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Rosalba  Griesi
da  Palazzo San  Gervasio  (PZ)  Basilicata  Italia
QUADRO DI DONNA DEL SUD
E’ una mattina di primavera.
Il cielo è così terso e luminoso da apparire trasparente.
Perfetta cornice per il mio quadro.
Qua e là nuvole a pecorelle. Col naso rivolto al cielo irraggiungibile, infinito, respiro l’aria pura, fresca appena; godo stupita del miracolo ed io stessa sento di farne parte.
Le nuvole mi appaiono bambagia leggera, soffice. Mi viene voglia di cavalcarle. Il venticello le sospinge facendole roteare e nell’escluderle, lentamente al mio sguardo, immagino una giostra di cavallucci.
Stormi di rondini sfrecciano veloci; giungono puntuali ogni anno a solcare i nostri cieli ad annunciare la primavera per poi ripartire verso paesi lontani.
Il sole splende ed illumina ogni cosa avvolgendola di calore nuovo. Diffonde un bagliore come di fari possenti. Quella luce è ancora in me accesa e mai spenta.
Sono sulla rupe e lo sguardo ora plana sulla vallata variopinta. Campi verdi di grano immaturo, erba fitta che ondeggia al soffio del vento simile alla brezza del mare che sospinge le onde spumeggianti, per infrangerle sulla riva.
Campi incolti, ma ricchi di colore: il rosso sgargiante dei papaveri, il bianco delle margherite, il porpora del trifoglio capitato lì per caso; e giù all’orizzonte pianure ed estese che si uniscono al cielo e con esso si fondono.
Sulla rupe l’erbetta di un verde lucente, macchiato qua e là da violette, primule, ciclamini e lillà che diffondono un dolce odore. 
Da un tronco all’altro tendono delle funi poste ad arte.
D’un tratto decido di giocare correndo tra un albero e l’altro, abbracciando il tronco con le braccia acerbe.
Sono attratta poi dal ciglio della rupe, e affascinata dallo spettacolo dei paesaggi che se ne scorgono; immagino di essere un’aquila che sorvola padrona dei cieli.
Mia madre, una figura regolare: capelli corti, indossa una camicetta chiara con le maniche appositamente rimboccate. La gonna forse è a fantasia, stretta in vita e lunga fino a metà gamba. I piedi sono calzati da sandali.
La mamma è molto bella. La sento lontana presa dai suoi pensieri; pensieri che non conosco, pensieri suoi e di nessun altro. Ho solo la certezza che sia molto amata e quell’alone d’amore che la circonda è confortante e rassicurante per una bambina di quattro o cinque anni.
Ora mi volge le spalle ed entrambe le mani sorreggono i catini dal manico in ferro stracolmi di bucato fresco. Dopo averli adagiati sull’erba, si china ed uno alla volta stende le lenzuola sulle funi, ripetendo quei movimenti fino a svuotarli. 
Tutto il bucato ora tende con le funi da un albero all’altro.Il vento soffia tra le lenzuola stese svolazzandone i lembi gioiosamente, sembra voglia prendersi gioco: sono ali di farfalla o rotoli di carta. Anch’io partecipo al gioco nascondendomi tra un lenzuolo e l’altro; la mamma intanto spaventata non riesce a trovarmi.
Le sue braccia protese per un ultimo assetto alle mollette da bucato e alle lenzuola candide come la neve. Afferro un lembo della gonna, anch’essa preda del vento, con le mani infantili, come a voler scacciare la paura che spesso mi assale.
Il volto materno mi appare sfocato, ma la sua voce mi giunge nitida: “Rosalba andiamo a casa; prima che faccia buio ritorneremo. Prendi la mia mano.”

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