Racconti 

visitata

volte 

 
Roberto  De Nart
Da   ...  ....  Italia
BUON COMPLEANNO, LIV.

Il mio nick-name è Debert, e da un anno chatto con una adorabile amica dal nick Liv. Di lei potrei oramai distinguerne gli scritti anche senza leggerne il mittente, per come sono strutturati, per lo stile, l'ironia e per quel divino sarcasmo di cui sono talvolta intrisi. A volte provo, e riesco anche ad indovinarne le risposte, le reazioni ed i toni, a seconda degli stati d'animo, delle emozioni e degli argomenti del momento. Non sopporta, ad esempio, per nessuna ragione al mondo che io possa, anche involontariamente, dubitare della sua fiducia, e qualora una sola parola scritta in fretta le faccia percepire un tono di diffidenza o di distacco, non esita a scaricarmi addosso una montagna di cordiali ed urbani insulti. Ha ragione lei, intendiamoci, non si può intrattenere una relazione corretta e duratura se non è fondata sul rispetto e la fiducia reciproca. Certi valori insomma, non si toccano. Una volta mi capitò di offendere la sua suscettibilità rinfacciandole di aver ripreso un mio vecchio scritto, peraltro di nessuna importanza. Ricordo che le scrissi stupito: ma perché mai hai conservato e ripreso quel pezzo? Per un attimo mi parve accecata dall'ira: avevo osato in qualche modo dubitare di lei, della sua correttezza, insinuando, sia pur marginalmente, che quelle parole fossero state conservate per chissà quali scopi. E più cercavo di farle notare quanto insolita fosse quella strana archiviazione di uno scritto di nessuna importanza, per poi farlo rivivere, più precipitava la situazione. Alla fine dovetti subire il suo silenzio di ritorsione per circa un mese. A mente fredda capii che non era il caso di perdere una formidabile interlocutrice, peraltro difficile da incontrare nell'affollatissimo web e decisi di fare il primo passo per riavvicinarla. La presi da molto lontano, argomentando sul tema dell'amicizia, con una serie di deduzioni che mi portarono ad affermare che tra i due sessi poteva esistere una vera amicizia soltanto se i contatti rimanevano rigorosamente circoscritti al virtuale. Altrimenti, come dei burattini mossi da un burattinaio invisibile che sta dentro di noi e che la scienza ha identificato nel Dna, l'amicizia sarebbe inevitabilmente progredita, oppure regredita, ma non avrebbe potuto rimanere tale, com'è nell'accezione comune. Questa idealizzazione dell'amicizia in formato asettico e virtuale, evidentemente le piacque, e ripristinammo il dialogo. Quando però percepii una sua ulteriore disponibilità, precisai all'improvviso che con queste grandi amiche, era mia abitudine fare la doccia insieme. Grazie a questa battuta, i nostri contatti ripresero con frequenza per lo più giornaliera, alimentando, come avviene nella maggior parte dei casi, la curiosità reciproca di materializzare, di vedere e quindi di incontrare il misterioso interlocutore. Come da rituale, la invitai ad un appuntamento, elencando nel contempo le controindicazioni, illustrandole cioè che nemmeno noi avremmo certo fatto eccezione a quelle mille altre storie parallele che quotidianamente e fortuitamente si incrociano e crescono in chat. Le dissi insomma, avvertendola, che probabilmente sarebbe stato meglio lasciare il nostro sogno magico lì, chiuso in un cassetto virtuale, dove è giusto rimanga custodito, al riparo da qualsiasi deterioramento della realtà quotidiana. Ricordo di aver perfino citato, forse un po' a sproposito, il colonnello tedesco Dollmann: "Non si deve mai ritornare dove si è stati felici". Per impedire alla realtà di impossessarsi del sogno, con il rischio che lo faccia svanire. Tutte queste considerazioni, servivano in realtà da alibi per neutralizzare un suo eventuale rifiuto, cosicché, se avesse accettato ne sarei uscito felice e vincente, se avesse rifiutato, avrei comunque constatato uno squisito feeling tra di noi, delle affinità elettive ed avrei comunque riproposto più avanti l'atteso e oramai inevitabile incontro. Non ci fu bisogno di contorte strategie, perché Liv accettò di buon grado d'incontrarmi, fu lei stessa anzi, a fissare il luogo e la data, dicendomi che, due mesi dopo, il suo lavoro, l'avrebbe portata ad un centinaio di chilometri dalla mia città, e sarebbe stata un'occasione magnifica per guardarci finalmente negli occhi. Nel frattempo, la mia fantasia cominciò a lavorare vorticosamente e iniziai una sorta di ricerca e di corsa contro il tempo: dopo oltre un anno di metodiche frequentazioni on-line mi chiedevo: ma chi è Liv? Ecco allora che cominciai a cercare tutte le tracce possibili, parlandone anche ad un amico esperto in informatica, famoso per esser riuscito a violare i sistemi di sicurezza e le protezioni, insinuandosi negli archivi segreti della Cia, almeno così si raccontava, alimentando una formidabile leggenda in città. La curiosità e lo stupore aumentarono enormemente quando, dopo qualche giorno, l'amico mi telefonò per dirmi: Liv non è di Milano, come ti aveva detto, ma ti scrive da un centro di ricerche in Svizzera! Mi dissi che molto probabilmente, era la sua professione a costringerla a mantenere segreta la sua identità. Ma allora perché mai offendersi al punto di interrompere il dialogo invocando i principi di fiducia e stima reciproca? Ora era lei a violare l'etica della correttezza! Che fare? Uscire allo scoperto dicendole chiaramente che il giochetto era stato scoperto? Oppure continuare la finzione? Una serie di considerazioni di opportunità e di forte curiosità mi fecero scegliere la seconda alternativa, cominciai allora a ricostruire tutto ciò che Liv mi aveva raccontato di lei, vagliando ogni frase, in cerca di eventuali contraddizioni. Ma da solo non potevo farcela, quindi non mi rimaneva che ritornare dal mio amico, il mago dei computer, per riuscire a sbrogliare questa affascinante matassa. Non aveva dubbi, il paese d'origine dei messaggi era la Svizzera. Di più. Per rintracciarla aveva dovuto forzare alcune protezioni simili a quelle in uso negli archivi militari. Mi disse: Vai all'appuntamento e cerca di saperne di più, innanzitutto se sia una ricercatrice che vuole vendere qualche scoperta scientifica e se ti ha contattato per questo. Mi stavo chiedendo perché mai una ricercatrice, ammesso che lo fosse davvero, perdesse il suo tempo intrattenendo uno sconosciuto per un anno in chat. C'erano mille strade più agevoli se era solo un corriere che stava cercando! Nei giorni che seguirono, prima dell'appuntamento, cercai di carpire qualche informazione utile che poi il mio amico avrebbe utilizzato ed elaborato per le sue ricerche. Liv, il nick-name che aveva scelto, ad esempio, non poteva che essere il diminutivo o l'anagramma del suo nome: Liviana, Ilva, o qualcosa del genere, ma non avevo ancora nulla in mano che mi facesse progredire nella costruzione del mosaico. Il mio amico, tra l'altro, stramalediceva il giorno in cui si era offerto di aiutarmi perché gli telefonavo a tutte le ore per riferirgli ipotetiche piste da seguire che, di volta in volta, mi venivano in mente. La città scelta per l'incontro fu Bologna, in una osteria caratteristica del centro. Lei mi disse che mi avrebbe riconosciuto con facilità, avrei dovuto aspettarla, in uno dei tavoli sulla sinistra di fronte al banco del bar. Il giorno dopo ero lì, in attesa della misteriosa Liv, appoggiato al banco a chiacchierare col barista, visto che dei tavoli sulla sinistra non c'era traccia. Ironia della sorte, nelle mie considerazioni che precedettero l'improbabile incontro, avevo ipotizzato l'eventualità che uno dei due, per qualche motivo, disertasse l'appuntamento. Non fui quindi molto stupito nel non vederla arrivare quel giorno e, mentre chiacchieravo del più e del meno, appresi una cosa molto curiosa dal barista: era da un paio d'anni che il locale era stato ristrutturato ed i tavoli una volta alla sinistra del banco bar ora non c'erano più. Quando chiamai il mio amico al telefono per raccontargli che era andata buca, mi disse: probabilmente Liv era lì, a pochi metri da te e voleva solo accertarsi che tu non mancassi all'appuntamento. I due giorni successivi la chat tacque ed io cominciai a pensare che questa volta, la finzione era finita, le prove generali erano fallite per qualche motivo a me sconosciuto. Oppure era stata solo un'esercitazione di una scienziata sulle potenzialità della rete nel convincimento delle persone, su come e quanto insomma si potesse condizionare il comportamento pur rimanendo protetti ed anonimi a distanza. Non fu così. I giorni che seguirono Liv si rifece viva, scusandosi del contrattempo, provocato da un imprevisto nel suo lavoro, che le aveva impedito di avvisarmi. Mi disse, tra l'altro, che era dovuta andare all'estero per un progetto di espansione aziendale che la vedeva come probabile candidata a dirigere la nuova filiale. Rimasi un po' perplesso, ma decisi di stare ancora al gioco per vedere a cosa e dove mi avrebbe condotto. Quella stessa sera il mio amico mi telefonò per dirmi di non muovermi di casa, perché aveva importanti notizie da darmi. Poco dopo era lì e, scandendo lentamente le parole, disse: La sola possibile Liv che ho trovato negli archivi, era una ricercatrice che lavorava in un centro svizzero, ma è morta alcuni anni fa! Eccola, disse allungandomi una lunga lista di nomi su una stampa in modulo continuo di alcuni metri ed indicandomi quello evidenziato: Lia Van Rieel nata il 18.11.1965 e deceduta il 3.10.1999. Ci sarà qualcuno che usa il suo nome, gli dissi. E' la prima cosa che ho pensato, rispose, poi però ho dato un'occhiata alle ricerche avviate in questo centro ed ho scoperto che si occupano di esperimenti di interazione tra uomo e macchina, o meglio la possibilità di trasferire tutte le informazioni e le conoscenze di una persona in un disco fisso, in un computer e consentirgli così di continuare studi e ricerche anche dopo la morte, infaticabilmente. Quando se ne andò, ripensai immediatamente al particolare dei tavoli, nell'osteria dell'appuntamento: evidentemente lei c'era stata prima del rinnovo del locale. Il giorno seguente era il diciotto novembre: inviai a Liv i migliori auguri di buon compleanno. Mi rispose: "Grazie tesoro, sei stato l'unico a ricordarti di me, del mio compleanno".

CIRO MANCUSO, DIRIGENTE STATALE
Era nato in uno di quei grandi comuni del Sud, quelli con oltre trentamila anime per lo più dedite al commercio e all’agricoltura. E benché fossero già passati oltre dieci anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, le ferite erano ancora aperte nel paesaggio e nel cuore della gente. La ricostruzione procedeva lentamente, ed un popolo abituato alla dominazione di sempre nuovi conquistatori, si arrangiava tra mille furbizie, pronto a servirei i padroni di turno. Papà Gennaro - Gennarino per gli amici - era impiegato statale e mamma casalinga. Entrambi sognavano per il loro figlio Ciro una vita tranquilla, un posto di lavoro sicuro ed una vita migliore, senza tutti i sacrifici e le rinunzie della loro generazione. Quella che oggi ha varcato la settantina e, pur avendo raggiunto una certa agiatezza, non si concede grandi lussi. Tranne quando si fa festa, solo allora si può aprire il portafoglio per fare di più e meglio degli altri in paese. Vestiti nuovi, pranzi, musica e regali da sbalordire. Benché Gennarino non avesse mai dimenticato il suo progetto per il futuro di Ciro: la laurea. A tutto il resto avrebbe poi provveduto il fratello, don Raffaele, com’era da tutti chiamato. Ciro studiò, e benché non fosse mai stato un fuoriclasse, arrivò all’ambita laurea, sorretto da una grande forza di volontà e da una certa ambizione che col passare degli anni prendeva il sopravvento. Fu festa grande in paese, con parenti ed amici, fuochi artificiali e luminarie, per Ciro che ce l’aveva fatta. “Con il massimo dei voti” andava ripetendo papà suo al reverendo che gli stringeva la mano complimentandosi. “E bravo Ciro” disse il vecchio parroco don Alfonso, che se lo ricordava dal giorno del battesimo, con pranzo memorabile in una tiepida domenica mattina dell’aprile del 1960. E con un’affettuosa pacca sulla spalla aggiunse “porta i miei saluti allo zio Raffaele, quando lo raggiungerai nella capitale”. Perché, non c’era alcun dubbio, Ciro avrebbe intrapreso la carriera pubblica, destinato ai prestigiosi uffici dei ministeri romani. Lo zio Raffaele, del resto, che aveva sempre desiderato i figli maschi, senza che arrivassero, aveva un occhio di riguardo per Ciro, il nipote più grande. Uomo di grande cuore qual’era, don Raffaele come lo chiamavano in paese, non aveva mai negato un favore a nessuno. Nella sua vita, aveva fatto solo del bene. E coloro che avevano chiesto il suo aiuto per un posto di lavoro, una promozione, un trasferimento, o solo per una semplice onorificenza, non erano mai stati delusi. Raccomandazione? Per carità, quella brutta parola non andava mai pronunciata dinanzi a don Raffaele, nemmeno per scherzo! Ogni anno, in paese, quando ritornava, iniziava una sorta di gara instaurata tra i beneficiati, per ospitarlo. In genere egli passava qualche giorno nella vecchia casa di famiglia, dopodiché amava trascorrere quindici giorni in qualche posto tranquillo vicino al mare, comodamente seduto a leggersi i classici della letteratura. Era sempre impeccabile, nel suo vestito beige di lino con cappello a falda larga. Per andarlo a trovare, era prassi farsi annunciare qualche giorno prima, un rito a cui teneva molto. Era considerato un uomo d’onore vecchio stampo che aiutava sempre parenti ed amici. Con una mezza parola don Raffaele trovava sempre una sistemazione giusta per quanti gliel'avessero chiesto in tutta umiltà. Pochi lo sapevano, forse solo il fratello Gennarino, ma la casa al mare che gli veniva offerta tutti gli anni, lui l’accettava per pura cortesia, per non sembrare altezzoso. Era solo un modo per consentire a tutti di sdebitarsi con dignità. Lui, che poteva in ogni momento soggiornare “per servizio” nei migliori hotel a cinque stelle, delle zone più esclusive, per un suo vezzo, accettava anche di essere ospitato in case modeste, offertegli con il cuore. Un autentico uomo di potere, che nella sua carriera aveva visto sfilare democristiani, socialisti, e poi anche gli ultimi arrivati, quelli della seconda repubblica, ai quali l’irrisione delle malelingue attribuivano le sparizioni delle posate d’argento dalle sale da pranzo dei palazzi governativi. A lui erano sempre ricorsi onorevoli e sottosegretari, per la sua provata esperienza e conoscenza dei meandri burocratici, delle procedure, dei metodi e dei tempi, nell’ordinaria e nella straordinaria amministrazione.
***
Alla festa di laurea, don Raffaele si divertì a raccontare gli aneddoti di uomini politici messi a nudo nei vari vizi privati e deliri di onnipotenza. Non mancò poi di rassicurare i vecchi amici su quella nutrita lista di collocamento che ad ogni suo rientro al paese l'attendeva rinnovata. Non ci stancheremo mai di raccontare come don Raffaele, questo superburocrate costantemente in giacca e cravatta, dai toni pacati ed autorevoli, fosse ritenuto più di un benefattore in paese. Solo una volta, in quasi quarant’anni di servizio, si lasciò sfuggire una frase del tipo “la differenza tra l’uomo ed il cane è che quando sfami il secondo, esso ti sarà riconoscente per tutta la vita, mentre il primo ti si può rivoltare contro in ogni momento, fino ad ucciderti”. Ad ascoltarlo, quella volta, c’era solo il fratello Gennarino, l’unico col quale si abbandonasse talvolta a degli sfoghi. In una vita passata a “collocare” generazioni intere di parenti ed amici, egli aveva visto di tutto e nulla poteva più meravigliarlo oramai. Erano passati quelli bravi e riconoscenti, quelli meno bravi e più servili, e poi anche quelli mediocri dalla memoria corta. Tutti indaffarati a salire i gradini della gerarchia. Funzionari, dirigenti, tutta brava gente, intendiamoci, per lo più galantuomini e padri di famiglia, così, come ce ne sono tanti però, senza lode e senza infamia. Che da soli non avrebbero mai raggiunto quelle posizioni di rilievo che ottennero grazie a don Raffaele. Nei mediocri, questa ebbrezza da ruolo ricoperto, aveva provocato in loro l’autoconvincimento d'essere degli autentici manager. Taluni assunsero perfino degli atteggiamenti autoritari, per lo più ridicoli, per chi ne conosceva bene i retroscena. Qualcuno, strada facendo, si dimenticò, finse di dimenticare o rinnegò don Raffaele Mancuso. Non sappiamo quante e quali volte ciò sia avvenuto, ma è certo che, perché don Raffaele si sia lasciato sfuggire quella storica frase di “uomini e cani” la realtà, ahimè, dev’esser stata superiore alla nostra fantasia, pur irriverente di improvvisati cronisti di provincia. Per non parlare dei bilanci degli enti gestiti da questi manager designati. Se ci è concessa una battuta, prendiamo in prestito quella di un vecchio parlamentare socialista – Rino Formica – che descrisse con efficacia la situazione negli anni che precedettero il crollo socialista: “Il convento – disse - si è impoverito, ma i frati si sono arricchiti”. Nel nostro caso, l’arricchimento sta nelle sorprendenti carriere di questi manager pubblici. Cioè nulla di penalmente rilevante, a meno che non si voglia processare mezza Italia. “Ficcategli in testa un berretto col grado di caporale e questi si dimenticheranno d'esser stati dei miserabili” era solito dire per qualificare certi "amici". Ma tant’è, don Raffaele, come dicevamo, aveva un cuore grande e non sapeva dire di no alla famiglia, una grande famiglia con tanti figli e nipoti. Per Ciro, però, volle fare qualcosa di più seguendolo passo dopo passo. Sentite qua. Un giorno gli telefonò e disse “Ciro, devi salire al Nord, fino a Firenze, una bella città d’arte dove ti troverai bene. Al servizio militare ho già pensato io, non lo farai, se non ti va è inutile perdere tempo. Così finalmente vai a trovare la zia Pinuccia. Te la ricordi vero? Ecco, la zia ti aspetta e ti ospiterà finché non avrai trovato un appartamento. Dopodiché dovrai andare in comune a fare il cambio della residenza, è importantissimo, non lo dimenticare. Ciao, ora passami papà”. Ciro senza dire una parola passò la cornetta al padre “ Ciao Gennarì, il posto è a Firenze, per ora, Ciro dovrà solo prendere la residenza lì, perché tra qualche mese uscirà il bando di concorso riservato ai residenti". Insomma, era fatta. Ciro, avrebbe vinto il concorso e sarebbe diventato funzionario dello stato. Il posto fisso dunque. “Qualche anno di rodaggio, per farsi le ossa, poi un paio di trasferimenti in città più prestigiose e sarà lui poi a decidere dove stabilirsi” concluse don Raffaele. Ed infatti le cose andarono come aveva previsto. A Firenze il funzionario Ciro eseguì diligentemente il suo lavoro, dando sempre prova della massima disponibilità. Il ragazzo era nuovo, ma non aveva certo bisogno di farsi ripetere due volte la stessa cosa dallo zio. Sapeva perfettamente che doveva solo aspettare il suo turno, senza dar fastidio a nessuno, e senza assumere atteggiamenti da super uomo o, peggio da rampollo viziato. Un ottimo servizio di prima nomina dunque, cordiale e disponibile con tutti. A beneficio del lettore, saremmo tentati di appuntare nelle “note caratteristiche” del neo funzionario, una caustica valutazione del tipo: "perfettamente nella media". Perché, ad un attento osservatore, che avesse saputo scremare l’apparire dall’essere, non sarebbe sfuggito che il buon Ciro era sì dotato di grande buona volontà, ma non aveva certamente il carisma di un leader. Passarono due anni e don Raffaele chiamò Ciro per chiedere: “Ti va di fare il direttore di un ufficio del Nord ?” Naturalmente si trattava di una proposta che Ciro non avrebbe potuto rifiutare, se voleva fare carriera. E non vi è dubbio, il destino di Ciro era segnato fin dalla nascita e si andava compiendo senza imprevisti. Così, dopo il matrimonio ed il figlio, disse un altro sì allo zio, accettando una sede senza neppure controllare sulla carta geografica dove fosse precisamente. E fu meglio così, perché poi, quando si rese conto di dove doveva trasferirsi con la famiglia, ebbe non poche perplessità, ma oramai era fatta. Quella domenica di gennaio, quando Ciro scese alla stazione ferroviaria di Belluno, il termometro segnava 13 gradi sotto lo zero. “Oggi va un po’ meglio - gli disse l’edicolante - la settimana scorsa la colonnina di mercurio aveva toccato i 16 sotto zero”. Si chiese, allora per un attimo, se davvero fosse stata una promozione o piuttosto un castigo, questa città sperduta al confine con l’Austria. Seppe poi, che Belluno veniva detta anche la città delle 3 P, in quanto era sede di “prime nomine”, come lui, oppure di “puniti” dove confinarli, che comunque non avrebbero potuto arrecare grossi danni, e dei “pensionandi” che, prima di ritirarsi definitivamente dal servizio ed andare in pensione, visitavano le Dolomiti e Cortina d’Ampezzo. Passarono altri due anni e don Raffaele diede dimostrazione di non aver dimenticato il nipote. A poco più di 30 anni, Ciro era promosso dirigente, superando brillantemente il concorso ed ottenendo la più prestigiosa sede di Pisa. Il rodaggio nella gelida Belluno era servito. Doppiamente gelida è il caso di dire, nel clima e nella gente, forse a causa di quel cognome ingombrante, inequivocabilmente legato al più celebre dottor Mancuso di Roma. Gli anni passavano e, nel frattempo, don Raffaele aveva creato una società che forniva assistenza tecnica alla rete informatica del ministero. Naturalmente era lo stesso Raffaele a fare in modo che questa società lavorasse tranquilla in regime di monopolio esclusivamente per il ministero. A dirigerla, infatti, con dei profumati contratti privatistici e senza la seccatura dei concorsi pubblici, chiamò importanti rampolli, figli di importanti magistrati della Corte dei conti, quelli appunto che verificavano le procedure degli appalti ministeriali, figli di onorevoli, e di dirigenti che contavano. In un paese dove tutti “tengono famiglia”, nessuno fece mai troppo caso alla ripetitività dei cognomi o alle formidabili carriere, anche perché, coloro che casomai avrebbero dovuto vigilare, come ad esempio i sindacati, nulla potevano fare sulla società esterna. E comunque nulla fecero mai all’interno dei ministeri, preferendo turarsi il naso, accettando favori accompagnati da assunzioni di figli e parenti. Ma come abbiamo detto, grande era il cuore di don Raffaele ed altrettanto grande il suo potere consolidato negli anni, tale che nessuno aveva mai osato opporvisi, almeno apertamente. Una vera eminenza grigia, per lo più sconosciuta dai media, un fedele servitore dello Stato, che non aveva debiti di riconoscenza, ma vantava solo crediti dal mondo politico, perché aveva sempre puntualmente onorato i propri impegni e per questo era stimato da destra e da sinistra . Una intelligenza poliedrica, che conosceva bene il funzionamento della macchina burocratica dello stato, ma sapeva altrettanto bene tessere compromessi con la politica, e gestire al tempo stesso la società collegate. Non che amasse molto il denaro, intendiamoci. Per lui riservava tutt’al più qualche carica simbolica, qualche presidenza o qualche partecipazione. A don Raffaele piaceva il potere, quello che durava nel tempo, quello che, gli consentiva di alzare il telefono ed ottenere la cosa richiesta. E fu così che preparò per Ciro l’ultima ciliegina che aveva messo in serbo da tempo. L’avanzamento a dirigente generale. Così, a quarant’anni, Ciro aveva praticamente raggiunto il penultimo gradino della gerarchia, che lo divideva dal potere politico, oltre alla nuova prestigiosa sede in Roma. Ed è sorprendente vedere come, pur avendo sempre “viaggiato in prima classe con prenotazione”, l’autostima indotta dal successo in un mercato altamente protetto, porti l’uomo alla sopravvalutazione di sé stesso. Senza lo zio Raffaele, insomma, il bravo dottor Ciro Mancuso sarebbe stato un diligente quanto sconosciuto “quadro intermedio”, uno dei tanti polli in batteria. Chi lo sa, forse con un po’ di fortuna avrebbe potuto diventare anche dirigente. Non certo dirigente superiore a 40 anni! Eppure succede anche che il miracolato dimentichi il suo santo ed il miracolo stesso, ed assuma immediatamente il ruolo che gli spetta, a testa alta, aspettandosi le congratulazioni per il risultato raggiunto. E nella commedia, o se preferite nel melodramma italiano, questi complimenti, non tardano mai ad arrivare, anzi c’è sempre un viavai di cortigiani e cortigiane, un cordiale accalcarsi dinanzi al “miracolato”. Tutti teniamo famiglia, siamo d’accordo, ma pure coloro che non la tengono per niente, non scherzano con certe gomitate, pur di arrivare a “toccare” la veste del miracolato o, almeno, avvicinarsi alla sua corte. Ecco, questa è l’Italia del nuovo millennio, uomini e donne non fa differenza, la recita ed il copione è sempre lo stesso: “soccorrere il vincitore”.
***.
Il tempo è inesorabile e viene il momento che anche don Raffaele, debba lasciare l’incarico per raggiunti limiti di età. Ci siamo. Ora è tutto pronto per la successione al trono. Sarà proprio lui il nuovo numero uno? A soli 43 anni? Difficile. Molto difficile. A questo livello tutti possono vantare ineccepibili pedigree ed ottime frequentazioni. Passioni trasversali ed intrighi non mancano. Insomma, in questa arena sono favoriti gli esemplari stanziali, quelli che da sempre vi si muovono e non certo gli ultimi arrivati. Un momento, caro lettore, l’avevamo detto all’inizio che tante, troppe, erano le persone che dovevano dire grazie a don Raffaele. Ricordi? Questo, dunque, era diventato per molti il momento di onorare la cambiale in scadenza. Avallare la candidatura del delfino. Solo così si può comprendere il sorpasso finale che faceva tagliare il traguardo a Ciro Mancuso. Ma non è nemmeno immaginabile che un uomo del calibro di Raffaele se ne uscisse di scena così, in punta di piedi, per fare il pensionato (pensionato d’oro, intendiamoci, 7.000 euro netti al mese, ed altrettanti per vari incarichi e presidenze). Fu così che, prima della pensione, don Raffaele, decise di intraprendere l’avventura politica. Ma, pur essendo conosciuto, erano passati quarant’anni da quando aveva lasciato il paese d’origine, ed era proprio in quel collegio che intendeva candidarsi per diventare senatore. Pensò dunque che il vecchio amico don Calogero, al quale aveva sempre sistemato i picciotti, una qualche idea ce l’avrebbe pur avuta. Fu proprio Ciro a fare da autista allo zio e, quando arrivarono nell’antica tenuta in campagna, perfettamente restaurata e curata, don Calogero era lì in piedi ad attenderli. “Ciao carissimo” disse Raffaele, dandogli la mano e baciando entrambe le guance del vecchio amico, “Te lo ricordi Ciro, non è vero?” “Come no, ho saputo che è diventato un bravo quaglione, venite avanti, prego”. Don Calogero fece loro vedere un po’ di ultimi ritrovati della tecnologia, sistemi di sicurezza, telecamere che spiavano dappertutto, finché dopo che Raffaele fece cenno a Ciro di lasciarli soli, i due si trasferirono nello studio. Alle spalle della scrivania in noce massiccio, c’era una antica libreria piena di volumi perfettamente ordinati, che lasciava intuire che da tempo tutte quelle opere classiche della letteratura, altro non fossero che parte di un pregiato arredamento. Don Calogero spiegò allora a Raffaele come funzionava il “sistema elettorale” nel suo collegio, dove aveva sempre fatto eleggere il suo uomo da quarant’anni. “Vedi Raffaele, tu sarai stato bravissimo a Roma con leggi e circolari. So che hai sempre fatto assumere gli amici tra mille difficoltà, con concorsi pubblici, complicati da codici a barre e mille altre garanzie di regolarità ed imparzialità. Ma anche noi, che siamo rimasti qui, ci siamo dati da fare e ci siamo adeguati alle regole della democrazia. Per noi il voto non è più segreto: fuori da ogni seggio elettorale da me controllato c’è un ufficio. Il primo elettore va al seggio portandosi una scheda falsa in tasca. Ritirata quella autentica, la sostituirà nella cabina, riconsegnando quella falsa che andrà nell’urna. Uscito dal seggio porterà nel nostro ufficio la scheda autentica che si era messo in tasca. Su quella scheda noi metteremo la tua preferenza, la pieghiamo e la consegniamo al secondo elettore che passa qui prima di andare al seggio. All’interno della cabina avviene lo scambio: il secondo elettore mette in tasca la scheda bianca e restituisce l’altra che è autentica e già votata.. Alla fine ci sarà solo la prima scheda falsa nell’urna, perché le altre sono tutte autentiche con la tua preferenza. Semplice no? E’ sufficiente che tu ti faccia vedere in qualche comizio nei centri principali, con qualche apparizione nella nostra tv locale, al resto, i cartelloni e la pubblicità pensiamo noi. Avrai un ufficio stampa nel centro del paese che provvederà a tutto.” Così anche don Calogero, in memoria della vecchia amicizia e per ringraziarlo dei favori ricevuti, lo faceva eleggere senatore, provvedendo a tutte le spese elettorali e senza chiedergli quel famoso 60 per cento che onorevoli e senatori di don Calogero gli “donavano” in cambio, per l’intero mandato. Una democrazia rappresentativa, all’insegna della continuità.
 
TORNA A POESIE