Racconti 

visitata

volte 

 
Raffaele  Di Stasi
Da  Barile Basilicata Italia
 
La "signora velata"


Erano gli anni sessanta, nel mio paese abitava una donna di mezza età, un viso bianco come il latte e lineamenti segnati da un'evidente ed antica sofferenza.
Non l'ho mai vista sorridere, nessun'emozione traspariva con evidenza dal suo viso lattiginoso aveva due uniche macchie rosee sulle gote, sicuramente provocate dal freddo.
Era di una compostezza unica, quasi statuaria, indossava un cappotto amaranto e sul colletto una pelliccia di volpe rossa le avvolgeva il collo come una sciarpa.
Un garbato cappellino nero le copriva i lunghi capelli castani e sul cappello una piuma di struzzo ondeggiava al minimo alito di vento, sotto il cappotto, una camicetta di pizzo bianco le illuminava il viso.
I suoi occhi castani, molto scuri, luccicavano alla luce del sole ed erano nascosti dietro un velo nero a maglie molto larghe, un paio di guanti di pizzo, anch'essi neri, coprivano le sue esili dita.
La vedevo quasi tutti i giorni: percorreva i piccoli viottoli della contrada dove abitavo e saliva i ripidi scalini che portavano sulla via principale del paese.
A quell'ora si recava al mercatino della frutta e poi passava in rassegna tutti i negozi di generi alimentari, con discrezione, in silenzio, dalle sue labbra non usciva nulla, nessuna richiesta, la gente sapeva che aveva bisogno di alimenti per suo figlio.
Vivevano nella povertà più assoluta, un vuoto dove neppure la luce entrava per alimentarlo, in quella casa solo l'oscurità possedeva una ricchezza e spadroneggiava
ostentando il suo buio, quello più profondo, in compenso i loro cuori possedevano una delle ricchezze più grandi, l'amore.
Quello che la signora otteneva dalla sua questua mattutina lo conservava per ciò che amava più della vita suo figlio Luca.
Luca era un ragazzo educato e rispettoso, alto, esile e sul piccolo viso due occhi grandi castani appena velati da grosse lenti, aveva due orecchie a sventola che quando rideva si muovevano all'insù, la sua fronte aggrottata era coperta da una ciocca di capelli: chissà quali preoccupanti pensieri attraversavano il suo animo.
Salutava tutti quelli che incontrava guardandoli con sguardo languido e un sorriso appena accennato, quasi dipinto.
Non ebbi mai modo di parlare alla signora, ogni giorno sull'uscio di casa mia aspettavo la "signora velata", così la chiamavo, curioso di vedere passare quella figura esile dal
portamento quasi regale, da vera regina.
Lei non era del mio paese, un giorno chiesi a mia madre chi fosse e da dove venisse, mi raccontò una storia molto triste, fuori dal mondo.
La "signora velata" viveva sola con suo figlio Luca, proveniva da una famiglia molto agiata che abitava in Puglia, era una ragazza madre, per questo motivo fu scacciata via dalla sua famiglia e abbandonata al suo destino, quello più atroce, la solitudine.
La "signora velata" aveva un portamento elegante e discreto, quando camminava sembrava volasse, la sua pelle era così trasparente da sembrare il bianco lenzuolo di un fantasma, forse apparteneva ad un altro mondo, un pianeta diverso dal nostro.
Mia madre continuò il suo racconto dicendomi che da quasi vent'anni abitava in paese, non si era mai fatta notare, la sua abitazione era sita in un rione vicino al mio, composta
da una sola camera, senza energia elettrica e senza servizi di nessun genere.
Suo figlio dava ripetizioni di storia per poche lire, alle volte per un po' di grano o un poco d'olio, alimenti preziosi per loro.
Ebbi un'idea per aiutare la "signora velata", dissi a mia madre che avevo bisogno di ripetizioni di storia, stetti alcuni giorni a convincerla ma alla fine acconsentì e chiese al ragazzo se era disposto a farlo, lui disse di si, fu così che entrai per la prima volta nella casa di quella donna.
Entrai in quella stanza il giorno successivo e mi trovai in mezzo alla miseria più nera, la mancanza totale del minimo indispensabile per vivere, il mio cuore si strinse quasi a
soffocarmi, la tristezza mi assalì, mi resi conto che la vita per la "signora velata" e Luca non si chiamava così, aveva un altro nome, morte.
La stanza aveva il camino addossato ad una delle pareti annerite dal fumo ed era spento, un piccolo fascio di legna aspettava la sera, sembrava impaziente di ardere e dare
un poco di calore a quelle due anime, interrompendo così il silenzio e rallegrando i loro cuori con il suo scoppiettio.
L'angolo della stanza ospitava un letto molto grande, lo copriva una vecchia coperta verde piena di vari rappezzi colorati, pareva un prato in fiore ed erano così perfetti da
sembrare fatti apposta per farla diventare piu bella.
Al centro della stanza, sul pavimento sconnesso di mattoni rossi, vi era un tavolo con due sedie impagliate, l'impaglio era sfilacciato, sembrava che le sedie avessero la loro
capigliatura in disordine, non pettinata.
L'ambiente era tenuto pulito, unica nota perfettamente accordata.
Le pareti non avevano nessun ornamento, nessun quadro, il sole penetrava da una piccola finestra in legno e i suoi raggi coloravano quel muro nudo e ingiallito dal tempo,
affrescandolo con vivi colori, dipingendo per loro un giardino di fiori variopinti.
Mi sedetti sulla sedia e iniziammo la prima lezione di storia, non stavo ascoltando lui la mia mente viaggiava in un altra dimensione, non ascoltavo ciò che diceva, la sua voce mi
raggiungeva appena, come se venisse da un mondo lontano dal mio.
I miei occhi trasognati erano fissi sulla "signora velata", caddi in un sogno profondo, fuori dalla realtà.
Alla fioca luce tremolante di una candela, osservai lei, seduta davanti al camino mentre ricamava.
Ogni tanto attizzava il fuoco per non farlo spegnere e nell'avvicinarsi al focolare il chiarore delle fiamme accarezzava il suo viso biancastro, lei compiaciuta mi guardava sorridendo.
Quel sorriso non lo dimenticai più, illuminò quella misera stanza trasformandola ed io mi trovai, inconsapevole, nel grande paradiso dei poveri.

 
TORNA A POESIE