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| Emanuela Musso
Fiorini |
| Da
Torino Piemonte Italia |
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| Vomito |
Mi alzo di scatto e non so trattenermi e corro nel bagno con le budella in gola ed il mio corpo pare disfarsi, in questo momento, sfaldarsi in una poltiglia maleodorante e risalire. Rapidissimo. Su per lo stomaco sin dentro il cervello. Passando per la bocca. Prima. E mi affaccio alla tazza del gabinetto come per annegarci dentro e vorrei annegare davvero e liquefarmi senza esistere più. Senza più esistere. Ma non posso. Non posso. Non è ancora ora probabilmente.
Probabilmente.
E sento Bianca avvicinarsi. Piano. A piccoli passi nel timore di spaventarmi. Lei schiude la porta del bagno e scivola verso di me. Contro di me. Mi abbraccia e sospira con un sospiro lento di ansia e di dolore, il mio stesso dolore. Bambina mia. Ed io non vorrei che mi vedesse così come sono adesso, senza più espressione, senza più volto né espressione. Sfigurata e vinta dalla nausea e dalla fatica. Dal terrore cieco e dalla solitudine. Io. Che non ho più capelli. Né occhi. Né sesso oramai.
E ascolto il liquido scorrere rapido, e lo ricordo scorrere come un fiume nelle mie vene. Si chiama chemioterapia. Vecchia come il tempo e come questo male fottuto. Che non ha tempo né storia, maledetta flebo che mi avvelena. Ma dicono che sia per guarire. Per guarire. Anche se mi è difficile crederlo. Adesso. Non ci credo. Adesso che vomito come se dovessi svuotarmi l'anima, come quando ero incinta, ed aspettavo Bianca. Secoli e secoli e secoli fa. Quasi come allora. Solo che ora sto morendo, mi sembra, ed ogni briciola di me è buttata nella fogna della fogna. In questo gabinetto. Sono io stessa liquame. E continuo a vomitare. E vorrei scacciare Bianca, vorrei gridarle di andarsene in camera sua, vattene, scappa via, e invece lei mi stringe, allunga le braccia nello sforzo di contenermi, di contenermi tutta, le mani piccole che cercano il mio seno, che non esiste più. E che hanno spianato come una radura.
Come una pianura desolata ed arsa.
Desolata ed arsa.
Ma Bianca mi vuole consolare ed è la sola a riuscirci, la sola a cui io lo consenta e lo fa senza parole, ed è una consolazione muta e rassegnata di abbracci e di baci piccoli e di carezze. E quanta strada per i suoi sei anni, quanto giudizio, Bianca. Che ha capito tutto. Lei ha compassione di me. Come pochi altri in questa casa.
L'ho scoperto due mesi fa. Ero nuda in camera. Davanti allo specchio. Stavo infilandomi la sottoveste. Era di mattina. Non c'era nessuno in casa. Lo ricordo. Ho alzato il braccio sinistro d'istinto e con l'altra mano ho sfiorato il petto per sistemare la spallina, le dita brevi contro la pelle. Sulla pelle. Ed ho sentito. Ho sentito. Quella lieve protuberanza, una minima protuberanza di carne, una piccola perla in rilievo. Al confine tra seno e l'ascella. Non l'avevo mai notata prima. Non l'avevo mai notata. E ricordo la paura, quel giorno, come tanti altri dopo ancora, come centinaia dopo quella volta, rammento il terrore crescere ed azzannarmi e divorare ogni brandello di ragione. E di lucidità. Credo che capii all'istante. Non so nemmeno io perché.
O forse sì.
Bianca mi si accoccola in braccio. E stiamo sedute così sul pavimento del bagno, a dondolarci e a cullarci sulle piastrelle fredde di ceramica, azzurre di ceramica, chiare come la vita che vorrei e che non c'è adesso. Adesso. E' miglia e miglia lontana dal colore che vorrei. La mia vita. Più nera della pece, più buia della notte più buia che io abbia mai attraversato. E ce ne saranno ancora di notti così e di giorni come questo, di giorni come oggi. Ed io piegata a sputare dolore e sfinimento e negli occhi il sogno che ogni cosa cessi. Che cessi davvero. E che saremo liberi. Infine.
Un giorno. Ma adesso devo resistere. Resisto. E la nausea mi da una tregua, non so per quanto ma ne approfitto e guardo negli occhi la mia bambina che mi sorride e mormora, è tutto finito, Mamma, è tutto finito.
Se davvero fosse così. Se davvero lo fosse.
Se fosse come anni fa, al tempo dei miei diciotto anni, se tutto fosse come allora. Ed era il tempo delle vacanze in barca a vela, quando ci amavamo di un amore inafferrabile e sacro. E prezioso. Tu ed io. Quando tutto ci sembrava perfetto. Inesauribile. Eravamo felici.
E ci bastava poco, lo ricordi? E ci amavamo in quel modo folle e giovane e tu dicevi che non ci sarebbe stato altro aldilà di quello. Di quello. Dei nostri corpi lievi ed affamati di libertà. Lo dicevi. E mentivi, mentivi, amore mio, mentivi. Perché adesso io sono qui da sola, e tu non ci sei, dove sei amore mio? E quali pensieri ti avvelenano la mente ora, quali nuove paure, quali che io non conosco? Forse vorresti che io non esistessi in questo momento, lo vorresti. Che non esistessimo, io e il mio cancro così scomodo ed imbarazzante. Così sporco. E che ci fosse un’altra accanto, un’altra donna magari. E vorresti che questi mesi ti scivolassero addosso con la noncuranza delle cose facili. Come acqua contro roccia, come acqua sulla roccia, quasi non fosse accaduto nulla. Quasi che nulla fosse accaduto. Tu preferisci non vedere e guarderai solo quando tutto finirà, perché tutto finirà. In qualunque modo accada. Nella vita o con la morte.
Nella vita. Lo so. Ma finirà. Me lo hanno promesso. E me lo devono, e non importa quale pegno io dovrò pagare adesso. E non mi curo degli sguardi della gente, degli sguardi liquidi di rammarico, finti di rammarico, ed ignoro la commiserazione e la diffidenza. E la precarietà alla quale pensano di condannarmi. In cui credono di sprofondarmi. Tutti. Persino tu. Che non ti rendi nemmeno conto. Che non ti accorgi. Perché io sono inopportuna. Lo so. Io e il mio turbante per nascondere la pelle livida del cranio, ed il mio corpo consunto e traballante nei pochi chili. Ed io che navigo nei vestiti e nella follia di questo momento, ingiusto momento. Soltanto mio. Soltanto. Lo capisco. Comprendo quanto tutto ciò ti costi. Guardarmi e fingere di desiderarmi. Ancora. Di desiderare me. Che non ho più desiderio. Né desideri. E sopportare e stare zitto quando vorresti urlare. Invece. Per dire quanto sia cambiata. Quanto lo siamo entrambi. Così diversi da noi stessi.
Eppure io mi trovo bellissima. Mi trovo in gamba. Ed anche Bianca lo pensa e quando mi osservo ritrovo gli occhi di quando ero io stessa bambina, grandi e dilatati di stupore, grandi e chiari ed avidi di vita. Quelli che ti hanno fatto innamorare. Non li vedi, non li vedi, tu? amore. Io li vedo. Ora. E la speranza non muore. Non se ne va. La speranza rimane. Ed io sono più forte di chiunque altro, più forte della pretesa di esserne immuni. Perché nessuno lo è. Nessuno potrà mai esserlo. Purtroppo. Ed io sono più forte. Perché so. E perché la morte mi ha sfiorato, tanto vicino da perderne la ragione. Tanto vicino da morirne. Davvero. Ed ho veduto bambini come me e donne e uomini come me. Li ho veduti davvero, li ho veduti strisciare come me e mendicare nel medesimo modo, ed oltre il mio sguardo li ho veduti e nell'anima tutta, disperati e resi folli dalla disperazione. Stesi sulle barelle in attesa della giusta terapia, folli di terrore per ciò che sarebbe stato. E che loro stessi non sapevano. Che non sapevano. Come io stessa allora non sapevo. E riuscivo solo ad immaginare, a disegnare con la mente, entro confini assai ben più ristretti di ciò che essi non siano. In vero. Perché il cancro è come l'oscurità. Lo si combatte sforzandosi di guardare. Lo si combatte. A volte. E sarebbe bastata qualche settimana e un pò di indolenza. Magari. Se io non fossi corsa dal medico, se non ci fossi corsa all'istante, forse non sarei qui. Ora. Forse non sarei qui a vomitare sorretta da mia figlia. Sarei finita nel giro di poco. Pochissimo. Ammisero. Più tardi. Il più bastardo dei bastardi; qualche settimana e non ci sarebbe stato scampo. Più scampo.
Dissolvenza.
E soli diciotto millimetri. Diciotto. Millimetri. Una briciola. Un frammento insignificante e la beffa del destino, che per una cosa tanto piccola si possa morire. Scomparire. Ma oggi sono ancora in questa vita. Per il momento ci sono. Sono qui. Stretta a lei che mi riscalda il corpo, che mi sfama l'anima e la mente. La mia salvezza. E Bianca si scosta da me. Un istante. E' un istante. E mi scruta un pò accigliata, poi nasconde il viso, lo nasconde ancora nell'incavo della mia spalla e la sento sorridere, avverto le sue labbra che si schiudono in un sorriso lento e delicato. Il suo sorriso. E il suo fiato tiepido mi quieta. E poi lei cerca il solito rumore nel mio petto esausto, oggi, il rumore esausto del mio cuore. Quindi lo dice. Senza una ragione apparente, non l'aveva mai fatto prima, e comunque mai con questa solennità e questa fierezza adulta. E consapevole. Mi guarda negli occhi e lo dice, quasi lei intendesse fare una dichiarazione. Lo dice con l'ingenuità spietata e disarmante della sua lieve età. Lo sussurra. Affinché rimanga un segreto. Tra di noi. Tra noi due complici solamente. Da grande voglio essere come te. Come se lei esprimesse un desiderio e lo chiedesse alla fatina buona. Brava come te.
Ed è questa la mia vittoria. Oggi. E per oggi una vittoria. E la mia segreta resurrezione. Davvero. Io che ho vissuto più di una vita e che sto vivendo la seconda, certamente, ed io che credo. Malgrado tutto. E non m'importa più di molto al di fuori di queste quattro mura, di mia figlia e della nostra scommessa. Attraversata insieme. Come solo le donne sanno fare. Ed ogni singolo istante che verrà sarà migliore del peggio già trascorso. Migliore del nulla conosciuto.
Se tu non mi lasci. Piccola mia.Se tu non mi lasci.
Spero che tu non sia come me.
Amore.
E che tu sia senza dolore invece e senza malattia.
E sempre libera.
E prego che tu sia come me. Come me. Qualche volta solamente. Nei momenti di gioia e di allegria.
Come me.
E che Dio non ti tolga mai la forza.
Non te la tolga mai.
Per Monica, che a soli trent’anni ha vinto la sua più grande battaglia.
E per Bianca Maria che si è dimostrata una piccola donna.
Torino, 5 febbraio 2001
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