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Cosetta  Crasnich
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MI PASSI IL CREN GWENDALINE ?
“Mi passi il cren, Gwendaline?”
“Certo caro, ma non metterne troppo sull’arrosto, lo sai che ti rimane sullo stomaco per tutta la giornata...”
La tavola era apparecchiata impeccabilmente. Una tovaglia con motivi floreali pastello, faceva da perfetta scenografia ad un servizio di piatti neri opachi. I bicchieri da vino erano sottili e delicati, allungati e mai vuoti di cabernet. La posateria, in acciaio, era essenziale e moderna. Una candela ruggine, posizionata esattamente al centro della tavola, illuminava come uno spot da vetrina lo specchio d’azione del pasto. Fuori, il sole del mezzogiorno mediterraneo, filtrava prepotentemente attraverso le tende pesanti della sala.
“Stamattina in ufficio ho chiesto ad Andrew del bonsai...”
“Quando si dice telepatia: sai che volevo ricordartelo mentre uscivi?”
“...e la cosa straordinaria, Gwen, è che la defogliazione si effettua solo su alcune varietà a foglia caduca. Il nostro bonsai, per almeno un annetto, possiamo lasciarlo così com’è. Mi passi il vino, amore...”
“Certo Arthur.”
“...mi diceva Andrew che a luglio ci toccherà la potatura dei rami sovrapposti. Ma per questo si è offerto di venire a casa con la sua attrezzatura e sistemare le cose in maniera chirurgica.”
“Gran brava persona Andrew... dovremmo vederlo più spesso, magari possiamo organizzare una cenetta una di queste sere. Perché non lo invitiamo sabato? Col tipo di vita che fa rimane quasi sempre solo per i week end e, per uno scapolo, non c’è nulla di meglio che una buona rimpatriata a casa di amici.”
“Potresti preparargli l’arrosto con patate e asparagi. E’ il piatto che ti riesce meglio...”
Gwendaline era, da trent’anni, quello che si dice una perfetta donna di casa. Donna di mezz’età ormai, ma ancora attraente, sterilmente sobria e senza un filo di trucco. Per certi aspetti compassata, ma interessante proprio per la sua essenzialità. Gwendaline aveva incontrato Arthur nel ’67 a Roma. Il suo lavoro, assistente di studio del console George W. Gordon, la portava periodicamente in giro per il mondo e, quell’estate del ’67, Arthur le si caracollò nella mente come un’apparizione. Lui era là in vacanza. E non poteva proprio farsi scappare un’occasione simile. La prese subito, dopo una cena a base di molluschi e galestro, in un albergo a due passi da Fontana di Trevi e, da allora, giurò che non l’avrebbe più lasciata.
“Sai, Arthur, volevo ricordarti di passare dal fioraio quando torni stasera. Ho ordinato un paio di giorni fa il concime per le acidofile e dovrebbe essere arrivato.”
“Vedrò di fare in tempo prima che chiuda. Oggi ho un sacco di lavoro arretrato da fare. Doorsey mi ha richiesto entro stasera la pratica Crondyle e non credo che potrò rinviarla oltre. Più passa il tempo e più diventano esigenti al lavoro.”
“Ancora un paio di anni, Arthur e finalmente potrai goderti il meritato riposo della pensione. Staremo benissimo quando non avrai più tutte queste beghe quotidiane”
“Ancora un paio di anni, Gwen...”
Nella sala, appesi alla parete, due acquarelli con vedute paesaggistiche inizi novecento, presi a Porta Portese quando ancora si potevano fare buoni affari. Incorniciato, in radica, l’attestato di partecipazione al master di “Opportunità di sviluppo nei paesi del terzo mondo”, del quale Arthur andava fiero e, grazie al quale aveva potuto ottenere il trasferimento a Roma e sposare Gwendaline. Nella posizione più strategica e illuminata, due ficus alti un paio di metri e un elegante papiro. Poco distante e in massima parte al riparo dal sole, una felce a cascata carica e rigogliosa. Fuori, sul grande terrazzo quattro per sette, una fila di gardenie. Riparate dal sole diretto, grazie alla particolare disposizione del fabbricato, le gardenie mostravano tutta la loro versatilità. Il colore intenso e l’avvolgente profumo oleoso lasciavano immaginare una fioritura fuori stagione. Inattesa e miracolosa. Si percepiva chiaramente il grande amore di Gwendaline per le piante e quanta cura ci mettesse nel farle crescere sane e vitali. 
“L’arrosto oggi è più buono del solito, Gwen. La crosticina esterna è perfettamente rosolata. Ma ne abbiamo ancora nel surgelatore?”
“Sono rimasti appena un paio di pezzi... ma non saranno sufficienti per l’invito a cena di sabato.”
“Quando le cose piacciono... vero Gwen?”
“Vero amore...”
Il piatto di portata dell’arrosto era posto su un carrello assieme alla baguette, al burro e ad una serie di salsine colorate in piccole ciotole. Fra le salsine si potevano distinguere chiaramente la senape, la salsa verde – che Gwendaline sosteneva essere adatta anche agli arrosti e non solo al lesso – ed il cren. La bottiglia di cabernet, già a metà, era nella parte inferiore del carrello, assieme all’acqua, al caffè ed alla frutta. Di arrosto ce n’era un’altra porzione abbondante. Arthur ne faceva fuori tranquillamente un paio di porzioni, quando lo cucinava Gwen.
“Lo so che non dovrei, amore, ma mangerei volentireri dell’altro arrosto.”
“Arthur, non è sano ingozzarsi di arrosto prima del lavoro. Ti appesantirà e non farai bene le cose che devi fare.”
“Hai ragione, con quello che troverò oggi... però, appena un pezzo...”
“...Te ne darò un pezzo piccolo e poi il caffè senza frutta. Ti va bene la manina di Mark?”
“La manina? Mi pareva di aver visto l’altra tetta di Giselle...”
“Le tette ti piacciono sempre, mandrillino mio... Ok, vada per la tetta, ma senza patate.”
Nel piatto di portata tre patate dorate con erbette fini di montagna, cinque teste di asparagi colanti burro, una mammella umana abbrustolita, una mano. Rattrappita e carbonizzata. Dalla grandezza doveva essere di un bambino di non più di dieci anni.
“Gwen, come fai tu l’arrosto non lo fa nessuno.”
“Ma dai, amore, importante è seguire alla lettera la ricetta. Forno a 250 gradi, erbe aromatiche, poco aglio e un filino di olio extravergine. Con l’arrosto, il segreto è il sale. Il sale bisogna metterlo solo a fine cottura. In questo modo mantieni sotto la crosticina abbrustolita tutti gli umori e i profumi della carne al sangue. Comunque Arthur stasera, dopo il fioraio, sarebbe meglio passare a fare un po’ di scorta: c’è un concerto rock al palazzetto dello sport, sai quelle robe per adolescenti viziati di primo pelo. Sono i più teneri. Aprono i cancelli alle otto. La ghiacciaia è quasi vuota e converrà riempirla di nuovo per l’autunno...”
“Hai ragione amore, credo che passerò, prima di tornare per cena. Hai qualche preferenza?”
“E’ un po’ che non preparo il brasatino. E per il brasatino c’è bisogno di carne un po’ grassa. Tenera, ovviamente, ma un po’ grassa.”
“Buono il tuo brasatino, Gwen.”
Arthur chiese dell’altro cren – appena un cucchiaino - finì la sua mammella ancora fumante e, appagato, ingurgitò velocemente il caffè bollente. Era già in ritardo e lo aspettava una giornata intensa. Tre patate dorate con erbette fini di montagna, cinque teste di asparagi colanti burro e la manina di Mark era ciò che rimaneva dell’arrosto. Sarebbe finito tutto nella ciotola di Nero, lo splendido mastino napoletano che Arthur aveva regalato a Gwen per i venticinque anni di matrimonio
 
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