|
Erano gli anni sessanta, nel mio paese abitava una donna di mezza età, un viso
bianco come il latte e lineamenti segnati da un'evidente ed antica sofferenza.
Non l'ho mai vista sorridere, nessun'emozione traspariva con evidenza dal suo
viso lattiginoso aveva due uniche macchie rosee sulle gote, sicuramente
provocate dal freddo.
Era di una compostezza unica, quasi statuaria, indossava un cappotto amaranto e
sul colletto una pelliccia di volpe rossa le avvolgeva il collo come una
sciarpa.
Un garbato cappellino nero le copriva i lunghi capelli castani e sul cappello
una piuma di struzzo ondeggiava al minimo alito di vento, sotto il cappotto, una
camicetta di pizzo bianco le illuminava il viso.
I suoi occhi castani, molto scuri, luccicavano alla luce del sole ed erano
nascosti dietro un velo nero a maglie molto larghe, un paio di guanti di pizzo,
anch'essi neri, coprivano le sue esili dita.
La vedevo quasi tutti i giorni: percorreva i piccoli viottoli della contrada
dove abitavo e saliva i ripidi scalini che portavano sulla via principale del
paese.
A quell'ora si recava al mercatino della frutta e poi passava in rassegna tutti
i negozi di generi alimentari, con discrezione, in silenzio, dalle sue labbra
non usciva nulla, nessuna richiesta, la gente sapeva che aveva bisogno di
alimenti per suo figlio.
Vivevano nella povertà più assoluta, un vuoto dove neppure la luce entrava per
alimentarlo, in quella casa solo l'oscurità possedeva una ricchezza e
spadroneggiava
ostentando il suo buio, quello più profondo, in compenso i loro cuori
possedevano una delle ricchezze più grandi, l'amore.
Quello che la signora otteneva dalla sua questua mattutina lo conservava per
ciò che amava più della vita suo figlio Luca.
Luca era un ragazzo educato e rispettoso, alto, esile e sul piccolo viso due
occhi grandi castani appena velati da grosse lenti, aveva due orecchie a
sventola che quando rideva si muovevano all'insù, la sua fronte aggrottata era
coperta da una ciocca di capelli: chissà quali preoccupanti pensieri
attraversavano il suo animo.
Salutava tutti quelli che incontrava guardandoli con sguardo languido e un
sorriso appena accennato, quasi dipinto.
Non ebbi mai modo di parlare alla signora, ogni giorno sull'uscio di casa mia
aspettavo la "signora velata", così la chiamavo, curioso di vedere
passare quella figura esile dal
portamento quasi regale, da vera regina.
Lei non era del mio paese, un giorno chiesi a mia madre chi fosse e da dove
venisse, mi raccontò una storia molto triste, fuori dal mondo.
La "signora velata" viveva sola con suo figlio Luca, proveniva da una
famiglia molto agiata che abitava in Puglia, era una ragazza madre, per questo
motivo fu scacciata via dalla sua famiglia e abbandonata al suo destino, quello
più atroce, la solitudine.
La "signora velata" aveva un portamento elegante e discreto, quando
camminava sembrava volasse, la sua pelle era così trasparente da sembrare il
bianco lenzuolo di un fantasma, forse apparteneva ad un altro mondo, un pianeta
diverso dal nostro.
Mia madre continuò il suo racconto dicendomi che da quasi vent'anni abitava in
paese, non si era mai fatta notare, la sua abitazione era sita in un rione
vicino al mio, composta
da una sola camera, senza energia elettrica e senza servizi di nessun genere.
Suo figlio dava ripetizioni di storia per poche lire, alle volte per un po' di
grano o un poco d'olio, alimenti preziosi per loro.
Ebbi un'idea per aiutare la "signora velata", dissi a mia madre che
avevo bisogno di ripetizioni di storia, stetti alcuni giorni a convincerla ma
alla fine acconsentì e chiese al ragazzo se era disposto a farlo, lui disse di
si, fu così che entrai per la prima volta nella casa di quella donna.
Entrai in quella stanza il giorno successivo e mi trovai in mezzo alla miseria
più nera, la mancanza totale del minimo indispensabile per vivere, il mio cuore
si strinse quasi a
soffocarmi, la tristezza mi assalì, mi resi conto che la vita per la
"signora velata" e Luca non si chiamava così, aveva un altro nome,
morte.
La stanza aveva il camino addossato ad una delle pareti annerite dal fumo ed era
spento, un piccolo fascio di legna aspettava la sera, sembrava impaziente di
ardere e dare
un poco di calore a quelle due anime, interrompendo così il silenzio e
rallegrando i loro cuori con il suo scoppiettio.
L'angolo della stanza ospitava un letto molto grande, lo copriva una vecchia
coperta verde piena di vari rappezzi colorati, pareva un prato in fiore ed erano
così perfetti da
sembrare fatti apposta per farla diventare piu bella.
Al centro della stanza, sul pavimento sconnesso di mattoni rossi, vi era un
tavolo con due sedie impagliate, l'impaglio era sfilacciato, sembrava che le
sedie avessero la loro
capigliatura in disordine, non pettinata.
L'ambiente era tenuto pulito, unica nota perfettamente accordata.
Le pareti non avevano nessun ornamento, nessun quadro, il sole penetrava da una
piccola finestra in legno e i suoi raggi coloravano quel muro nudo e ingiallito
dal tempo,
affrescandolo con vivi colori, dipingendo per loro un giardino di fiori
variopinti.
Mi sedetti sulla sedia e iniziammo la prima lezione di storia, non stavo
ascoltando lui la mia mente viaggiava in un altra dimensione, non ascoltavo ciò
che diceva, la sua voce mi
raggiungeva appena, come se venisse da un mondo lontano dal mio.
I miei occhi trasognati erano fissi sulla "signora velata", caddi in
un sogno profondo, fuori dalla realtà.
Alla fioca luce tremolante di una candela, osservai lei, seduta davanti al
camino mentre ricamava.
Ogni tanto attizzava il fuoco per non farlo spegnere e nell'avvicinarsi al
focolare il chiarore delle fiamme accarezzava il suo viso biancastro, lei
compiaciuta mi guardava sorridendo.
Quel sorriso non lo dimenticai più, illuminò quella misera stanza
trasformandola ed io mi trovai, inconsapevole, nel grande paradiso dei poveri. |