Racconti 

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Gabriella  Cuscinà
Da   ...  ... ...  Italia
 
La pagina bianca
Carlo soffriva di depressione. Se ne rendeva conto, ma non aveva mai voluto consultare un medico.
L’incuria è sempre biasimevole se riguarda la propria salute. In taluni casi confina con la balordaggine.
I primi sintomi erano insorti con la nascita del secondo figlio, che strillava e non lo faceva dormire. Era stato colto da insani desideri d’infanticidio.
Quell’inverno aveva conosciuto a scuola una nuova collega. Era giovane, simpatica,
affascinante. Se n’era invaghito perdutamente e per lei avrebbe abbandonato moglie, figli, casa, dando un colpo di spugna al passato con disinvoltura.
Invece Maria, la nuova docente, era morta l’anno successivo per un tumore al seno.
Al computer, Carlo iniziò a scrivere poesie d’amore d’ispirazione stilnovista.
La donna da lui angelicata era scomparsa, ma ricompariva in alcuni suoi scritti appassionati e deliranti.
Laura la moglie, non sapeva e non s’era mai accorta di nulla. Faceva la rappresentante di preziosi, sempre molto impegnata. Solo, si rendeva conto del crescente stato d’abbattimento e d’angoscia del marito.
Lo aveva esortato ad andare da uno psichiatra, ma non era stata ascoltata. Aveva parlato con un medico amico e quello aveva individuato chiaramente i sintomi della depressione. Anzi l’aveva avvisata:
“Stai attenta, Laura, è un male subdolo e pericoloso. Tuo marito deve assolutamente ricorrere ad uno specialista.”
Niente da fare!
L’unica attività che assorbiva Carlo, oltre l’insegnamento, era scrivere al computer.
Scriveva con esaltazione, con nervosismo. 
Nelle sue poesie e nei suoi racconti, tutto era lugubre, ossessivo, drammatico.
Il senso dell’umorismo era totalmente assente.
Un episodio domestico l’aveva scosso dal torpore abituale provocandogli maggiore ansia.
Laura, per la sua professione, possedeva una pistola con porto d’arma rilasciato dalla questura. Il marito l’aveva presa per pulirla e l’aveva lasciata inavvertitamente sul mobile del soggiorno.
Giocando, il figlio più piccolo l’aveva maneggiata facendo esplodere un colpo che aveva sfiorato il fratello. 
Il panico era stato enorme per tutta la famiglia.
Poi un giorno, su una pagina bianca della sua agenda scolastica, Carlo aveva scritto il nome di Maria. Si trovava seduto su un divano di casa. Aveva ripensato a lei e improvvisamente ecco apparire la collega. 
La donna gli era accanto, reale, sorridente, bella, ma non aveva parlato ed era sparita subito.
Era rimasto come inebetito. Non aveva mai creduto ai fantasmi.
Pochi giorni dopo, aveva acceso il computer e sulla pagina bianca di Word, aveva visto quel nome scritto da una mano sconosciuta.
“Maria.”
Non aveva detto niente a nessuno. Temeva le reazioni di scetticismo e di sarcasmo.
Nei giorni successivi il fenomeno si ripeté.
Il nome divenne il viso. Soffuso, trasparente, diafano. Quasi volesse fare da sfondo al video.
Da quel momento appariva sempre e gli lasciava messaggi scritti. Parole indecifrabili, dall’oscuro significato che poi lentamente si dissolvevano. 
Lui continuava a tacere, a tenere per sé quanto accadeva. Era come un’ossessione!
Pensò di mettersi in contatto con Maria per capire il mistero e far cessare quelle manifestazioni. 
Aprì l’Outlook e ad un indirizzo immaginario, inviò messaggi che naturalmente tornarono indietro. Ma sulla pagina bianca di Word continuava ad apparire scritto: “Maria”. 
I fenomeni avvenivano solo sul computer di casa e li teneva gelosamente nascosti a chiunque. Quando si trovava a scuola, tutto era normale.
Un pomeriggio, accesa la radio, aveva percepito una voce che lo chiamava. Aveva cambiato canale e la voce s’era ripetuta.
Il terrore l’aveva attanagliato come una morsa spettrale che toglie ogni capacità di discernimento. Ancora una volta la sua balordaggine ebbe il sopravvento! Si mise a parlare, a rispondere a quella voce.
“Chi sei? Sei tu Maria? Che vuoi?”
Silenzio.
“Perché non mi lasci in pace?”
La moglie lo trovò così, mentre parlava da solo.
“Carlo! Ma che hai? Con chi parli?” Si preoccupò. S’avvicinò e gli mise una mano sulla spalla.
Rimase a guardarla con la bocca aperta. Poi agitò il capo.
“No no niente. Ascoltavo la radio e commentavo.”
Un’altra volta nella stanza da bagno, vide un foglietto di carta con scritto il solito, ossessivo nome. Lo stracciò in mille pezzi con furia e paonazzo in viso.
Tutte queste cose le vedeva e le percepiva solo lui.
Cominciava ad odiare anche il solo ricordo di Maria. Era divenuta la sua nemica. Colei che lo perseguitava!
Non si rendeva conto che le turbe ossessive della mente sono una malattia grave.
Il suo stato d’animo era avvilito, prostrato. Si chiedeva cosa non lo soddisfacesse nella vita. Aveva due bambini meravigliosi, una moglie affettuosa, una rendita economica discreta, compresa la casa di proprietà.
Dunque perché?
Il male sottile ce l’aveva dentro. Sarebbe bastato rivolgersi ad un qualsiasi neurologo!
Quando la moglie lo trovava a parlare ancora da solo per casa, lo esortava:
“Dai! Prendo l’appuntamento con il dottor……..”
“No! Assolutamente no! Non sono mica pazzo io!”
Come se si vergognasse ad ammettere d’avere disturbi del sistema nervoso.
Così un bel giorno, Maria si sedette accanto a lui in cucina.
Carlo lanciò un urlo di raccapriccio e si contrasse, chiudendo gli occhi. Poi li riaprì e lei era sempre là. Muta, immobile come una statua. Bianca e vestita di bianco.
Avrebbe voluto eliminarla, strozzarla. Nel fare così si slanciò in avanti e cadde a terra con un tonfo enorme. Sbattendo la testa, si procurò una ferita ed un ematoma sulla fronte.
I figli accorsi lo trovarono a terra sanguinante e furono desolati.
Maria cominciò ad aggirarsi per la casa. La vedeva spettrale e con gli occhi cerchiati di nero.
Il figlio maggiore era un ragazzino sveglio ed un giorno chiese:
“Papà ma perché ti guardi sempre intorno come se vedessi un fantasma?”
“Non mi guardo intorno, sono solo soprappensiero. Noi adulti abbiamo tanti problemi cui pensare e da risolvere.”
“Non mi sembrava. Comunque ringrazio voi adulti d’aver fatto un buco nell’ozono!”
“Vattene! Non fai ridere nessuno!”
Era sempre irritabile e nervoso. Più s’agitava più subiva la sua persecuzione.
Pensò di scrivere un messaggio proprio su quella pagina bianca dell’agenda scolastica dove tutto era cominciato, per pregare Maria di non farsi vedere mai più.
La pagina restò senza alcuna risposta, ma le apparizioni continuarono.
Una notte udì piangere e singhiozzare. Lo disse alla moglie, alzandosi per andare a controllare i figli. 
La povera Laura non aveva udito nulla.
“Io non ho sentito niente, ma se tu domani non vai da un dottore, lo chiamo e lo faccio venire a casa.”
“Non ti permettere! Appena posso, ci andrò.”
Invece non andò. Lo sguardo di rimprovero della moglie divenne una nuova persecuzione.
I nervi erano a fior di pelle. L’esasperazione faceva da involucro alla sua personalità.
Adesso anche a scuola rendeva male, poiché un docente non può permettersi d’essere sempre nervoso e privo di pazienza.
I suoi alunni una mattina stavano eseguendo un compito in classe, e sulla pagina bianca del quaderno di un ragazzo lesse: “Maria”.
Cominciò ad urlare come un forsennato: “Perché hai scritto quel nome? Chi te l’ha detto! Perché l’hai scritto?!”
“Professore, guardi che io non ho scritto nulla,” rispose il povero alunno costernato.
Guardò meglio e s’accorse d’aver visto qualcosa d’inesistente.
Nella classe, il silenzio e lo sbalordimento divennero palpabili.
Cercò di giustificarsi dicendo frasi sconnesse, ma i ragazzi lo guardavano con gli occhi spalancati.
Un’altra mattina, in un corridoio dell’istituto, incontrò Maria con un gattino nero in braccio. Ricordò che la defunta collega gli aveva raccontato di possederne uno.
Si fermò e la pregò di non farsi più vedere.
Un alunno lo sorprese mentre parlava con l’invisibile interlocutrice.
“Professore, ma con chi sta parlando?”
Maria era scomparsa di colpo. Lui iniziò di nuovo ad urlare.
“Cosa ti interessa! Perché non ti fai i fatti tuoi! Cerca di studiare invece d’andare in giro per la scuola!”
L’alunno trasecolato, lo guardò a bocca aperta e non replicò.
Il gattino nero prese a passeggiare per l’aula e Carlo, mentre spiegava la lezione, s’interrompeva guardando fissamente il punto dove credeva di vederlo.
L’intera classe si volgeva allora verso quel punto. E questo più di una volta.
“Professore, ma cosa c’è? Cosa guarda?”
Altre urla.
“State attenti! Voi non seguite! Guardate me invece d’ascoltare ciò che dico!”
Così da qualche tempo, i suoi alunni gli mostravano sfiducia, disistima, sarcasmo. Quegli stessi ragazzi che prima gli erano tanto affezionati! 
Il preside che si era accorto di tutte queste stranezze, gli aveva consigliato di astenersi dall’insegnamento e di prendere un periodo di aspettativa per motivi di salute.
Carlo era arrivato al culmine della sopportazione.
Un pomeriggio era rimasto solo in casa ed era in piedi nella camera da letto. Tremava, aveva il terrore di veder comparire Maria.
Alle sue spalle udì un rumore. Estrasse la pistola dal comodino e girandosi, fece fuoco. 
Vide Laura afflosciarsi al suolo priva di vita.
Il silenzio divenne fitto, tombale, assoluto. Non c’era nessuno. I figli erano fuori.
Non pensò a loro. Pensò alla sua vita distrutta.
Puntò l’arma alla tempia e sparò di nuovo, con rabbia, ma felice di potersi liberare di quella tortura che era divenuta la sua mente.
 
L’ uomo giusto
Una delle cose più difficili, nella nostra vita, è quella di trovare la persona giusta con cui condividere e trascorrere l’intera esistenza. 
Oggi, vanno tanto di moda i singles, ma davvero costoro possono dire di essere perfettamente felici e di avere realizzato tutti i loro desideri? Vivono tranquilli, beati, sereni, pensano solo a se stessi. Ma proprio questo non doversi occupare d’alcuno, è esattamente ciò cui ognuno di noi è chiamato?
Ci si potrebbe occupare di volontariato, il che è nobilissimo ed assai gratificante.
Si potrebbe fruire della compagnia di un cagnolino o di un micino, ma poi, a conti fatti, per noi stessi, quale vera felicità ne ricaveremmo?
Questi erano i pensieri d’Arianna mentre stava recandosi a Roma per l’ennesima volta. Era appunto una ragazza single ed ormai aveva superato da qualche anno la trentina. Quel tragitto, in treno o in aereo, l’aveva fatto, negli ultimi anni, un’infinità di volte. Le piaceva però, era un’occasione di svago, un modo di movimentare il trascorrere monotono dei suoi giorni.
Andava a stare presso una cara amica ed aveva la possibilità, così, di recarsi all’università per terminare la sua tesi di laurea.
Arianna era una ragazza in miniatura, bellissima, ma appunto di una bellezza tascabile.
Possedeva un viso da bambola, con due occhi vellutati ed una bocca piccolina e incantevole. Poteva permettersi d’incorniciare quel volto con dei capelli cortissimi, che erano di colore nero lucido.
Si trovava in treno e, in quel momento, i suoi pensieri erano interamente occupati da dissertazioni filosofiche sulla condizione di ragazza libera da impegni sentimentali.
Erano pensieri gravi, impegnativi, tortuosi, pieni d’enigmi ed interrogativi.
Solitamente, mostrava molta verve e uno spiccato spirito umoristico, era pronta a ridere e a scherzare, tranne quando attraversava uno dei suoi momenti bui di malinconia ed abbattimento. E quello era uno dei suddetti momenti.
Da circa dieci ore era in treno ed ancora non si era alzata. Era rimasta seduta a leggere e a riflettere sul romanzo di una donna votata alla solitudine.
La protagonista della storia si era trovata in un vortice d’avventure tragiche, e sempre la sfortuna l’aveva accompagnata, per cui, o le era morto il fidanzato, o il marito s’era ammalato di tumore, o l’amante era morto in un incidente d’auto. Insomma era sempre rimasta sola. 
Arianna leggeva e si sentiva il morale sotto i calcagni.
Lei era una persona un po’ lunatica, tutto sommato, e questo era il vero motivo per il quale ancora non era riuscita a trovare l’uomo giusto, un compagno ideale.
Aveva avuto più di un fidanzato e innumerevoli pretendenti, ma alla fine si era sempre stancata di tutti. 
Questo era troppo arrendevole e noioso, quello era assillante e iperprotettivo, quell’altro non aveva un comportamento abbastanza corretto, quell’altro ancora non aveva una valida cultura. Tutti avevano qualche difetto che li condannava, dopo qualche tempo, all’insuccesso nel suo cuore.
Improvvisamente si alzò ed uscì dal suo scompartimento, poiché il famoso bisogno di ricambio idrico si faceva pressante e s’avviò al bagno.
La toilet in cui entrò, data l’inefficienza delle nostre ferrovie, era in quel momento, sprovvista di serratura. Ne cercò un’altra, ma erano tutte occupate. Decise che si sarebbe servita di quella senza chiusura, tanto era riservata alle sole donne.
Aveva appena abbassato lo slip e si stava chinando sul water, quando un violento scossone del treno fece improvvisamente aprire la porta. In quel momento, un giovane altissimo si trovava, erroneamente, dinanzi a quella toilet.
Arianna rimase bloccata a guardarlo a bocca aperta. Piegata in avanti, sembrava una statua di stile futurista. 
Il ragazzo invece, con lo sguardo da beota esterrefatto, continuava a ripetere: “Oh scusi, oh scusi!” Poi, con un lampo di genio, richiuse la porta.
Dentro il bagno, la poveretta aveva il viso in fiamme e si sentiva in imbarazzo. Rifletté d’altro canto che non conosceva quel tale e che era stato un incidente banale. Si tranquillizzò e, ricomponendosi, abbandonò il luogo incriminato!
Nel corridoio dello scompartimento, rincontrò il giovane, ma non riuscì a guardarlo negli occhi. Si accorse solo che era una specie di pertica, aitante, bruno e con pochi capelli.
Arrivata a Roma, si fece subito portare, da un taxi, a casa della sua amica Giulia.
Era attesa e fu accolta, come il solito, con grand’affettuosità.
“Arianna! Che bello, sei qui! Vieni, la tua stanza ti aspetta sempre.”
Lei, di quella casa, aveva pure le chiavi poiché l’aveva condivisa con Giulia per due anni di seguito, pagandone anche l’affitto.
Erano presenti altri amici: Alfredo l’intellettuale, Tiziana l’artista, Benedetta la chiaroveggente, Enrico il filosofo. Tutti quanti le furono addosso baciandola e dandole il benvenuto. 
Cenarono insieme e poi gli amici andarono via, permettendo ad Arianna d’andare a dormire, poiché, dopo il viaggio, era un po’ stanca.
L’indomani mattina, quando si destò, si accorsa che l’amica era già uscita. 
Forse s’era recata di buon ora all’università.
Si accinse a fare colazione e, inaspettatamente udì degli strani rumori, come dei fruscii intermittenti. Arianna era sicura di essere sola in casa, e allora, cos’erano mai quegli strani rumori? Tese meglio l’orecchio e, dopo un po’, riudì il fruscio. Cominciò a pensare che somigliavano a dei rumori soprannaturali. Vuoi vedere che gli amici, a forza di fare sedute spiritiche, avevano fatto installare in casa uno spiritello? 
Sorrise di tale pensiero, ma subito dopo, ecco di nuovo il fruscio. 
Per un po’, vi era una pausa, come se lo spirito ci stesse pensando sopra e interrompesse d’aggirarsi per la casa. Poi rinvigorito, riprendeva le sue peregrinazioni e ricominciava a frusciare.
Un brivido percorse la schiena della povera Arianna!
Doveva cercare! Doveva capire di cosa si trattasse. Nella stanza di soggiorno i rumori erano più forti. Però non vedeva nulla, non c’era niente.
Lei non aveva mai creduto minimamente ai fantasmi, ma quel rumore era stranissimo e prodotto da un essere invisibile!
Sentì aprire la porta. Era Giulia che era tornata con i cornetti per la colazione. 
“Giulia! Giulia! Sapessi! Si sentono dei fruscii qui in casa! Tu li hai sentiti mai?”
“Fruscii? Quando dici fruscii, intendi dire fruscii?”
“Sì, insomma, rumorini come qualcosa che fruscia.”
“Parli di rumori che sembrano fruscii?”
“Sei diventata un pappagallo, scusa? Quante volte lo devo ripetere! Fruscii, proprio fruscii.”
“So di cosa si tratta!”
“Ah! E me lo dici così! Dopo mezz’ora!”
“Mi hanno regalato un furetto!”
“Un furetto? E dov’è? Io non l’ho visto!”
“Non si fa vedere mai da nessuno, neppure da me. Sta sempre nascosto ed esce solo per mangiare quello che gli lascio in cucina in un cantuccio.”
“Ah, ah, ah, ed io che già pensavo ad uno spiritello!”
“Ah, ah, ah. Mi spiace non averti avvisata della sua presenza. Comunque, senti Ari, io sto andando all’università. Ci vediamo stasera.”
“Okay, io resterò qua tutto il giorno, per rivedere ciò che ho scritto della tesi di laurea e che voglio far vedere domani alla mia relatrice.”
Arianna restò sola e si dispose, dopo avere trangugiato tè e cornetto, a studiare e a rileggere la propria tesi.
Suonarono però ben presto alla porta. Era Tiziana che riportava le sigarette che, la sera prima, aveva preso erroneamente a Giulia. S’intrattenne poco, poi salutò e andò via.
Riprese la sua postazione per studiare, ma poco dopo, bussarono nuovamente.
Con tanta pazienza, la nostra Arianna andò ancora una volta ad aprire. 
Si trattava d’Enrico. Era venuto per proporre a Giulia d’andare quella sera al cinema.
“Non c’è, mi spiace, è andata all’università.”
“Pazienza, sarà per un’altra volta. Ciao Ari.”
Si sedette, forse questa era la volta buona per cominciare a studiare. 
Macché! Suonarono di nuovo alla porta!
A questo punto, ebbe l’impressione che, da quanto era arrivata a Roma, non aveva fatto altro che ascoltare quel dannato campanello di quella dannatissima casa suonare.
Appena qualcuno smetteva di bussare, attaccava a suonare qualcun altro. In tutta la sua vita non si era mai imbattuta in una folla tanto socievole quanto gli amici di Giulia!
Non appena avevano un minuto libero, era come se levassero un grido unanime: “Andiamo da Giulia!”
Questa volta era Alfredo che riportava all’amica un libro ricevuto in prestito.
“Non c’è Giulia? Va bene, daglielo tu e ringraziala, ciao.”
Ora Basta! Non ne poteva più! Non avrebbe richiuso la porta, l’avrebbe lasciata socchiusa, così i prossimi amici sarebbero entrati a loro piacimento evitandole questo continuo alzarsi.
Stava ormai studiando da due ore ed aveva dimenticato completamente la porta non chiusa. Improvvisamente ebbe la misteriosa percezione di non essere sola. Poi alle sue spalle risuonò un colpo di tosse ed Arianna, girandosi costatò che la sua intimità era stata violata da un altissimo giovanotto.
Restò allibita. Sentendo quel colpo di tosse là dove non ci sarebbe dovuto essere nessun colpo di tosse, per un istante aveva pensato che si trattasse veramente, stavolta, di qualche spiritello. 
“Chi diavolo è lei?” Il suono le era scaturito come una specie di grido gorgogliante.
“Mi scusi, signorina, la porta era aperta e allora sono entrato.”
“Bel maleducato! Entrare senza suonare! Mi ha fatto venire un accidente!”
“Ha ragione, le chiedo sinceramente scusa, non dovevo farlo, sono stato affrettato.”
Lo aveva già visto però! Accidenti! Era lui! Era il ragazzo che l’aveva sorpresa con gli slip a mezz’aria!
Sentì ritornare l’imbarazzo, ma fece finta di niente. Il giovane, dal canto suo, dava perfettamente a vedere d’averla riconosciuta.
“Se non sbaglio ci siamo già visti, credo” fece con noncuranza.
“No, non credo. Io non l’ho mai vista!”
Che bel ragazzo però! Aveva gli occhi grandi e sfumati di verde. Altissimo, tanto che doveva stare con la testa piegata all’indietro per guardarlo.
“Mi scusi sa, io ho invece l’impressione d’averla già vista come in sogno. Lei è pronta a spiccare il volo, è piegata in avanti, non so perché, ed io vedo solo un visetto d’incanto. Ma forse è stato proprio tutto un sogno.”
Pure intelligente! Aveva la risposta pronta, voleva sdrammatizzare l’accaduto e la loro insolita conoscenza.
“Non m’interessa, dica piuttosto perché è qui e cosa vuole.”
“Sono un corrispondente di Giulia Benigni, ci siamo conosciuti via e-mail, e trovandomi qui a Roma, sono venuto a conoscerla personalmente. Non mi dica adesso che Giulia è lei!”
“No, non sono io. Giulia in questo momento è all’università e tornerà verso le diciannove. Le dirò che è venuto……?”
“Mauro! Mauro Infante. E, per curiosità, potrei permettermi di chiederle il suo nome?”
“Mi chiamo Arianna e puoi darmi del tu. Devo dire a Giulia che tornerai?”
“Arianna! Che bel nome! Però il viso è ancora più bello! Certo! Tornerò! Non fosse altro per rivedere la tua faccetta da angioletto.”
“Ma finiscila! D’accordo, tornerai, lo dirò a Giulia.”
Mauro se n’andò e lei restò in un atteggiamento tale da far pensare più ad un punto interrogativo che ad un essere umano.
Era reale o anche lui faceva parte della serie dei fantasmi?
Un ragazzo splendido! Di una bellezza normale, ma accattivante, molto macho, di quelli che, purtroppo, non si vedono più tanto in giro. 
Tra l’altro, con poche, lusinghiere parole, era subito stato in grado di corteggiarla e farla sentire miss Italia.
Aveva sfoderato un sorriso da mozzafiato nell’andar via! Mah! Da dove era uscito?
Doveva rimettersi a studiare, ma tutti i suoi pensieri erano assorbiti da Mauro.
Riuscì tuttavia ad immergersi fra le varie dissertazioni della sua tesi di laurea sino alle diciassette; poi si sentì esausta, ed andò a prepararsi un panino. 
A questo punto, tornò Giulia.
“Lo sai? E’ venuto a trovarti Mauro.”
“Chi?”
“Mauro, il tuo corrispondente telematico.”
“Io ho un corrispondente che si chiama Mauro? Ah, sì forse!”
“Come forse! Se è venuto apposta per conoscerti di persona!”
“Senti Ari, ne ho diecimila corrispondenti, non posso ricordarmi di tutti!”
“Questo è un tipo interessantissimo, sagace, simpatico, come fai a non ricordarlo!”
“Boh! Sì, il nominativo fa parte dei miei contatti di posta elettronica, ma non ricordo nulla di particolare su di lui.”
“Peccato perché è un tipo fighissimo!”
“A quanto capisco ti ha colpito, cosa aveva di speciale, scusa?”
“Era alto circa due metri, con capelli rasati, occhi bellissimi, robusto al punto giusto e un sorriso fascinoso.”
“Per la miseria! Avrei voluto esserci!”
Il famoso campanello suonò. Quasi quasi, Arianna sentiva la nostalgia del suo squillo.
Andò ad aprire ed eccolo lì. 
Mauro sorrideva e stava dicendo: “Non m’importa se Giulia ancora non c’è, io sono venuto per te, per invitarti ad uscire.”
“Ah bene! Vieni a casa mia e neppure vuoi più vedermi!” Giulia, che era comparsa dietro ad Arianna, si mostrava scherzosamente indignata.
“Scommetto che tu sei Giulia, ciao piacere, io sono Mauro, quello di Torino, architetto come te.”
“Oh sì! Ora ricordo, l’architetto che sta facendo la tesi di laurea. Vieni accomodati.”
“Senti Giulia, ho avuto piacere di conoscerti, ma se non ti dispiace vorrei invitare Arianna ad uscire, andremo a cena fuori.”
Le due ragazze si guardarono, poi: “Vai Arianna, cosa aspetti, preparati.”
Uscirono, si conobbero meglio, parlarono entrambi irrefrenabilmente, scoprendo d’avere tante cose in comune. Quella fu la prima di centinaia di volte che si rividero.
Mauro si rivelava di un’intelligenza fuori del comune, simpaticissimo, scherzoso, allegro, capace d’affascinarla con le sue continue trovate salaci. Inoltre, cosa che non guastava proprio, era molto colto, sapeva tutto d’informatica.
Aveva le idee sempre chiare, sapeva consigliarla e, nello stesso tempo, essere deciso e con il polso fermo.
Che fosse l’uomo giusto? Ai posteri l’ardua sentenza!
Nel frattempo Arianna aveva trovato un fidanzato cui sentiva di volere bene, e che la ricambiava nel modo più totale.
Sul lago Dahl
Un bus stracarico di uomini, avvolti nei loro turbanti, arrancava per una strada impervia della regione del Kashmir indiano. I poveretti erano stipati dentro un malandato veicolo ed alcuni sedevano pure sul tetto. 
Ad una curva, le ruote slittarono sulla fanghiglia ed il conduttore perse il controllo del mezzo. 
Si udì il sibilo dei freni, poi uno sferragliare meccanico.
Al di sotto della strada, un burrone scendeva verso le rive del lago Dahl.
Impennandosi di fianco, il bus si capovolse ed iniziò a precipitare in quella scarpata. 
Urla, gente schizzata fuori, rumori raccapriccianti. Poi niente. Solo un silenzio di morte, interrotto ogni tanto da qualche esile lamento.
Con la sua jeep, in quel momento, si trovava a passare il tenente italiano Mauro Bei, del gruppo Osservatori delle Nazioni Unite.
Era un ufficiale di carriera e s’era arruolato nell’ONU per allontanarsi dal reggimento ove prestava servizio e soprattutto da Gianni, suo amico di sempre.
Quanta invidia, quanta acrimonia avevano rovinato la loro solidarietà!
Facevano entrambi lo stesso mestiere di militari abituati alla disciplina, al senso del dovere. Ma la rivalità e il desiderio di primeggiare sono come l’acqua che, prima o poi, corrode i ponti. Ed avevano corroso i loro rapporti.
Adesso Mauro era sereno, lontano migliaia di chilometri e sempre a contatto con della gente completamente diversa da quella che aveva mai conosciuto. Gente povera, ma dalle antiche tradizioni, che il progresso aveva scalfito appena. Gente dallo sguardo dolce e rassegnato.
Con il suo gruppo di ufficiali Osservatori, viveva lavorando molto spesso alla radio, da cui comunicava, in lingua inglese, tutto ciò che poteva aiutare a mantenere la pace tra due popoli fratelli, ma divisi da due religioni diverse, in quel lembo del mondo, in quella terra tormentata sulla linea del <cessate il fuoco> tra l’India e il Pakistan.
Nei giorni di riposo, aveva viaggiato ed aveva conosciuto posti incantevoli. Aveva fatto esperienze nuove ed aveva iniziato ad abituarsi alle usanze, al cibo, alla lingua di quelle persone.
Che paesaggi affascinanti! Nei suoi occhi, quanti monumenti antichi che affondavano le loro radici nel cuore dell’umanità!
Aveva preso ad amare quei luoghi, a scoprirli sempre con rinnovato piacere.
Gli ufficiali alloggiavano molto spesso case galleggianti sul fiume Dahl. In quel periodo, Mauro occupava una house-boat, insieme ad alcuni colleghi.
Ricevevano ospiti importanti e avevano a servizio un personale costituito da Kashmiri di nazionalità indiana, ma di fede musulmana e cuore pakistano. 
Settimanalmente, un piccolo aereo da trasporto canadese, atterrando nel vicino aeroporto, depositava per loro tante varie ed abbondanti derrate alimentari ed ogni altro genere di necessità.
Una sera, erano arrivati da Srinigar degli uomini anziani e gli ufficiali li avevano invitati a cena.
Mentre mangiavano, uno dei più vecchi aveva cominciato a narrare una antica leggenda del Kashmir.
“Quando guardi le stelle” aveva detto “e in una di loro intravedi una persona cara, ma non ne sei sicuro a causa della distanza, volgi lo sguardo dalla tua house- boat verso le acque del lago Dahl. 
Se quella persona ti vuol bene, la vedrai rispecchiare nelle sue dolcissime acque.”
Così nelle notti successive, Mauro cominciò a guardare gli astri stando seduto sul terrazzino della sua casa galleggiante.
I riflessi della luna sulle sponde del lago creavano un’atmosfera irreale, di sogno. In lontananza, s’intravedevano le ombre di alcune antiche pagode,
gli alberi stagliavano contro il cielo le loro fronde come tante braccia
protese in preghiera.
Sarà stata la suggestione o quel paesaggio da fiaba, ma il tenente aveva proprio l’impressione di scorgere, nelle stelle, il viso di Gianni.
Con quel ragazzo aveva condiviso tutta una vita! Erano stati amici per la pelle, confidenti, complici in tante avventure.
Poi il lavoro li aveva divisi, ma l’amicizia è dura a morire quando si cresce, si studia, si gioca assieme. 
Gianni! Ricordava le risate, i divertimenti, gli scherzi.
Ancora nessuno dei due aveva trovato la ragazza adatta cui vincolare la propria libertà. In vero ci avevano provato spesso, ma con scarsi risultati.
Mauro aveva conosciuto suor Priscilla, in una Missione cattolica, un po’ scuola un po’ ospedale.
Faceva parte della congregazione fondata da Madre Teresa di Calcutta.
Era una oscura suorina, ma santa anche lei. Giovane, alta e slanciata, sempre sorridente e pronta a sacrificarsi per i suoi poveri. Proveniva dall’Italia come lui e l’aveva subito affascinato con i suoi occhi di un azzurro intenso.
Alla dogana, suor Priscilla contrabbandava oggetti utili per i suoi assistiti.
L’aveva scoperta un giorno mentre diceva che, nel pacco ricevuto, c’era solo Holy Mary.
L’aveva ammirata per il suo coraggio e ne era divenuto complice.
Adesso, quando poteva, s’industriava per aiutarla nel suo lavoro d’assistenza ai poveri e agli ammalati.
Quindi, il senso della sua vita aveva acquistato un valore diverso. Si sentiva utile e soddisfatto. 
Quando rivedeva la suora, il cuore subiva un arresto. La guardava estasiato. Avrebbe voluto curare quelle mani tutte sciupate da umili lavori. 
Nelle stelle, sul lago Dahl, vedeva il volto soave di Priscilla, ma se si volgeva alle acque, non lo vedeva riflettersi. E sapeva bene il perché.
Il suo era un amore impossibile!
Una volta alla dogana, s’era accorto che la suora s’era messa nei guai.
Era prontamente intervenuto e si era fatto garante per lei, in qualità di ufficiale delle Nazioni Unite.
“Grazie tenente,” gli aveva detto in seguito “non scorderò mai la sua bontà!” 
Quegli occhi che lo guardavano erano più azzurri di ogni cielo azzurro.
Non l’aveva più rivista da parecchi giorni e sapeva che era andata a soccorrere un gruppo di disperati senza tetto, che volevano trovare rifugio in qualche luogo.
La jeep dell’ONU, guidata da un caporale indiano, procedeva celermente lungo la strada che costeggiava il lago, quando era avvenuto il disastro.
Mauro, a poche centinaia di metri, aveva assistito all’incidente. Ordinò di frenare ed all’istante balzò giù dall’auto. Si affacciò sull’orlo della scarpata e scorse uno spettacolo tremendo.
Un fumo denso si alzava dal bus ridotto in rottami e corpi inerti e lacerati erano sparsi ovunque.
Si precipitò giù nel burrone per dare aiuto ai malcapitati e ai sopravvissuti.
D’un tratto, si sentì chiamare: “Tenente! Venga mi aiuti!”
Si volse e dietro un grosso sasso, vide suor Priscilla china, accanto ad un moribondo.
“Sorella! Lei qua! Oh per carità, come sta, cosa si è fatta?”
La sua voce era allarmata, ansiosa.
“Mi aiuti a trasportare questo poveretto. Vede, è ancora vivo, bisogna portarlo all’ospedale. Ce ne saranno altri. Chiami soccorso alla radio. La prego!”
“Sì, ma lei come si sente, può alzarsi?”
“Io sono illesa. Il buon Dio mi ha protetta, ma dobbiamo darci da fare per tutti gli altri.”
Era ricoperta di polvere ed aveva l’abito talare strappato, ma si alzò repentinamente.
Mauro s’avvicinò al ferito e, con sua enorme meraviglia, ravvisò in quel viso agonizzante un’incredibile rassomiglianza.
I capelli lisci e neri incorniciavano un viso bruno assai bello. Era un viso molto simile a quello di Gianni. 
Com’è strana la vita! Non era lui, ma lo ricordava in maniera straordinaria. 
Non pensava più a Priscilla, guardava il ferito come inebetito.
“Tenente! Presto! Non bisogna perdere tempo!”
Se lo caricò sulle spalle e cominciò la salita della scarpata con quel peso non indifferente.
Arrancava e ad ogni passo che compiva, aveva l’impressione d’avere una montagna addosso e questo perché doveva procedere in salita.
Quando era disceso non s’era accorto di quanto fosse ripida. 
Il caldo era terribile e riusciva a stento a respirare per la fatica.
La suora gli stava dietro e cercava d’aiutarlo in qualche modo.
Quando finalmente arrivò stremato alla jeep, adagiò sui sedili il ferito che si lamentò e pronunciò qualche parola sconnessa.
La voce! La stessa voce di Gianni!
Doveva essere proprio vero quell’antico adagio secondo cui, nel mondo, siamo in sette ad essere quasi identici.
Mauro accese la radio e cominciò a chiedere soccorso ai suoi colleghi designando il punto preciso dell’incidente. 
Di lì a breve sarebbero sopraggiunti in forze per recare aiuto ai sopravvissuti.
La suora si sedette accanto a lui e s’avviarono verso il più vicino ospedale.
Quando vi arrivarono, compresero che per quel poveraccio vi erano poche speranze.
Fu praticato ogni intervento necessario e suor Priscilla gli restò sempre accanto per alleviargli le sofferenze.
“Come ti chiami? Hai famiglia?” gli aveva chiesto.
“Mohamed,” aveva detto in un bisbiglio.
Aveva lo sterno e lo stomaco fracassato.
S’era lamentato in preda a dolori atroci e lei gli aveva stretta la mano, gli aveva bagnato la fronte, lo aveva carezzato, aveva fatto tutto il possibile per non farlo soffrire troppo. Aveva finanche chiesto che gli somministrassero della morfina.
Mauro non s’era mai allontanato ed aveva profondamente ammirato lo spirito d’abnegazione di quella donna. Suor Priscilla aveva un unico scopo nella vita: servire gli altri. In specie gli ultimi degli ultimi, i sofferenti e i moribondi. 
Mohamed aveva esalato l’ultimo respiro e lei l’aveva aiutato a morire in pace.
Che impressine però! Era stato un po’ come veder morire il suo Gianni.
Dopo qualche ora, erano sopraggiunte le station wagon dell’ONU che recavano gli altri feriti, e i giornalisti locali che chiedevano notizie sull’incidente. Gli avevano domandato come si chiamasse, ma non aveva voluto rispondere.
Aveva fatto ritorno alla sua house-boat, accompagnato solo da una grande tristezza.
Il giorno dopo, come anonimo Osservatore delle Nazioni Unite, aveva provato l’intima soddisfazione di leggere, sul giornale locale, di un ufficiale italiano che aveva soccorso invano il fu Mohamed.
Il lago Dahl continuava a rispecchiare un volto: il volto di Gianni.
La malinconia aveva cominciato ad aleggiare sul sorriso di Mauro.
Ma un giorno, “segno di quella Provvidenza Divina che tutto vede e che consola”, come diceva un grande scrittore, una telefonata gli giunse da lontano: “Hallo Sir. A call from Italy. Hold the line.”
“Pronto, sono il tenente De Cesari. Sono Gianni De Cesari e vorrei parlare con il tenente Bei.”
La sua voce! 
D’un tratto, Mauro ricordò quando al liceo avevano studiato Aristotele che, interrogato su cosa fosse un amico, aveva risposto che è un’anima che vive in due corpi.
“Sono io! Gianni sono Mauro!”
Le due voci attraversavano L’Asia e L’Europa, ma in quel momento erano vicinissime poiché i cuori battevano all’unisono.
“Ehi scemo! Come va!?” 
Per un corpo ammalato occorre il medico, ma per l’anima ci vuole l’amico. E si sentiva già meglio.
“Gianni dove sei? Come stai?”
“Sto bene, ma mi va di rivederti. Senti, siccome da domani sono in ferie, ho pensato che potrei venire come turista in Kashmir. Che ne pensi?”
Come comportarsi con gli amici? Semplice: come vorremmo che loro si comportassero con noi! E Gianni stava facendo proprio come lui avrebbe voluto.
Che eccitazione! Quanta gioia inespressa!
“Quando arrivi, a che ora, dove, con quale volo? Dove atterri?” Era una raffica di domande convulse.
“Ah ah ah ah ah. Arrivo domani l’altro a Srinigar. Verrai a prendermi?”
“Ci puoi giurare.”
 

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