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| Lorenzo
Kruger |
| da
... ... ... Italia |
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| OSVALDO E VENERE |
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Equivoci maestri di pattinaggio artistico volevano farci credere che non
servisse a nulla tutta quella esuberanza fisica e comportamentale di noi
maschi, il nostro violento antagonismo, la volgare consistenza dei nostri
istinti. Fortunatamente non ci credetti, cominciai a giocare a pallone, a
masturbarmi e ad aspettare che mi crescesse qualche pelo sul petto; ho
una lista di cose ben fatte nella mia vita, quel periodo vi è riportato
nella sua interezza come una fase strategicamente geniale della mia adolescenza. In parecchi ci avevano creduto a quella storia ed io mi
ritrovai di colpo il più uomo di tutti, con un bel bagaglio di ormoni
pronti a prendere la giusta direzione, con la testa piena di convinzioni
su come doveva funzionare tutto quel circo acrobatico che è l'accoppiamento. Venere lo sapeva e s'era innamorata di me. Io facevo il
duro ma ero pazzo di Venere; lei però non doveva saperlo, ero troppo
uomo per perdere la testa e non doveva nemmeno immaginare di aver messo
in ginocchio un tipo come me. Le passavo davanti senza guardarla, evitandone gli occhi ma la ascoltavo mormorare, ridere con le amiche.
Sapevo che parlavano di me e questo bastava. Quando qualche pattinatore
effeminato mi chiedeva come andassero le cose con lei, io rispondevo che
ci stavo lavorando, che aspettavo il momento giusto, la chiamavo "preda"
perché non pensassero che mi potesse interessare, mi schernivano con la
parola "amore" ed io roteavo i pugni minacciando di chiudere loro la
bocca con la forza. Ma la verità era che non potevo più smettere di pattinare perché, anche se ormai odiavo il solo rumore delle rotelle,
quello era l'unico modo per vederla, visto che non sapevo ancora come si
chiamasse né dove abitasse.
Passarono in questo modo diverse settimane, qualche mese, un paio di
stagioni e senza che me ne fossi reso conto dipendevo da lei, dal suo
mormorare, dal suo sorridere, dal suo esserci e soprattutto dal suo non
esserci. Capitava, infatti, ch'ella mancasse qualche volta alle lezioni di pattinaggio, ed io che ci sarei stato anche in punto di morte, sentivo
quell'assenza come un fatto personale, una mancanza di attenzione, disinteresse, un vuoto nello stomaco. Un giorno che mi sentivo
particolarmente in forma, passai quasi un'ora davanti allo specchio
decidendo cosa indossare per presentarmi agli allenamenti. Misi la
camicia più bella che avevo, scarpe lucide, pantaloni chiari. Arrivato al
pattinodromo qualcuno mi chiese dove stessi andando conciato così, i più
piccoli mi derisero ma io ero troppo indaffarato a cercarla o più
precisamente a cercare di farmi vedere da lei. Andavo in direzione degli
spogliatoi, lei se ne stava sempre lì fuori con le amiche, finché non
venivano richiamate per prepararsi, e camminando sentivo il cuore
esplodere dentro la mia bella camicia; ero certo che quel giorno sarebbe
successo qualcosa. Arrivato a destinazione trovai le sue amiche
appoggiate al solito muro, i soliti bisbigli, le solite risa strozzate ma
Venere non era con loro, quel giorno non era venuta. Dire che mi
sentissi uno stupido in quel momento sarebbe sicuramente riduttivo
perché, oltre a quello, una rabbia soffocante mi prese e mi portò via da
quel corridoio; cercai di tenere un andatura che non tradisse il mio
stato d'animo, sapevo che le sue compagne in quel momento stavano
verificando l'effetto che l'assenza di Venere aveva sortito su di me,
sentivo i loro occhi indugiare sui miei movimenti, sul mio andarmene, e
così tenni duro. Una volta fuori di lì, però, tirai un gran calcio al
marciapiede, rovinai le scarpe di vernice e per poco non mi ruppi un
piede, qualcuno mi notò e per la seconda volta in dieci minuti dovetti
dissimulare il mio dolore, contenendolo in una sobria camminata che questa volta mi avrebbe portato diritto a casa. Che senso aveva fare evoluzioni su quelle otto rotelle se non potevo essere visto da lei? Che senso aveva la mia camicia se non potevo essere visto da lei? Che senso avevo io se non potevo essere visto da lei? Queste ed altre domande altrettanto fatuamente esistenziali mi perseguitarono per tutto il resto di quel pomeriggio e la risposta più o meno ricorrente fu: nessuno. In seguito mi ripresi da quella e da simili delusioni inferte al mio giovane cuore, ma, a parte il fatto che orami sapevo il suo nome, nulla cambiò per diverso tempo e la cosa andava via via definendosi in una dimensione a metà tra il platonico e l'onirico, tra il guardato e l'immaginato. Quante volte dopo averla ammirata per tutto il pomeriggio mi chiudevo in camera, ed ascoltando i dischi più romantici che avevo a disposizione cominciavo a produrre pensieri talmente reali su di noi da sembrare ricordi, costruivo la sensazione di baciarla, di accarezzarla, immaginavo la sua voce parlarmi del suo amore per me. A volte mi addormentavo nel mezzo di questi pensieri e quella parte di cervello che non vuole soccombere al sonno continuava il lavoro cominciato da me; com'è tipico, questi proseguimenti erano di gran lunga più irreali dei pensieri che li avevano generati, dolcemente si
confondevano con la realtà che stavano abbandonando per farmi ritrovare poi a volare con lei, ballando tra le
nuvole, o più semplicemente consumando fastosi pranzi nel salone del nostro castello. Non indugerò sulla descrizione di quei risvegli, così
prevedibilmente pieni di amarezza, ma dirò solo che mi ci abituai com'è
impensabile abituarsi ad una tale delusione, perché ormai queste erano
più frequenti delle normali levate. Stavo sfiorando la patologia, mi piaceva quello stato d'animo o più che altro non riuscivo ad immaginare
il nostro rapporto in maniera differente da quella che stavo vivendo. La
questione ovvia era che più attendevo, rimandavo la nostra conoscenza più
sarebbe stato difficile abbattere il muro dell'imbarazzo, il timore di
non piacerle si faceva forte giorno per giorno ed ogni volta che consideravo la cosa mi sembrava sempre più difficile gestire
quell'incontro, trovare degli argomenti da snocciolare una volta stretta
la mano e pronunciato il mio nome. Mi figuravo la scena, lo scambio di
sorrisi, i convenevoli e poi il vuoto. Un silenzio che avrebbe sormontato
ogni cosa, anche l'ambiente attorno a noi avrebbe smesso il suo naturale
rumore per dare risalto alla nostra incapacità di affrontarci. Uno dei
due avrebbe tentato qualche debole soluzione, ma poi ci saremmo resi il
sorriso, ripresi il nostro nome, avremmo guardato altrove a cercare con
lo sguardo le parole per abbandonarci, il saluto che ci avrebbe restituito la lontananza. Una lontananza però irrimediabilmente infranta,
che sarebbe divenuta muta, non più occhiate loquaci ma uno sterile incontro dei nostri occhi su quella pista colpevole di averci fatto
incontrare. Questa paura l'avevo fabbricata su misura per potermi convincere che affrontarla a viso aperto avrebbe potuto causare danni
irreparabili al mio gioco amoroso, il mio idillio non poteva essere messo
a repentaglio dalla fisica voglia di conoscerla e così il più delle volte
riuscivo a compiacermi della mia irreprensibile condotta da gentiluomo.
Non mi sono risparmiato nessuno dei comportamenti tipici di quella situazione, convinto che andasse goduta fino in fondo la rosea follia che
infondeva; le prove davanti allo specchio, per esempio, erano diventate una
routine ed ormai quasi meccanicamente allungavo la mano a quel vetro e
guardandomi negli occhi scandivo il mio nome, presentandomi parlavo di me
ed a volte esagerando per far colpo su me stesso finivo per ridermi in
faccia abbandonando quella posa con un sospiro. Che impagabile periodo fu
quello, me ne accorgo solo ora che lo riguardo attraverso queste parole,
perché, seppur vivendolo, non ero conscio della straordinarietà di quelle
emozioni, il desiderio irrisolto di avvicinarmi a lei, che pur negavo,
coloriva di tinte malinconiche ed incerte tutta questa storia. Il mo umore in quei pomeriggi era labile, un suo cenno poteva esaltarmi, i suo
ignorarmi, anche se palese frutto di civetteria, riusciva a gettarmi nello smarrimento e solo a distanza di tempo quella puerile sofferenza mi
appare dolce, perché in quel momento il dubbio e lo sconforto parevano
lancinanti. Era in fin dei conti una commistione tra gioia e dolore, quel
bilanciamento continuo che cerchiamo in maniera inconscia che ci frena
nei momenti di felicità, suggerendoci la possibilità di future insidie,
che porta all'illusione e al sogno, quando tutto il resto fa troppo male
per essere sopportato. Venere mi dava tutto ciò senza saperlo, conferiva
un equilibrio a quel sentimento troppo nuovo per essere gestito solo da
me, dava una stabile continuità ai miei pensieri che prima di lei erano
bandiere al vento dell'adolescenza. Forse non ero ancora così uomo come
pensavo e per questo non ammisi mai che lei mi stesse tenendo in pugno;
l'espediente che usavo per convincermi che non avesse influenza su di me era di pensare al fatto che Venere fosse all'oscuro della mia passione
e quindi i suoi comportamenti non erano né causa né effetto di quello che
io provavo per lei. Pensavo allora di agire secondo il mio volere e cercavo di ignorare certi miei atteggiamenti patetici come il far finta
di aspettare qualcuno proprio davanti al suo spogliatoio oppure il vantarmi ad alta voce di bravate da sedicenne in maniera che lei mi
sentisse e se ne potesse impressionare. Quando i maestri ci radunavano in
cerchio maschi e femmine, io cercavo sempre la posizione diametralmente
opposta alla sua, primo perché mi imbarazzava starle vicino e secondo
perché così potevo guardarla facendo finta di ascoltare l'insegnante che
stava nel centro. Un giorno mi sorpresero con una domanda su quello che
era appena stato detto; rimediai una perfetta figura da stupido e diversi giri della pista durante i quali studiai come riavermi da quello
che Venere poteva aver pensato di me.
Ma fondamentalmente: che cosa aveva pensato di me? Sapevo per certo di
essere osservato da lei ma, mentre all'inizio avevo avuto la certezza che
la sua attenzione nei miei confronti fosse positiva, ora con l'andare del
tempo non immaginavo più che tipo di sentimenti erano maturati nella sua
testa, come reagiva al mio titubare, che senso poteva attribuire ai miei
atteggiamenti, se dava a questi il peso che io davo ai suoi o se le mie
evoluzioni pavonesche venivano ormai solo criticate, derise da lei e
dalle sue amiche. Proprio l'atteggiamento di queste ultime mi lasciava
perplesso, mi insinuava il dubbio in una situazione già precaria alla nascita.
Vedevo nel loro sguardo dei toni distaccati che non sapevo se attribuire
a sdegno, ad invidia per la compagna corteggiata, ad indisposizione indiscriminata nei confronti dell'altro sesso o se fosse semplicemente
una mia invenzione. Non sapevo, quindi, nemmeno cosa pensassero le sue
amiche. Io fondamentalmente non sapevo nulla ma ero certo che se qualcosa si fosse incrinato tra noi un grosso contributo lo avrebbero
dato sicuramente loro, con i loro commenti e la loro invidiosa disapprovazione. Le guardavo e rodevo. Avrei voluto portarla lontano da
quelle insipide pettegole ma prima avrei dovuto almeno parlarle e poterle
dire che non era vero. Ma cosa non era vero? Mi ero inventato le accuse
e le discolpe, avevo troppo tempo per pensare e lo usavo tutto. Così mi
perdevo in questi voli pindarici dove le congetture si sprecavano, le ipotesi gemmavano, dove appassita un'illusione fioriva una speranza.
Erano bei pomeriggi ed io avevo solo sedici anni. Ora, come in ogni scritto di questo genere, più o meno rispettabile che sia, sarebbe il
caso di cimentarsi in una quantomeno tradizionale descrizione del soggetto del mio desiderio. Una di quelle narrazioni che scorrono lungo
il corpo passando dalla nuca ai polpacci, dalle arcate sopraciliari alla
schiena, che si fermano un attimo sulla carnosità delle labbra per scivolare poi giù, con intenzione quasi gravitazionale, sulla pelle,
lungo gli arti, sulle dita. Ma io non farò niente di tutto questo per un
solo e semplice motivo: non ricordo più le sue sembianze, è passato molto
tempo e ciò che mi rimane di lei è solo un contorno idealizzato ed un po'
sbiadito; mi è più semplice ricordare le immagini che la sua figura mi
evocava. E così il suo corpo probabilmente magro lo conservo in forma di
stelo, le sue braccia dovevano essere leggere e flessuose perché le potevo paragonare alle antenne di una farfalla, il suo viso sicuramente
candido e pieno di grazia poiché banalmente lo coniugai ad un giglio. Non
posso dire di più e non penso nemmeno sia fondamentale continuare perché
a quei tempi non era ancora la carnalità a muovere le mie passioni, piuttosto queste prime esperienze mi aprivano la strada a quell'universo
incognito e femminile che prima crea curiosità poi biologica dipendenza,
io ero ancora, soltanto, molto incuriosito. Mi ricordo di averle fatto
decine di ritratti, persi nei vari traslochi della mia vita, dove più che
il reale trasponevo l'immaginato, alcuni li portavo con me e quando da
lontano li confrontavo alla modella, mi accorgevo di aver esagerato in
bellezza e sinuosità. Consideravo questi errori come una mancanza di sincronia tra l'aspetto che potevo constatare ed il momento in cui era
stato colto e messo su foglio. Non volevo ammettere che il mio sentimento
era deformante e preferivo pensare che quel giorno lei fosse meno bella
di quando vedendola mi era venuta voglia di ritrarla. Non che fossi un
disegnatore professionista, non avevo la capacità di immortalare il momento, ma me la cavavo. La volta che fui più soddisfatto di uno di
questi lavori, lo appoggiai come fosse stato portato dal vento, sulla bicicletta di Venere, tra i raggi della ruota ed aspettai nascosto, sia
per assicurarmi il compiuto recapito che per assaporare un eventuale reazione. Arrivò con un amica, una di quelle più care, lo vide quasi
subito, l'altra invece non ci fece caso, lo raccolse veloce, senza farsi
notare, ma non lo aprì, lo mise in tasca e cominciò a pedalare via dopo
avere sbrigativamente salutato la compagna. Quella volta capii che era
molto riservata e che probabilmente non aveva condiviso negli spogliatoi
il segreto dei nostri sguardi, considerai il fatto che le mie fossero di
nuovo, solamente invenzioni, e chissà di cosa parlavano quando passavo
davanti a loro. Erano continui rovesci congetturali ed io venivo sbattuto
da una parte all'altra di questa storia come una barca in mezzo alla tempesta, una zattera per essere preciso, dai tronchi marci e precari,
dalle corde corrose e sfinite, forse era giunto il momento di tentare l'approdo prima che se sciogliessero gli ultimi nodi e tutto andasse
irrimediabilmente perduto in mare. Cominciavo ad esaurire le forze e a
trovare coraggio, sentivo la fine di questo gioco e la voglia di cominciarne uno nuovo, da condividere però con lei. Era giugno ed il
corso di pattinaggio stava per finire, dovevo darmi una mossa ma aspettai fino all'ultimo momento. Il terzo venerdì di quel mese era stato
scelto per concludere l'anno con uno spettacolo serale che avrebbe mostrato ai nostri genitori in che cosa si erano trasformati i soldi
dell'iscrizione annuale. Quella sera eravamo tutti bellissimi e molto pettinati, ma lei era un vero colpo al cuore, ricordo che ne fui
pietrificato e, nonostante la soggezione che provocava la sua radiosità,
decisi di affrontarla. Aspettavo il momento giusto, io m'ero già esibito,
lei l'avrebbe fatto solo alla fine della serata. Un'attesa infinita, molte false
partenze, la tenevo d'occhio da lontano aspettando che rimanesse sola, di
per sé un'impresa ardua quella sera, tra pattinatori, amici, genitori,
fratelli, zii e parenti tutti rimanere soli non era facile. Un momento la
vidi incamminarsi senza scorta verso il bar allestito per la serata. Io
mi trovavo dall'altra parte della pista, sul lato lungo, le camminavo parallelo ma con un passo molto più sostenuto, il bar era dalla sua parte
ed io dovevo arrivarci insieme con lei per creare una coincidenza ropizia, un "anche tu qui" avrebbe rotto il ghiaccio e tutto sarebbe stato più
facile. Camminai come un forsennato, non potevo correre, non volevo dare
nell'occhio, inciampai in qualche scarpa col tacco, mi scontrai con i bambini sguinzagliati attorno alla pista, affrontai il lato corto ancora
più spedito ed incominciai ad avvicinarmi alla destinazione, mi
aggiustai i capelli e passai una mano sulla fronte madida, stava arrivando anche Venere ma lei non aveva bisogno di aggiustarsi, era così
perfetta. Proprio mentre stavo per sfoderare il migliore dei miei sorrisi, da non so dove spunta suo padre che la prende sotto braccio e le
chiede cosa desidera da bere. Io a quel punto mi trovavo al banco senza
sete né soldi, il barista mi guarda, fa un cenno in su con la testa a mo'
di "e tu che vuoi?", io mi guardo attorno e poi chiedo dov'è il bagno, lo
sapevo meglio di lui dov'era il bagno e senza ascoltare la sua risposta
mi ci diressi per darmi una lavata alla faccia.
Avevo praticamente immerso la testa nel lavandino, dal rubinetto usciva
un'acqua così gelata che mi chiedevo come potesse essere così fredda e
liquida al tempo stesso, ma io continuavo a tirarmela sul viso con intenzione quasi punitiva per l'ennesimo fallimento ed al tempo stesso mi
dava vigore per affrontare il prossimo attacco. Continuavo a gettarmi gran manate d'acqua sulla faccia finché qualcuno alle mie spalle si
lamentò di subire i miei schizzi, m'interruppi ed aspettai che dal mento
scolasse il viso, che gli occhi si liberassero e li apri per cercare nello specchio la vittima bagnata. Dietro di me era Venere, il primo
pensiero fu di aver sbagliato bagno, ma con una rapida occhiata trovai i
sanitari appesi al muro: ero nel posto giusto. S'era sbagliata lei e
glielo feci notare, erano le prime parole che le rivolgevo, lei mi sorrise nella maniera più dolce che non mi fu mai sorriso in vita mia e poi
con uno sguardo pieno di malizia mi chiese con gli occhi se veramente non
avevo ancora capito. Io con i miei ammisi che mi era chiaro, mi aveva visto arrivare al bar e dopo il contrattempo del padre mi aveva seguito.
Ci avvicinammo lentamente continuando questo discorso muto finché le nostre bocche, dopo un attimo di esitazione, si fusero nel più
cinematografico dei baci da toilette. Interminabile brevità, lei si staccò con la bruschezza e l'innocenza di una bambina, mi disse che
doveva andare in pista, che ci saremmo rivisti più tardi, che mi avrebbe
dato il suo numero di telefono: era fatta, avevo il suo cuore e nessuno
poteva togliermelo. Rimasi lì, in piedi, con lo sguardo trasognato fisso sulle mattonelle azzurrine che facevano il giro delle pareti, poi
sentii l'applauso che accoglieva l'entrata dell'ultimo spettacolo; mi scossi, Venere stava per esibirsi ed ora potevo andare ad ammirarla senza
il timore d'essere sorpreso in questo atteggiamento, anzi, grazie a pochi
attimi di contatto era diventato un diritto legittimo, potevo guardarla
quanto volevo perché ora era mia. Attaccò la musica e cinque fate a rotelle cominciarono a muoversi in sincronia ed allineamento, salti,
piroette, tutto a tempo, tutto con molto grazia. Inutile dire che per me
Venere era la migliore ed altrettanto inutile commentare l'invalidità di
questo giudizio così dolcemente schiavo di quello che era appena accaduto. Me ne stavo lì appoggiato al bordo della pista e per un momento
mi distrassi controllando con un pizzico di vanità l'ammirazione sulle
facce del pubblico, quando un grido acuto riportò la mia attenzione e
quella di tutti sul centro della pista. Venere era a terra con lacrime e
gemiti incontrollabili, subito si precipitarono su di lei i genitori, i
maestri ed un nuvolo di curiosi. Venne portata via in braccio, semisvenuta, il dolore doveva essere stato lancinante, una caviglia aveva
ceduto nel sopportare un salto avvitato. Io rimasi frastornato, lontano e
muto.
Seguirono tre settimane d'ospedale nelle quali non riuscivo a trovare il
coraggio di farle visita per la vergogna di imbattermi nei parenti ed amici che presidiavano la sua stanza. Di nuovo più aspettavo e più mi
sembrava impossibile affrontare la situazione. Seppi comunque che i medici le avevano proibito, sebbene il danno si stesse mettendo a posto
con rapidità, qualsiasi tipo di attività sportiva per almeno diciotto
mesi in seguito ai quali in ogni caso non avrebbe potuto riprendere in
maniera agonistica ma rispettando la fragilità della sua piccola caviglia. Dovette smettere di pattinare con enorme dispiacere suo e degli
insegnanti che in lei avevano riposto ottime speranze per il futuro.
Questo, insieme al fatto che Venere aveva concluso le scuole medie e quindi avrebbe dovuto comunque cambiare istituto e compagni, diede ancor
più coraggio al padre per accettare un buon incarico lavorativo in una
città del Nord, a più di quattrocento chilometri da dove vivevamo.
Accadde tutto con molta rapidità, per la metà di luglio seppi che Venere
si era trasferita appena uscita dall'ospedale ed io ero smarrito all'idea, non sapevo cosa fare, penso si trattasse di vero e proprio
panico che mi bloccò ed annullò ogni mia reazione. Fu un estate molto
calda, i miei amici andavano spesso a tuffarsi giù al fiume o fare scampagnate per evitare di affondare nell'asfalto, io provai qualche
volta a seguirli per distrarmi da quella malinconia insostenibile ma sempre mi ritrovavo alienato ed avulso, irrimediabilmente annoiato ed
incapace di oppormi a quella sorta di necrosi dell'animo, così reale e
così apparentemente irreversibile. Mi chiusi in camera, con un ventilatore, aspettando l'inverno senza alcun motivo. L'unico pensiero
con cui riuscivo a consolarmi era che Venere sarebbe rimasta per sempre
la mia ragazza, visto che effettivamente non ci eravamo lasciati, ed a
questo pensiero mi affezionai in maniera così morbosa che, sebbene trasformato dal senno di persona che cresce, rimane custodito dentro di
me a tutt'oggi che sono un uomo felicemente sposato. Non so effettivamente quando smisi di soffrire per Venere o quando cessò il
pensiero di lei, ma fortunatamente accadde ed a questa sofferenza è sopravvissuto solo il rimpianto di non averle mai detto, e la curiosità di sapere se sapesse, che mi chiamo Osvaldo.
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