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Alessandra
Bellini
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| Da
Poenza Basilicata Italia |
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| CAPOLINEA |
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C’era stata un’epoca in cui preferiva spostarsi in autobus. Andava alla fermata che era a pochi passi dalla sua piccola casa e lì saliva su quello delle 8,00 che era diretto in centro e che fermava anche nei pressi del suo ufficio; lei scendeva, mentre l’autobus continuava la sua corsa.
Per molte ragioni prendeva posto vicino al finestrino e si lasciava trasportare senza preoccupazioni attraverso il traffico della mattina.
Prendeva posto vicino al finestrino perché era innamorata e lui non l’amava. Preferiva gli ultimi sedili, in questo modo le capitava di vedere soltanto la nuca e le spalle degli altri passeggeri .
Così come vedeva di lui soltanto la nuca e le spalle, ogni giorno, seduto alla sua scrivania nella grande stanza della redazione del giornale. Conosceva perfettamente lo schienale nero della sedia, la testa e le braccia, appoggiate sul tavolo, protese verso la tastiera del computer o abbandonate penzoloni lungo i fianchi. Ogni mattina lei alle sue spalle lo spiava.
Poi il pensiero di lui che pure era lì a pochi passi si staccava dalla mente che lo aveva concepito e con tanta cura nutrito e cominciava a scivolare lungo le guance pallide di lei e poi lentamente attraverso le braccia ed infine raggiungeva le dita che avevano un sussulto impercettibile. A volte la mano si era mossa, si era protesa per pochi centimetri, timida e supplice, verso di lui.
Una sola volta però quel pensiero scappò via oltre le dita della piccola mano, lasciando dietro di sé il corpo in cui era custodito, percorse il breve tratto che divideva le due scrivanie, sorvolando un pavimento gelido e grigio e cominciò a roteare come un vento leggero ed invisibile sopra la testa di quell’uomo che non sapeva che lei lo amava e che non la amava.
Questa mattina è strana, aveva pensato, mentre finiva di vestirsi e raccoglieva le ultime cose da portar via prima di uscire per andare al lavoro. Insolita era forse la nebbia che era calata durante la notte e proprio non voleva andarsene. Guardandosi intorno aveva raggiunto il grande viale. Diversa era quella mattina per il vento che avvolgeva anche il suo corpo come ogni altra cosa, e si inerpicava fra le foglie fitte delle siepi e degli alberi, volteggiava sul suo cappotto pesante e sul marciapiede. Mentre saliva sull’autobus lasciò passare una sissignora anziana con un cappello di lana viola, accennò un sorriso, inspirando l’aria fredda intrisa dell’odore sporco e grigio della benzina e dei pneumatici. Ora che aveva preso posto sentiva freddo, perché è novembre, credeva, ma era banale e allora si vergognò e per non pensarci riguardò intorno e si accorse che non aveva fatto caso a chi si trovava nell’autobus a quell’ora, forse perché non se ne serviva spesso per andare al lavoro.
“ Ha da accendere ?” Sentì chiedere da un uomo seduto dietro di lui.
Riconobbe una sua collega di ufficio, era seduta pochi posti più avanti vicino al finestrino, non se ne meravigliò, e sentì un vento freddo e leggero passargli dietro la testa.
Pensò ad un finestrino, e si ricordò della voce che prima aveva chiesto di accendere.
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