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| Pierfrancesco Mastroberti
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| Da
Potenza Basilicata Italia |
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| E ORA DORMI, GOLDFUNKER! |
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“Signor Goldfunker! Signor Goldfunkeer!“ La portinaia si sgolava, ma nessuno rispondeva. Lanciò un’ultima occhiata indagatrice allo spioncino. La signorina Rapone se ne tornò al suo posto di combattimento al piano terra. Chiamò l’ascensore, entrò e pigiò il tasto 0. Se ne andò senza aver ribadito per l’ennesima volta, davanti alla medesima porta, le solite preoccupate e concitate parole:
“Signor Goldfunker!” parlava con una insopportabile vocina stridula. “Suo figlio mi dice di riferirle che è preoccupato per lei. Mi prega di ribadirglielo, non capisce perché lei abbia deciso di staccare la linea telefonica e perché non risponde più alla porta. Mi chiede anche di domandarle che fine abbia fatto fare al cellulare, tra l’altro, visto che è pure un regalo suo. Mi sente? Suo figlio mi prega anche di dirle che se proprio non riesce a dormire, farà meglio a farsi delle passeggiate all’aria aperta, anziché stare chiuso in casa tutto il giorno”
Quindi andò via, e senza aver detto nulla di tutto questo, per una volta, senza neanche la certezza che la litania che andava ripetendo da sette giorni arrivasse agli orecchi del destinatario. Senza l’assoluta certezza che il destinatario in questione fosse ancora vivo. Tornò alla sua cabina e quando cadde spaparanzata sulla sedia, si adagiò così comodamente tra i braccioli che fu come se non si fosse mai alzata di lì, se non la sera prima per rincasare.
Peter Goldfunker era un ex macchinista alle ferrovie, ormai in pensione da due anni. Polacco, di genitori polacchi trasferitisi in Italia quando il piccolo Peter aveva solo tre anni. Era passato tanto, tantissimo per lui, da quando aveva ricevuto i suoi primi danari, frutto delle sue fatiche passate, senza indossare la sacra tuta da lavoro. E in quei giorni viveva la sua prima, vera, crisi di rigetto. Da sei giorni non usciva di casa, ed era già tanto che si alzasse per andare in cucina, sporadicamente, a prepararsi qualcosa di commestibile.
Al mondo gli era rimasto solo un figlio, Giorgio, ventiduenne, che in quel periodo si trovava in Scozia per motivi di studio.
La maggior parte del suo tempo Peter Goldfunker la trascorreva davanti al camino. Erano giorni freddissimi di novembre. Amava stendersi sulla poltrona davanti al fuoco, con lo schienale a quarantacinque gradi, le gambe stese e incrociate sulla piattaforma, a pochi centimetri dalla legna. A volte incrociava le mani dietro al collo, o più su, sul capo. Ma più di frequente le stendeva sui braccioli. Osservava il fuoco, e ne invidiava l’ardore che lui ormai aveva smarrito nell’era preistorica della sua giovinezza.
Pensava, di tanto in tanto, e confabulava con se stesso il derelitto Peter, spossato dalla sua pensione e dalla autoinflitta immobilità. Dalla sua poltrona, davanti al suo fuoco, sentiva ogni giorno la voce sempre più allarmata della portinaia. Il signor Goldfunker non si girava mai. Ma quando la signorina Rapone urlava con il naso quasi schiacciato sulla porta (era così che l’immaginava), lui non poteva fare a meno di ripetere le parole di lei, quella disgustosa cantilena, a bassa voce, essendo le uniche cose che gli era dato sentire e anche l’unica occasione in cui riusciva a dimostrare a uno scorato se stesso di essere ancora in grado di aprire bocca.
Quando l’ammirevole (in quanto a caparbia) Carlotta Rapone poneva fine alla sua visita e tornava giù a fare quello per cui era stata assunta, il signor Goldfunker tornava a concentrarsi, nuovamente senza contrattempi, sul fuoco. Goldfunker e il fuoco, a furia di fissarsi a vicenda, si unirono in una simbiosi profonda e divennero un unico, curiosissimo essere metà uomo metà fiamme. Peter Goldfunker uomo-camino. Passava così le sue serate, i suoi pomeriggi, raramente accompagnato da qualche lettura, e non avrebbe potuto leggere il giornale, visto che non ne entrava uno nuovo in quella casa da sei giorni: il mondo al bando! Le fiamme brontolavano e i suoi coriandoli infuocati volteggiavano, dondolati dall’aria, salendo verso la ciminiera, oppure superavano timidamente il perimetro delimitato dalla legna prima di scomparire sulla testa di Peter. Assorto e troppo preso dal suo cinematografo personale, il signor Goldfunker non si sarebbe accorto di null’altro, seppure avesse avuto i piedi in fiamme.
L’ultimo suo flagello era l’insonnia. Non dormiva da sei giorni e sei notti. Cinque giorni prima aveva parlato con il figlio, al telefono: la sua ultima conversazione con un essere umano. La notte prima non aveva dormito. La telefonata, o il figlio, fu illuminante, perché, riattaccata la cornetta, decise di farla finita con il resto del mondo.
Tre giorni dopo la portinaia bussò alla porta di Goldfunker accompagnata da un poliziotto. L’isolato cronico non era un perfetto sconosciuto nel suo palazzo e la sua sosta prolungata, tra le mura di casa, aveva indotto gli altri inquilini a pensare al peggio. Precisamente fu la vedova Rapetti, della porta accanto, a sollecitare l’intervento delle forze dell’ordine, per malaugurata sorte di Goldfunker.
L’insonne non rispose neanche questa volta. Il poliziotto, esortato dalle altre persone accorse, si decise a sfondare la porta. Il misterioso covo dell’uomo-camino stava per essere violato. Urgeva un piano.
L’uomo in divisa fece irruzione nell’appartamento. Avanzava a passo lento e sospettoso, con Rapetti e Rapone a fargli da coda, sempre timorose di veder spuntare un cadavere da qualche parte, magari sotto un tavolo, o in un armadio. Gli altri seguivano poco dietro.
Sul tavolo di cucina c’era un biglietto. Il poliziotto lo lesse prima per sé. Doveva esserci scritto qualcosa di notevole, la soluzione di tutti i misteri, perché durante la lettura il corpo del poliziotto, inizialmente piuttosto rigido e degno quindi del ruolo, si rilassò, le rughe del volto si distesero e un’alitata, infine, uscì dalla bocca in segno di sollievo. Il poliziotto diede il biglietto con fare abbastanza seccato alle due signore. Nella caratteristica calligrafia di Peter Goldfunker era scritto
Per Laura
Sono a Torino a trovare un amico. Le chiavi ce l’hai! Da pulire ce n’è! Ci vediamo quando torno. In veranda c’è del pane vecchio per il tuo dinosauro. Ciao. Peter.
Il dinosauro in questione doveva essere un cane, dedusse Carlotta Rapone. La Laura citata, invece, era sicuramente Laura Montone, la donna dei servizi.
“Strano”, disse Rapone. “Sapevo che la signora Laura non veniva più.”
Non sentì odore di bruciato, né lei né la lucidissima signora Rapetti. E come potevano, dopotutto, sentirlo, se il signor Goldfunker aveva provveduto a far sparire ogni traccia della legna e della cenere dal camino, avendo presagito in tempo il complotto ordito da quei furbi quando cinque minuti prima la voce della Rapetti si era prodotta in quel disperatissimo urlo che fu: Polizia!
Lasciarono la casa, e il poliziotto, che guidava la comitiva, prima di accelerare il passo si girò con un’espressione a metà tra l’accigliato e il divertito, e rivolgendosi alle due, odiando già in un certo qual modo la Rapone e covando una certa antipatia per la Rapetti, disse:
“Se qualche altro inquilino dovesse malauguratamente partire senza avervi prima avvisato, mi raccomando: c’è l’esercito!”
La sera stessa la porta fu rimessa a posto, nel frattempo Goldfunker aveva atteso pazientemente che la situazione tornasse alla vecchia piatta normalità, sotto il letto della sua camera.
Uscì e fu contento di potersi riaccomodare di fronte al suo fuoco, con un panino alla mortadella nella mano destra, una sigaretta spenta in quella sinistra e nessun nuovo proposito nel cervello, ormai tramutatosi in un nebulosissimo ammasso fumoso. A volte pensava che se si fosse buttato nel fuoco non avrebbe provato alcun dolore. In effetti a volte lo fissava con tale concentrazione che sembrava quasi sul punto di tuffarsi. E quando lo guardava non sapeva pensare ad altro se non al fuoco. Solo il fuoco, ormai, sapeva indurlo a riflettere. Finora, però, neanche Lui, il fuoco, aveva potuto metterlo in guardia dai pericoli di un tipo di depressione così intimo ed esclusivo.
Quella notte, dopo nove lunghe notti in balia della nevrosi e del camino, Goldfunker si addormentò. Prese sonno nella solita posizione, con i piedi troppo vicini al fuoco, troppo… non si sa come successe e nessuno seppe mai, naturalmente, quale pensiero lo avesse aiutato a tornare tra le braccia calorose di Morfeo. Fin troppo calorose.. infuocate. Quando arrivò in quel mondo che è sempre dietro l’angolo di tutte le strade di ognuno di noi fu forse delucidato, o capì da solo.
Una settimana dopo, Giorgio tornò da Glasgow. La signorina Rapone gli aveva detto dell’irruzione e del messaggio. Giorgio entrò in casa, scortato dalla solita, invadente e petulante portinaia; che da quando era tornato non aveva fatto altro che parlare, di cose che lui non aveva sentito.
Mentre Giorgio faceva una telefonata, in attesa di salutarlo, la signorina si guardò un po’ in giro finchè vide la catasta di legna bruciata, nel camino. E c’era poi un ammasso inusitato di cenere, riversato in parte a terra in parte sulla poltrona. Carlotta Rapone si girò, inorridita quanto basta per farsi passare una buona volta la voglia di parlare. E mentre guardava dell’altro pensava: Lo dicevo io che Laura Montone non lavora più qui.
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