silfo con un inchiesta cui parteciparono mille volontari di cui 507 gnomi e 493 silfi. In appendice troverete una parte dei risultati ottenuti dal dottor Vispilä e dalla sua equipe.

* * *

Note 

1) Ci riferiamo al re Platone primo, fondatore della repubblica degli gnomi. La repubblica prese il nome del fondatore e viene chiamata ancora oggi "la Repubblica Platonica", "la Repubblica di Platone" o semplicemente "la Repubblica", essendo l'unica repubblica nelle Cinque Terre. L'antico nome del paese, Amtee, non viene usato più nemmeno dagli gnomi, se non qualche volta negli editti e nelle ordinanze emessi dal parlamento.

2) Gli arakiani, ovvero i "negri di montagna", non sono imparentati con i "negri di pianura" che vivono oltre il Mar delle Orche; questi ultimi sono semplicemente una sottostirpe umana al pari di quelle caucasica, prealpina, sierramorenica, mugello-europea etc.

3) Una traduzione integrale dell'opera è in corso di pubblicazione.

4) Si dice che Icar El Atmin fosse un mezzosangue silfo-gnomo, forse l'unico in tutta la storia documentata delle Cinque Terre. Se questo fosse vero, la teoria di Antonio Atroce sugli effetti collaterali (vedi cap. nono) andrebbe riveduta. Troverete ulteriori informazioni sui mezzi silfi nella nota 6 al capitolo undicesimo.

5) Secondo Alberich von Bestimmt e Mime Wirbelblatt, queste ultime due protostirpi facevano parte in realtà di uno stesso gruppo, piuttosto instabile, che si riunficò verso la fine del Sideriano per dividersi ancora intorno alla metà del Calandrifero.

6) Il colorito azzurrino dei silfi è dovuto probabilmente alla pseudoneurotterofagia (=alimentazione a base di libellule) da essi praticata nel Primiano (vedi cap. undicesimo). Alcuni studiosi spiegano il fenomeno con un apporto di geni extraterrestri agli albori del Neroniano.

7) Per mancanza di reperti inorganici accanto allo scheletro di lucertola su cui si sarebbe potuta basare la datazione al radiocarbonio. 

Capitolo primo

IL MALINTESO ORIGINALE

Il carro di luce planava dolcemente sulla piana fangosa dissipandone le nebbie con tre getti di fiammma smeraldina. I protosilfi associarono il fenomeno a una delle tante eruzioni vulcaniche e senza lambiccarsi il cervello - che non avevano -si allontanarono. Il carro di luce atterrò dolcemente sulla piana fangosa, in silenzio, e invece di calare la passerella come fanno gli UFO moderni imitando gli aerei di linea, si aprì tutto come un fiore. Un essere di luce dai lunghi capelli d'oro scese a terra; peccato che i protosilfi non vedessero niente! Con la loro antenna percepirono soltanto qualcosa che sfiorava appena il fango senza fare né cic né ciac. Uccelli acquatici con cui fare paragoni non ne avevano - ma avevano dei funghi cannibali che strisciavano nel fango mangiandosi tra loro. Quando i protosilfi, non più protosilfi ma silfi, ebbero lingua e un po' di cervello per tramandarsi miti e leggende, chiamarono "serp" tali piantine, indicando con lo stesso nome anche vermi, anguille, bisce e ogni altra cosa che ai tempi del grande fango non avrebbe fatto né cic né ciac. Così l'essere di luce si chiamò Serp. 
Il suo nome il realtà è Soetemorp, che in greco inverso vuol dire "portatore di frutta", ma nella forma originale egiziana significa "testa fra le nuvole"(1). Da tempo Soetemorp ha smesso di aggirarsi per questa valle di lacrime, ma se, guardandoci per sbaglio dall'alto di un fiore luminoso, gli cade l'occhio sui nostri libri sacri o sui nostri libri di storia, geografia e scienze, gli sfugge un sospiro profondo che scende sull' Asia orientale e si trasforma in quella brezzolina di levante profumata ai fiori di ciliegio che è l'anima del Giappone. 

* * *

Note al primo capitolo

1) La forma egiziana del nome del portatore di frutta, è Soet-ete-morbh (papiro di Cannabis, riga 93).
Sur o sôer, ovvero, per arrotondamento di compenso, sôet, significa "su"; tète oppure ète indica la testa e morbh sta per "nuvola", la quale è soffice o morbida. 

capitolo secondo

IL TENTATIVO

Soetemorp si avvicinò lentamente ai protosilfi. Portava in dono un frutto raro e prelibato che non cresceva ancora sulla Terra: l'albicocca silvestre, con l'aiuto della quale sperava di attivare negli antenati della stirpe azzurra la facoltà latente che le sette stirpi erano pronte a sviluppare per divenire sette stirpi pensanti. Una missione di portata cosmica che il nostro amico si era sobbarcata per puro idealismo. 
Se non fosse stato l'idealista che era non lo avrebbero chiamato "testa-fra-le-nuvole", e se non avesse avuto nuvole per la testa avrebbe lasciato perdere al primo tentativo. Per primi aveva tentato infatti i protonegri, con un'arancia, che quelle creature lattiginose gli avevano subito rilanciato a colpi d'antenna. Attraversata la testa immateriale di Soetemorp senza danni, l'arancia aveva fatto un buco nel sacchetto di carta con cui l'essere di luce voleva riprenderla al volo ed era affondata nel fango. Ad onore dei protonegri va detto che, appena Soetemorp se ne fu andato, si misero tutti a cercare l'arancia perduta. Non la trovarono, ma in queste cose partecipare è più importante che vincere.
I protoumani avevano ricevuto un pomodoro, l'avevano mangiato e avevano cacciato via Soetemorp gridando: "Uno straniero! È venuto a portarci via la jujubba e spacciare la droga!" 
I protognomi avevano messo la loro anguria sotto cenere, riservandosi di mangiarla più tardi, ma sotto la cenere c'era una colata di lava che aveva incenerito anche l'anguria. I protognomi erano rimasti terribilmente delusi e si erano convinti che Soetemorp fosse un imbroglione. 
"Peggio di così non può più andare" pensava l'essere di luce allontanandosi dal carro-fiore. 
Giunto nei pressi di una protosilfa (1), Soetemorp la salutò telepaticamente come si usava allora: "Buondì, madama, come va?"
"GU." fece colei che d'ora in poi viene chiamata dal mito 'Oiaugehc', vale a dire: 'Serp le rivolse la parola'.
"Ehm...che si dice di nuovo qui da voi?"
"GU." gli rispose lei, e cominciò ad allontanarsi: cic - ciac. Per un momento il portatore di frutta si sentì cadere dalla poltiglia nella pece: Oiaugehc nemmeno gli aveva chiesto: "Chi sei e che vuoi?!" come aveva fatto invece quella famosa Adama che si era incuriosita, aveva mangiato il pomodoro e aveva coperto Soetemorp d'insulti. Ma una missione è una missione; quella poi non era una missione, era LA missione, e perciò il serp, deciso a sopportare fino in fondo le bizze dei suoi protetti, seguì a ruota Oiaugehc.
"Mi scusi un attimo signora, se permette vorrei offrirle questo frutto delizioso..." 
L'effluvio dell'albicocca fece il suo dovere e Oiaugehc allungò un'estremità, seppur con l'aria di star facendo a Soetemorp un grandissimo favore. Qui la protosilfa percepì qualcosa di insolito: l'albicocca non somigliava alla solita acqua fangosa né ai soliti acquosi frutti di jujubba: A uguale ad A; A diverso da B. Nella cavità che la protosilfa aveva al centro della testa si produsse una scintilla, poi un'altra, poi un'altra ancora e Oiaugehc rimase a lungo imbambolata, come se una tegola l'avesse colpita in testa. Soetemorp trattenne (simbolicamente) il fiato. Nel cranio molliccio della protosilfa stavano nascendo due realtà fondamentali per tutti i milioni d'anni a venire: 

A) il primo mal di testa; 

B) il primo neurone cerebrale.

Dopo qualche ora Oiaugehc si riscosse e parlò: "Le novità non mi interessano, questa roba non l'ho mai mangiata e non vedo perché dovrei mangiarla adesso."
Così dicendo lasciò cadere l'albicocca. 
Si avvicinava intanto un protosilfo che non era il marito di Oiaugehc per il semplice fatto che i protosilfi, oltre a non avere sesso, non si distinguevano nemmeno uno dall'altro. Erano tutti come un solo protosilfo, sicché quanto era accaduto nella testa di Oiaugehc era accaduto simultaneamente in tutte le altre. 
Da quel momento in poi ciò che accadeva in una testa smise di accadere in tutte le altre; di lí a poco i protosilfi avrebbero avuto mogli, mariti e liti. 
Il protosilfo a cui con questa chiacchierata abbiamo dato il tempo di avvicinarsi a noi si chiamò dunque Aiggannam, che significa 'il marito di Oiaugehc' anche se non lo era. Fu Aiggannam a raccogliere dal fango il frutto profumato e a trangugiarlo. Si accorse che era più buono della jujubba.
"Dammene un altro" disse a Soetemorp.
"Non ne ho più."
"Ma io ne voglio un altro!"
"Bisogna andare a raccoglierlo."
"Allora non lo voglio."
Aveva mentito.
La mente era appena entrata nelle teste vuote dei protosilfi e già lavorava a pieno ritmo. Attorcigliandosi una ciocca d'oro al dito indice sinistro, l'essere di luce cominciò: "Bene, ora che conoscete la differenza fra l'albicocca silvestre e la jujubba potrete rendervi conto che.." 
"Uffa!" sbottarono in coro le due pere.
"Quand'è che te ne vai?!" tuonò Aiggannam agitando l'antenna.
"Ci sei venuto a noia!" sibilò Oiaugehc.
Soetemorp tacque e fece lentamente dietro-front. 

* * *

Note al secondo capitolo

1) Il von Betrüger (op. cit. pag 264) chiama convenzionalmente protosilfe quei protosilfi che si riproducevano preferibilmente per gemmazione.

capitolo terzo

IL CANTO DEL PILOTA

Sfiorando mestamente la distesa fangosa lasciava errare lo sguardo fra le nebbie di quel paradiso terrestre: qua e là monticelli di cenere bagnata interrompevano l'uniformità della livida poltiglia; si udiva in lontananza il brontolio di uno dei tanti vulcani che punteggiavano la giovane faccia della Terra. Soetemorp stava per risalire sulla nave-fiore quando il suolo tremò con violenza. Protosilfi e nuvole di fumo nero gli vennero addosso rotolando. Ciò non dava fastidio all'essere di luce, che non ha un corpo di materia fisica su cui gli oggetti fisici vadano a sbattere, ma vedendo le pere in preda al panico sentì il cuore affondargli in quel pantano che d'ora in poi si chiamerà "valle di lacrime". Non che i protosilfi non avessero mai rotolato: eruzioni e terremoti erano all'ordine del giorno, ma questa era la prima volta che se ne rendevano conto. Di lì a poco le trombe d'aria avrebbero aperto una falla nella pesante coltre nuvolosa e una spada fiammeggiante si sarebbe abbattuta sui nostri padri seminando ustioni e scottature. Molti raggi di sole avrebbero baciato la Terra - con grande gioia della Terra e gran dolore dei nostri padri - prima che i loro corpi si adattassero ai cambiamenti di quell'autunno di Precarpiano. Ma senza il dono di Soetemorp: l'adattabilità pressoché illimitata della mente, saremmo tutti morti, spariti dalla faccia della Terra senza dolore e senza pensarci su; invece siamo ancora qui a cercare di far sparire la Terra e ancora non ci siamo riusciti.
Cic-ciac. L'essere lucente salì pian piano sulla nave-fiore. Tra i petali una voce melodiosa cantava "La montanara". Si interruppe bruscamente e chiese: "Che hai fatto, Sop? Che passo pesante! Ti sei incarnato? Non ti ho mai sentito fare cic-ciac."
"Ho fatto un guaio, Sirk."
"Sei anche capace di fare guai?"
Soetemorp confidò ad Anh-Sirk, il pilota, le sue pene e Anh-Sirk si fece una risata.
"Perché te la prendi, vecchio mio? Non ricordi che bei poponi molli eravamo noi settecento strilioni di ere astrologiche fa? Quando venne Anavrin a portarci un mazzetto di ciliegie gli tirammo dietro i nóccioli e tu, se ben ricordo, miravi come se avessi avuto gli occhi. Infatti un eone e mezzo dopo, quando ci ritrovammo nell'esercito dell'imperatore Terzi dodicesimo, eri primo arciere e facevi secco un povero diavolo a novanta capriole di distanza. Facesti secchi tutti gli avversari politici di Terzi e alla fine, sopraffatto dal rimorso, facesti secco anche Terzi e ti suicidasti. Ottocento anni dopo eri una madre di famiglia e militavi in una setta avvenirista. Durante le vostre riunioni-fiume pregavate a gran voce il dio degli antenati di riprendersi il cervello che vi aveva dato senza insegnarvi a usarlo. Il vostro inno si intitolava "Fa di me un'ameba", lo avevi scritto tu e ne andavi giustamente fiera. Ci hai messo la bellezza di novantatremiladuecentododici elefantiliardi di incarnazioni ad imparare come si gestisca la mente senza far danni e solo un balenilione di vite dopo hai avuto il gentile pensiero di fare un salto nel settimo universo sopracosmico per ringraziare Anavrin di quel mazzetto di ciliegie."

Soetemorp sospirò. Anh-Sirk era un ottimo essere di luce: generoso, disponibile, paziente... aveva un solo difetto, quello di aver ragione anche quando sarebbe stato più discreto avere torto.
"Oggi a me domani a te - proseguiva intanto il pilota - la mente prima o poi capita a tutti fra capo e collo. Qualcuno doveva assolutamente venire a fare l'allacciamento perché proprio adesso, come sai, questa gente ne aveva bisogno. Passeranno i loro guai come li abbiamo passati noi e un giorno o l'altro ti verranno anche a ringraziare - questo non ha importanza ma comunque... Animo, Soetemorp, andiamo a illuminare le pere molli a sud della Tetide!"
In Protofrancia (il territorio a sud della Tetide, chiamato Protogallia dal von Betrüger e Protofrancia dal von Bestimmt) le cose non andarono meglio che altrove: i protofrancesi gettarono subito le basi della grand-cuisine confezionando tortine di fango alla banana e gettandole addosso a Soetemorp, dopodiché toccò ai protocinesi. 

capitolo quarto 
LA CIVILTA' CINESE
(........)
capitolo quinto
LA DIFFERENZIAZIONE

La mente, accompagnata e seguita da un neurone e dalla sua prima sinapsi, che dette subito origine ad un altro neurone, era dunque entrata nelle vite dei nostri padri. Niente sarebbe più stato come prima. I protoesseri cominciarono istantaneamente a differenziarsi per razza, età, religione, lingua e sesso. Apparvero protogiovani, protovecchi e protobambini; protoebrei, protomussulmani, protoprotestanti, protocattolici e soprattutto protomaschi e protofemmine. Noi diamo già per scontata la piccola differenza tra queste ultime due categorie, ma i nostri padri, che non sapevano ancora bene cosa fosse una differenza, ci misero mezzo milione di anni ad imparare che una femmina è una femmina, ma un maschio è un maschio. Allorché la prima sinapsi venne a scombussolare le loro vite, i poveretti erano ancora pere molli che si riproducevano per gemmazione o tuttalpiù per spore. Quelli che preferivano le spore cominciarono improvvisamente a sviluppare una specie di borsa per contenerle e poi un organo diffusore simile ad un piccolo innaffiatoio con cipolla, che se ne stava ben nascostosotto una delle tante pieghe della loro morbida pelle. Ai proprietari di detto organo era tutt'altro che chiaro cosa dovessero farne, e a dire la verità lo trovavano un po' scomodo. Gradualmente capirono che bisognava innaffiarsi i piedi con le spore, fertilizzando così le zone basse del corpo, da cui cominciava a crescere una giovane pera. Ma verso la metà del Teleozoico, accorgendosi che dai propri piedi non spuntava più nulla, i portatori di innaffiatoio intuirono che dovevano irrorare i loro simili, e per la precisione quelli senza innaffiatoio. Chi aveva le spore doveva però dimostrare di averle, altrimenti nessuno stava fermo e buono ad aspettare che l'innaffiatoio uscisse dal suo nascondiglio, e, una volta uscito, cominciasse l'innaffiamento, che era un'operazione lunga e noiosa. Per facilitare tutto ciò la mente, che a quei tempi trasformava la materia come plastilina, ingrandì l'annaffiatoio e fece in modo che quando era carico si irrigidisse, cosa che ne agevolava il ritrovamento e rendeva più rapida l'irrorazione. I nostri antenati dimostravano di avere le spore colpendosi discretamente l'un l'altro con la cipolla. Da questa antica usanza derivano tutte le altre attività, più o meno ritualizzate, con cui i maschi delle stirpi odierne informano il mondo circostante della presenza di spore nel loro organismo. La presenza di spore viene chiamata "virtualità", in quanto ogni spora è virtualmente un nuovo corpo fisico. Una dimostrazione di virtualità tipica dei negri di montagna è la costruzione di una casa per la femmina prescelta, mentre fra gli umani si usa buttare giù una casa già costruita da qualcun altro. Gli umani B si limitano a distruggere la casa mentre gli umani C ne uccidono anche, ove possibile, gli abitanti. I silfi per dimostrare la loro virtualità esibiscono un cavallo di razza mentre gli gnomi vanno in giro con una bicicletta (1) nuova fiammante, generalmente rossa.
Le leggi cosmiche però non concedono agli esseri dotati di mente più di una protuberanza rigida per individuo. Così, essendogli cresciuto l'innaffiatoio, ai maschi si atrofizzò l'antenna cervicale. Questo all'inizio fu un disastro: con la loro antennina atrofizzata penzolante dietro la testa, i maschi vagavano disorientati andando a sbattere su tutto quello che gli stava intorno e ad ogni urto si domandavano: "Da dove vengo?? Dove vado??? Su che cosa sono andato a sbattere????"

All'epoca l'oggetto su cui era più frequente andare a sbattere era un vulcano prossimo all'eruzione. Madre natura, per evitare guai grossi, sostituì l'antenna dei maschi con un bel paio d' occhi. Detto fatto le femmine svilupparono l'invidia dell'occhio e la natura subito fece gli occhi anche a loro, ancor più belli di quelli dei maschi, e anche le orecchie per capire se il vulcano vicino stesse per saltare in aria oppure no. Resa inutile dallo sviluppo dei sensi fisici, l'antenna cominciò ad atrofizzarsi anche nelle femmine, ma non si atrofizzò mai del tutto bensì diventò piccola piccola e si ritirò all'interno della testa, da dove continua a captare cose che i maschi non si sognano nemmeno perché, poveretti, invece dell'antenna hanno l'innaffiatoio. Secondo il von Betrüger i silfi sono l'unica razza in cui l'antenna si sia atrofizzata totalmente anche nelle femmine, mentre fra i negri di montagna si trovano individui di sesso maschile con i capelli rossi, il cui comportamento lievemente dissociato lascia supporre che nel loro cervello si trovino residui antennari. Tali residui, come dimostrato dagli esperimenti sui piccioni condotti da John Swift nel 1958, causano anche l'insolito colore dei capelli. 

* * *
Note al quinto capitolo

1) La bicicletta fu inventata dagli gnomi nel Primiano, dimenticata dopo il Secondiano e reinventata nell'epoca attuale.

capitolo sesto 
L'ERA SETTENARIA
Poi venne l'era settenaria. Tutto ciò che ne rimane è custodito in una cripta profonda ottocento metri sotto una discoteca di Terra Adelia, dove nessuno è mai riuscito a penetrare tranne alcuni iniziati durante esperienze extracorporee di cui preferiscono non parlare. Solo il re della Repubblica Platonica e la regina di Scozia sono stati informati del contenuto della cripta, ma naturalmente fanno finta di non saperne nulla. Nell'era settenaria i protoesseri crebbero a dismisura e divennero alti sette metri (da qui il nome di era settenaria). Perché crebbero? Crescere costa fatica, a meno che qualcosa non attiri le creature verso l'alto, rendendole più leggere. Questo qualcosa fu- a detta di Benjamin Hikler e della sua scuola-l'attrazione lunare. Anche le giraffe, molti milioni di anni più tardi ovvero nel Settenario delle giraffe (1), si allungarono proprio a causa dell'attrazione lunare, cioè allungando il collo verso la luna che ritenevano commestibile. Perché l'attrazione lunare aumenti, bisogna che la luna si avvicini alla terra. Questo è proprio ciò che accadde nel Settenario e che, secondo la teoria delle molte lune (2), accadrà di nuovo a partire dall'anno 2999. Secondo la teoria di Hikler e della sua scuola il nostro pianeta non ha avuto sempre lo stesso satellite; la nostra luna attuale sarebbe la decima dell'intera serie. Le lune precedenti sarebbero cadute sulla terra una dopo l'altra, mentre nello spazio alcune lune di riserva aspettavano il loro turno per accedere all'orbita terrestre.
Se questa teoria però non corrispondesse a verità, allora il motivo dell'inusitata crescita dei protopadri non sarebbe stato l'attrazione lunare bensì la fotosintesi clorofilliana. Nei primi millenni del Settenario, infatti, grazie alla fotosintesi clorofilliana, tutte le pere, ormai fornite di occhi e orecchie, divennero verdi e alte come querce. Alla fotosintesi fece seguito il metabolismo dei lipidi, che fece diventare iperattivi e feroci i nostri antenati e ne ridusse nuovamente le dimensioni.
Oltre alle due teorie che abbiamo esposto (quella dell'attrazione lunare e quella della fotosintesi), ci sono altre dodici spiegazioni plausibili allo spropositato aumento di statura degli esseri neopensanti del Settenario. La spiegazione più plausibile potrebbe essere la seguente: 
perché no? 
"La Mente che crea le forme è libera e spensierata. Noi cerchiamo di capirLa, ma Lei si diverte." Così insegnava Icar El Atmin ai suoi discepoli. La Dottrina della Mente Giocherellona (DMG) gli procurò molti nemici. Se l'avesse tenuta segreta forse sarebbe vissuto più a lungo.

L'aumento di statura dette alla testa ai protopadri, che si ritennero padreterni e combinarono un disastro o due -non si sa che tipo di disastro, ma si dice che scavando cripte sotto il Gondwana abbiano causato un terremoto a catena. Perché abbiano scavato tali cripte e per metterci cosa, non è dato sapere finché non venga aperta la cripta di Terra Adelia.
Durante l'era settenaria Soetemorp ebbe un esaurimento nervoso e ben cinque crisi depressive. Collegata ai cervelli dei terrestri, la mente non solo partoriva malintesi, mentiva spudoratamente e generava conflitti, ma causava anche calamità innaturali. Per quanto Anh-Sirk gli ricordasse la DMG (3) e gli assicurasse che l'allacciamento mentale era stato fatto a dovere, Soetemorp si sentiva in colpa e per giunta aveva la brutta sensazione che il peggio dovesse ancora venire.
Il cataclisma conclusivo dell'era settenaria sbriciolò ogni traccia della civiltà dei giganti. Gli esseri dotati di mente si ripresero molto lentamente dallo shock, e quando si ripresero avevano dimenticato tutto. Solo il re della Repubblica e la regina di Scozia sanno cosa successe nell'era settenaria.
Forse.
I giganti sopravvissuti al cataclisma si rifugiarono sul continente al centro dell'Atlantico e ricominciarono da zero. Ci misero tre gigantilioni di anni a ripetere tutti i propri errori, poi riuscirono anche a commetterne di nuovi.
* * *
Note al sesto capitolo
1) Vi furono nella storia del pianeta Terra almeno sette Settenari. I più noti sono il Settenario delle giraffe, avvenuto nella seconda metà del Modiglianiano, il Settenario dei nostri padri fra la seconda metà del Teleozoico e le prime decadi del Sideriano, il Settenario degli alberi (Calandrifero anteriore) e il Settenario delle lucertole (Brios).
2) La teoria delle molte lune, esposta dal silfo Arnulf Benjamin Hikler nel 1918, è stata aspramente criticata, ma alcuni accademici di Udetera ci credono fermamente e sono in grado di dimostrarla con prove inoppugnabili.
3) Secondo Avit Molo la DMG espone un semplice fatto, ben noto agli esseri di luce, che maestro Icar avrebbe appreso dal divino pilota Anh-Sirk insieme alla dottrina della coltivazione dei tulipani, allora sconosciuti nelle Cinque Terre.
capitolo settimo
TIMORE E TREMORE
Saltiamo ora tre ere ontologiche, durante le quali non acadde niente di speciale, e torniamo alle Cinque Terre e in special modo ai silfi, che vi dimoravano numerosi. Essi erano ormai in grado di comunicare tra di loro, raccontare ciò che avevano visto ed interpretare ciò che avevano udito. Qual'era dunque la loro versione dei fatti che abbiamo esposto finora? Come interpretavano la discesa di Soetemorp, la differenziazione dei protopadri, le catastrofi dell'era settenaria? Agli albori del Neroniano i silfi anziani raccontavano ai nipotini come le terre emerse fossero state create da un vecchio silfo un po' distratto che fra le altre creature ne aveva creata dal nulla una meno distratta di lui: l'astuto Serp. Costui, per rompere le uova nel paniere al creatore, aveva spiegato ad Oiaugehc come nascano i silfini. Inviperito, il vecchio, cui dava fastidio il baccano che fanno usualmente i silfini, aveva cacciato via tutti quanti dal giardino delle delizie. Più tardi i gerontologi sparsero sangue, sudore e lacrime sul problema della distrazione: come fa un vecchio distratto a creare dal nulla uno meno distratto di lui? La risposta migliore all'insidiosissima questione rimane quella dei silfi antichi: "Non lo sappiamo e non lo vogliamo sapere". Uv l'Iroso, tale era il nome del vecchio silfo distratto, veniva adorato con timore e tremore e riceveva sacrifici cruenti affinché si placasse la Sua fame di bistecche alla griglia ed Egli non se ne procurasse da sé fulminando qualche silfo malaccorto. Lo stesso mito, dettaglio più dettaglio meno, veniva narrato anche dalle altre stirpi, ma i silfi rivendicavano a sé la versione originale e accusavano gli altri di plagio. Sentivano di essere la stirpe scelta, i portatori della fiaccola di Uv, loro affidata dopo il Grande Disperdimento. 

Subito dopo l'Inondazione Universale - un buon resoconto della quale si trova ad esempio nell'epopea di Mismatch il papilionese - tutte le creature pensanti si erano riunite per scavare una galleria sotto la Tetide. Fallito l'ambizioso progetto, gli abitanti della Terra si erano divisi in due gruppi: il popolo amato da Uv, ovvero i silfi stessi, e gli altri, che parlavano strane lingue e adoravano falsi dèi. Secondo i testi sacri i silfi, essendo i prediletti di Uv, erano autorizzati a mangiare i rappresentanti delle altre stirpi. Quando però, alla fine del Neroniano, ci si accorse che erano indigesti e facevano male, ai testi sacri furono apportate le modifiche del caso.
I silfi più delicati di stomaco non avevano mai rifiutato completamente l'idea che anche nelle religioni non silfe si trovasse un briciolo di verità, come un presentimento o forse un vago ricordo della vera fede, mentre I silfi che digerivano bene furono sempre inflessibili nei confronti dei pagani.
Tutti i popoli credevano in un dio creatore, sebbene solo uomini e silfi lo chiamassero Uv. Il fatto di credere nello stesso dio e di chiamarlo con lo stesso nome non impedì mai alle due stirpi di mangiarsi a vicenda, anzi, le reciproche accuse di plagio e di falso in atto sacro erano quanto mai virulente.
Negri e gnomi ritenevano il creatore imparziale verso i popoli della terra, mentre gli umani B e soprattutto C non erano meno attivi di silfi nel difendere la propria posizione privilegiata nei confronti di Uv. La storia delle sottostirpi umane è ben documentata e migliaia di ricerche sono state svolte in proposito, perciò noi non ci addentreremo in un argomento già tanto conosciuto e ci concentreremo invece sul groviglio di storia e di leggende che vela il passato remoto dei silfi. 
(......)
capitolo ottavo bis 
L'INCIDENTE DI FRONTIERA
Della vita di Icar El Atmin si sa molto poco, e quel poco è sospeso tra storia e leggenda. Secondo Anit Basani il maestro nacque in Arak, dove trascorse l'infanzia e la prima giovinezza. Verso la metà del quarantaquattresimo secolo si trasferì in Valle Buia, in un villaggio nei pressi di Companatico, dove acquistò una capanna con un piccolo pezzo di terreno. Nella sua fattoria tascabile Icar coltivava ortaggi e fiori e discuteva alla buona le sue intuizioni con un gruppetto di amici che in poco tempo divenne un circolo numeroso e in alcuni anni un vasto movimento. Fra i suoi ammiratori c'erano umani, silfi e gnomi che non litigavano tra loro se non quando Icar non li vedeva. Nei circoli icariani si tramandarono per secoli aneddoti e storielle divertenti sulla vita del maestro, ma a noi è giunta solo la storia dell'incidente di frontiera da lui causato alla tenera età di 5 anni.
Un giorno quattro giovani silfi affiliati alla setta dei Calvi (1), stanchi di cantare l'inno degli inni, il celebre "Fa di me un batterio", avevano deciso di fare una puntatina fra le montagne di Arak (i confini erano aperti a quei tempi) in cerca di aria fresca e di ispirazione su come render gloria ad Uv quel giorno. Come in risposta alle loro preghiere, l'ispirazione era giunta sotto forma di un moccioso aberrante che li riempì d'orrore: aveva grandi occhi da gnomo e le tipiche orecchie appuntite dei silfi. Se è vero che allora la caccia allo gnomo era già un ricordo, uccidere un mezzo silfo non era considerato un crimine, anzi, i cinque Calvi lo avrebbero fatto volentieri a maggior gloria di Uv. Piccolo problema: il moccioso era in compagnia di una donna negra. Ciuicla Gondela, detta da Icar affettuosamente "ubbu Gondela" ("ubbu" vuol dire mamma in oskuro, la lingua di Arak), aveva adottato il piccolo dopo che i suoi genitori, una gnoma di bosco e un silfo di campagna, avevano fatto la fine di Giulietta e Romeo. I silfi tentarono invano di ingannare Ciuicla, poi pensarono che forse in quattro l'avrebbero sopraffatta, ma quella era una negra verace alta uno e novantadue, robusta come un bufalo e disposta, per difendere il suo orfanello, a fare a pezzi anche quattro tigri. Fece a pezzi i quattro silfi come stuzzicadenti. 

I Calvi, che erano in pochi, non riuscirono ad organizzarsi per vendicare l'affronto, gli altri silfi erano troppo avveduti per avventurarsi in imprese folli contro gli arakiani; la vendetta fu prima rimandata, poi differita e infine posposta. Tutto è bene quel che finisce bene, ma il piccolo Icar aveva capito cosa significhi essere un mezzo silfo. 
* * *
Nota

1) Farete la conoscenza dei Calvi nel prossimo capitolo.

capitolo nono 
QUOZIENTE DIECI
Il Neroniano era finito. 
Avendo contratto molte malattie a causa dell'indigesta carne di gnomo, i silfi avevano compreso che la loro missione non era mangiare i loro vicini orientali, bensì convertirli all'uvismo e civilizzarli. Gli gnomi non improbabilisti veneravano una triade composta di madre, padre e figlio, ovvero Bua, Buv e Buz, più ottocentonovantadue deità minori - troppe per i gusti dei silfi. La congregazione uvista rigorista si trasformò in congregazione missionaria e si dedicò anima e corpo all'opera della salvezza ma i risultati furono scarsi, anzi, a dire il vero non ci furono risultati di sorta. Gli gnomi erano divenuti così abili nel nascondersi, far perdere le proprie tracce e camuffarsi, che in quarant'anni i missionari silfi non videro neppure uno gnomo. Meno fortunati furono i coloni inviati a civilizzare la Repubblica: appena buttavano giù un albero, la terra gli si apriva sotto i piedi. Santificati che ebbe i propri martiri, la congregazione missionaria si squagliò come neve al sole. I prediletti di Uv tornarono mogi mogi a bighellonare per le vie dei loro villaggi. Per due secoli continuarono a bighellonare; le malattie e gli insuccessi nella loro campagna di uvizzazione dei pagani li avevano convinti di essere come un'isola di civiltà in un mondo ostile e dominato da Serp. Qualsiasi azione positiva in quel mondo era vana e destinata al fallimento. Gradualmente i silfi si convinsero che Uv era adirato con loro. Contro l'ira di Uv non c'è niente da fare, perciò i silfi dalla quarta alla ventiduesima decade del Primiano non fecero niente. Mentre gnomi, negri e uomini fondavano le prime città, aprivano strade e inventavano rispettivamente la stampa, la pasta all'uovo e l'imposta sul valore aggiunto, i silfi si chiudevano in se stessi, lasciavano cadere in rovina le loro case per tornare ad abitare nelle caverne e cessavano quasi interamente di riprodursi. 
Nel Primiano si perfezionarono le celebri orecchie a punta dei silfi. Le orecchie della stirpe azzurra avevano cominciato ad appuntirsi già due ere ontologiche prima, ovvero verso la fine del Calandrifero, in seguito ad un incrocio con gli gnomi, il cui gene della punta del berretto si era sovrapposto al gene della punta delle orecchie silfe (Haarspalt 1940). 

Tale fatidico apporto di geni alieni, considerato un orrido sacrilegio da ambedue le parti in causa, è stato rimosso dalla storia ed espunto da tutti i miti e leggende. Tuttavia l'analisi statistica dei gruppi sanguigni e dei geni ricorrenti ha dato risultati che nessuno scienziato degno di tal nome potrebbe rifiutare. Secondo Antonio Atroce (Atroce 1971) l'incrocio silfo-gnomico avrebbe avuto due effetti collaterali negativi: nei silfi esso avrebbe causato una riduzione di QI, e negli gnomi una riduzione di statura (la statura media degli gnomi attuali si aggira sul metro e cinquanta). Questa teoria è ancora in fase di sperimentazione, ma per mancanza di sperimentatori si teme che per molto tempo ancora non si avranno risultati concreti. Comunque sia, alle orecchie dei silfi si ispira il sarcastico indovinello isolano: "Chi ha le orecchie a punta e il cervello non gli spunta?" All'epoca di cui stiamo parlando il cervello in verità era spuntato, ma dopo la crisi del quarantacinquesimo secolo era andato in cassa integrazione e ora la disoccupazione neuronile raggiungeva punte del 99,9% nel periodo invernale, quando i silfi timorati di Uv per il timore si acquattavano negli angoli oscuri. Questo timore era considerato una bella virtù, che veniva tramandata alle giovani generazioni come il più prezioso tesoro della grande tradizione silfa. Pronto all'ira e lento alla misericordia, Uv mandava la febbre quartana a chiunque uscisse dalla grotta col piede sinistro o vi rientrasse col destro, a chi facesse più di tre ruzzoloni consecutivi sul percorso fra una grotta e l'altra, a chi non recitasse tre volte al giorno i Suoi quarantamila bellissimi attributi e così via. I silfi avevano tanta paura della febbre quartana da riuscire a contrarla anche senza infrazioni rituali: spesso e volentieri infatti Uv si arrabbiava senza un motivo apparente, e quest'ira imprevedibile era motivo di preoccupazione per moltissimi silfi che non ci dormivano la notte. Di giorno, com'è naturale, non avevano voglia di inventare la ruota, modellare la creta o scoprire l'acqua calda. 
C'era anche un gruppo di silfi radicali, detti i Calvi perché le preoccupazioni gli avevano fatto cadere i capelli, che invece di oziare si agitavano continuamente, recitavano instancabilmente il nome di Uv e si sforzavano di non commettere infrazioni rituali. Questa incessante attività serviva ai Calvi per dimostrare a se stessi e al mondo di essere gli eletti di Uv, quelli che il Signore aveva predestinato alla salvezza fin dall'inizio dei tempi. I Calvi dunque uscivano ed entravano dalle grotte saltellando sempre sul piede giusto, accumulavano pile di sassi che poi disperdevano, pregavano invocando ad alta voce pietà e misericordia e cantavano il famoso inno "Fa di me un batterio". Più tardi questi ignari pionieri, con la loro filosofia del lavoro incessante, resero possibile lo sviluppo del capitalismo nelle Cinque Terre, ma nel quarantacinquesimo secolo erano solo una sparuta minoranza i cui sforzi reiterati non davano risultati statisticamente apprezzabili. 

I mari dell'Atlantide pullulavano di sottomarini a propulsione atomica e i silfi avevano dimenticato come si accenda il fuoco. L'impasse non sfuggì a Soetemorp e ai suoi amici, che tengono sempre d'occhio la terra per contribuire come possono allo sviluppo armonioso dei suoi abitanti, o meglio per cercare di attenuare i risultati dei guai peggiori combinati dai suoi abitanti. Lo sviluppo dei silfi si era arrestato, anzi, aveva fatto dietro-front. Ora gli esseri di luce erano liberi di agire.
(.......)
BIBLIOGRAFIA
Atroce, Antonio
Sviluppi tardivi del cromosoma F negli incroci divergenti fra genomi incompatibili
Castelpendente, 1971
Edizioni La Breccia

Basani, Anit
En-Trimaff 
traduzione di Miranda Köngas-Al Patchouli
Accelerate, 1980
Edizioni Marabù

El Atmin, Icar
Eroif Orrak Leditnoqqar
Manoscritti delle grotte di Ultima,
editi in arameo pasquese dal dott. Teo Sakripan,
Cocuzzolo Ventoso, 1930
Edizioni del centro di studi aramei "Oteppat ben Otalrat "

NB La traduzione di S.F.S. Pinolos è in corso di stampa presso la casa editrice Amanita di Kuchenwald

El Atmin, Icar
Cantico Lilla, traduzione di Beatrice Volsi
Accelerate, 1913
Edizioni Marabù

Haarspalt, Georg
A Brief History of Etmaa (part XIV)
Sauerplunz, 1940
Sauerplunz University Press

Molo, Avit et.al.
Quattro postille all'Eroif Orrak Leditnoqqar
traduzione di Lagorizusa Edelweiss
Kuchenwald, 1996
Casa editrice Amanita

Monticelli, Velia
L'ultimo dei Settenari
Nurri, 1981
Il Vello D'oro

Vispilä, Tuomas Yrjö
Maahisten ja silfien viha Viiden maan saaren kansanperinteessä
Kummapompolo, 1981
Hölynpöly 

von Bestimmt, Alberich; Wirbelblatt, Mime
Ein Stamm oder zwei? Die Entwicklung des Sinifrancicus erectus
Nebelheim 1969
Fafner-Verlag AG

von Betrüger, Frank
Über die morphologischen Differenzierungen der Protosilphen in der östlemurische Urwelt
Hinterwald, 1954
Daniel Plüsch Verlag