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| Marcella Russano |
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Napoli Campania
Italia |
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LA
SOGLIA
(racconto
terzo classificato al concorso annuale della rivista Marea) |
Era già sera quando mi accorsi di essere davanti al portone di casa con le chiavi in mano intenta a scegliere quella giusta da infilare nella serratura. Come ci ero arrivata non sapevo dirlo. Avevo camminato in maniera automatica, con la testa per aria, probabilmente come al solito avevo scelto la strada più lunga da percorrere mentre il sole tramontava e lasciava il passo alla notte. Soltanto adesso capivo di aver camminato da sola e non sapevo dire da quanto tempo la mia bocca era chiusa in un silenzio forzato. Era già tardi eppure non avvertivo nessuno stimolo alla fame, anzi, una strana sensazione di nausea leggera mi stringeva la bocca dello stomaco mentre continuavo ad osservare le chiavi che luccicavano tra le mie dita. Stava per accadermi ancora, lo avvertivo in maniera chiara anche se inconscia. Era inequivocabilmente uno di quei momenti in cui i ricordi ricacciati in fretta in un angolo oscuro della memoria decidono di uscire tutti quanti insieme allo scoperto, riportando con violenza alla luce luoghi ormai lontani.
Mi sembrava di trovarmi esattamente ad un passo da una linea di confine. Dovunque provassi a voltarmi leggevo chiari i segni di un cambiamento. La primavera tardava ad arrivare. Il freddo aveva colto inaspettatamente la città, regalandole una sorta di secondo inverno. Il contatto della lana sulla pelle del viso mi infastidiva. Avrei voluto deporre la mia sciarpa nell'armadio ma mi vedevo costretta a farne uso. Sentivo proprio in fondo alla gola, in un punto preciso ma distante, una sorta di leggero bruciore che non si decideva a placarsi. Guardandomi intorno, però, riuscivo a percepire che qualcosa andava mutando di segno. Gli alberi del parco erano pieni di splendidi germogli di un verde chiaro, tenero ma pieno di vita. La natura ripeteva ancora una volta, inesorabilmente, il suo ciclo. Tutto ritornava a vivere. Le giornate si allungavano e presto sarebbero arrivate anche le rondini richiamate dal clima mite e confortevole. Aspettavo un tramonto rosso che non arrivava mai. Mi sentivo come sospesa. Come costretta ad un letargo più lungo del normale. Coperte dalla neve del silenzio e della solitudine invernale, alcune gemme covavano pronte a spuntare rigogliose anche in me. Lo percepivo chiaramente. Ma ero stanca di aspettare. Stanca di stare in silenzio. Avrei voluto sentire lo spazio che mi circondava riempirsi di voci. Avrei voluto percepire quelle vibrazioni tanto familiari che mi facevano compagnia nei momenti più difficili. Ed invece, tutto era insolitamente immobile, vuoto, statico.
Poi, d'improvviso, capii. Era il portone. Mi trovavo proprio in un luogo di confine. A metà tra il giorno e la notte. A metà tra la strada e la casa. A metà tra l'adolescenza e la maturità. Sentivo una strana energia che aspettava solo d'essere liberata. E finalmente decisi. Scelsi la chiave giusta, l'infilai senza difficoltà nella toppa ed aprii il portone facendo il primo passo verso l'interno. Mi sembrava di essere precipitata in un'altra dimensione. Percepivo una sensazione piacevole e mi sembrava di stare inequivocabilmente sorridendo. Si, doveva essere così, stavo proprio sorridendo. Rivedevo come in un film una serie di volti e mi sembrava di sentire delle voci familiari. Erano tutte voci di donne. Tutte le voci delle mie amiche. Sempre le stesse da tutta una vita.
Sono seduta su di una panchina di pietra, anche abbastanza scomoda. Mi sembra di essere davvero sicura di me. Le mie parole sono grandi e distinte, rotonde come la mia calligrafia. Mi vesto malissimo. La mia voce risuona forte, spiegata, attraverso le parole di una canzone pop dagli accordi semplici. Il corpo è una cassa armonica che amplifica le vibrazioni rendendo spessore al canto. La mia chitarra folk si riscalda ai raggi del sole di un caldo pomeriggio di tanti anni fa. Ma d'improvviso, sul ritornello, un'altra voce si aggiunge alla mia. Mi accompagna, mi sostiene, mi permette di improvvisare, di gorgheggiare, di inventare una nuova melodia da adattare al mio desiderio, al mio istinto. E' un intreccio senza eguali. Ci unisce un tempismo così semplice da sembrare che le nostre due voci vengano fuori da un corpo solo. Eppure siamo due. Diverse, cocciute, fedeli. Siamo due eppure per capirci ci basta poco meno di uno sguardo. Siamo amiche. Io muta ed ostinata, orgogliosa e testarda, sfrontatamente moralista, massimalista. Lei chiacchierona, forte, solare, tenace, intimamente sensibile ed inaspettatamente delicata, intraprendente. Ci piacciono le stesse cose. La stessa musica ci unisce. E' come un vincolo di sangue. Forse ancora di più che se fossimo sorelle. Insieme ci trucchiamo. Scegliamo i vestiti. Inseguiamo i ragazzi per strada. Insieme ci diamo consigli. Ci facciamo confessioni. Insieme soffriamo, quando è il momento di soffrire. E dimentichiamo, quando è il momento di dimenticare che abbiamo sofferto. Lei mi prepara da mangiare con amore. Nessuno deve sapere quello che solo noi sappiamo. Inventiamo strategie. Aiutiamo chi ci sembra in difficoltà. Interveniamo dove possiamo per dare una mano. La nostra storia è la stessa. I nostri avi, il nostro sangue contadino, le nostre montagne. Il sapore del pane appena sfornato, della ricotta ancora calda. L'aria nitida e pura, l'acqua gelida della fonte, il tramonto nella valle e la nebbia che cala all'improvviso. Le lucciole nella notte pesta. Il rumore del vento tra le foglie dei sempreverdi. Tutto questo è nostro, profondamente e per sempre.
Tiravo un respiro forte e chiudevo gli occhi. Avvertivo un dolore forte al petto e mi sembrava di non poter respirare. Era come se fossi riemersa dall'acqua dopo una lunghissima apnea. Com'era possibile che quel sodalizio così forte e profondo fosse finito così presto? Dov'era adesso la mia amica? Dov'era mentre io attraversavo il portone e superavo la mia linea di confine? Dov'erano i suoi occhi profondi ed i suoi capelli rossi? E la sua chitarra acustica ed i suoi amori tormentati? Le sue mani piccole e le sue unghie cortissime? Sentivo un enorme vuoto proprio nell'immenso spazio che era stato occupato sempre da lei e da tutta la sua vitalità. Volevo con tutta me stessa che tornasse. Che tutto tornasse come prima. Come quando avevo diciassette anni e mangiavo con una fame da lupi. Come quando sceglievo i vestiti più kitch mai esistiti sulla faccia della terra. Come quando il mio viso era pieno di brufoli e cicciotto. Come quando i miei capelli avevano una improbabile permanente. Come quando i miei amori erano tutti emozionanti e sul filo del rischio. Ma soprattutto volevo sapere che fine avevamo fatto noi due. Così deluse dalla vita, dai dolori, dalla realtà. Così diffidenti, rinchiuse in una strana armatura pesante, in posizione di difesa. Così paurose di ricevere delusioni, calci e rifiuti. Ero davvero tanto cambiata rispetto a quel periodo della mia vita? Erano davvero altre le mie priorità adesso che mi trovavo sospesa con un piede sollevato da terra nell'atto di salire uno scalino decisivo? Ma soprattutto che cosa o chi era diventata lei, la mia dolce amica del cuore, in tutti quegli anni? Volevo sapere tutto. Volevo conoscerla, di nuovo. Rivedere il suo viso di primo mattino mentre beve il latte in un enorme tazza colorata con i capelli arruffati e legati in una pinza gigante. La paura mi soffocava. E se non ci fossimo più capite? E se avessimo fatto talmente tanta strada da essere oramai troppo distanti? L'avevo persa per sempre? Sorprendentemente continuavo a sorridere tra me e me. In fondo lo sapevo. Un'amica non si perde mai. Anche se vive dall'altra parte del mondo. Non foss'altro che per i ricordi che si custodiscono in comune. Come la vecchia foto che ci ritrae insieme vestite da sera e che avevo appeso da poco alla parete. Ricordavo ancora che rumore facevano i nostri tacchi alti sul selciato quella sera e come desideravamo toglierci quelle scarpe maledette…
Sono davanti al televisore. E' notte ormai, ma io sono ben sveglia. Con gli occhi spalancati assisto ad una scena disgustosa. Un giornalista pianta delle bandierine colorate su una cartina geografica che ritrae il mio paese. Quelle bandierine hanno tutte più o meno lo stesso colore: la destra ha appena vinto le elezioni. Ancora non so precisamente a cosa andremo incontro a partire da domani mattina, ma so che ci sarà da lottare. Un'atmosfera particolare mi circonda. E' come se mi mancasse il respiro. Ho paura, perché non so esattamente da cosa dovrò difendermi. Ho paura, ma mi sento stranamente protetta. Accanto a me ci sono le mie amiche. Siamo in quattro. Siamo sempre state in quattro. Una di noi legge i tarocchi alle altre. Il silenzio è assoluto. Dopo verranno le discussioni. Discuteremo di tutto. Senza esclusione di colpi. Ci metteremo a nudo. Chi legge le carte modifica e devia leggermente il senso della divinazione. Mette a fuoco ciò che le altre, da sole, non sono in grado di capire. Descrive le situazioni. Rovescia all'esterno ciò che è chiuso dentro. Insieme cerchiamo una soluzione. Non ci sono problemi che non possiamo combattere. Unite non ci vince nessuno. Nemmeno gli uomini che cercano impertinenti di intromettersi tra di noi. Il nostro spazio è sacro come un cerchio magico. Siamo streghe. Abbiamo un mucchio di premonizioni e sono tutte giuste. I nostri capelli odorano di hennè. I nostri vestiti sono lunghi, leggeri e riecheggiano uno stile orientale delicato, accompagnato da gioielli d'argento e pietre dure. E' politica passionale anche il nostro modo di muoverci. Scegliamo insieme cosa leggere. Scegliamo insieme la musica da ascoltare. I Doors accompagnano le nostre vite assieme ai Pink
Floyd, Bob Marley, Joan Baez e Bob Dylan. Studiamo attentamente l'elenco dei film del cineforum
d'essay. Discutiamo le scene ancora impresse sul fondo degli occhi fino alla noia: il ciclo cinese, il ciclo polacco, il ciclo israeliano… ci riempiamo la bocca di cioccolata fondente. Beviamo il thè al limone. Ci asciughiamo le lacrime a vicenda. Ci dichiariamo fedeltà assoluta. Parliamo a turno. Lo sguardo sulla vita si fa più lucido. Chi sono io lo vedo attraverso lo sguardo delle altre. Conosco a memoria, come se avessi una specie di cartina disegnata nella mente, ogni singola piega dell'interno di ognuna di noi. Mi oriento facilmente. L'ateismo, il comunismo, il femminismo. Le pene d'amore, le aspirazioni, i desideri. I pettegolezzi, i vestiti, il trucco, la biancheria intima. I dolori mestruali, la pillola, lo smalto bordeaux, la morte. La depressione, la pizza, le avventure estive, la cellulite. Le scarpe con l'infradito, i viaggi all'estero, la
Sorbona. Le parole e le idee che danno corpo alle nostre voci sono il nostro luogo. Il luogo della nostra identità. E mi sembra che debba durare per sempre. Mi sembra che questa età non debba finire mai. Dare moltissimo e pretendere ancora di più. Una dedizione pressoché assoluta. Un persistente odore di essenza di verbena che viene fuori dal bruciatore ed invade le narici, lo spazio vuoto che ci circonda, l'anima tutta intera. Siamo quattro e siamo una. Gli I Ching cadono sul pavimento tintinnando, lancio dopo lancio, esagramma dopo
esagramma, lancio dopo lancio, lancio dopo lancio…
Ancora una volta riemergevo con difficoltà dall'apnea del ricordo. Sembrava che nulla fosse cambiato attorno a me. Soltanto adesso però mi rendevo conto di aver superato la soglia. Avevo tutti e due i piedi poggiati bene a terra. Il portone dietro di me si era richiuso senza quasi fare rumore. Tra le dita stringevo ancora le chiavi oramai riscaldate dal contatto con la pelle. Avvertivo uno strano disagio. Una sensazione di irrequietezza. Di ansia. Provai a scostarmi la sciarpa dal collo. Per qualche secondo mi sembrò di stare meglio. La gola continuava a dolermi. Scartai una caramella balsamica e la infilai in bocca. Il sapore intenso della menta mi stordiva. Lasciai cadere la cartina che aveva avvolto la caramella. La guardai scivolare lentamente sul pavimento. Si appoggiava al suolo con delicatezza. In quel momento capivo che il mio malessere era dovuto ad una perdita. Avvertivo chiaramente un senso di abbandono. Le spalle che avevo avute coperte da una sorta di armatura spessa ed inespugnabile adesso erano inesorabilmente nude. L'età che avevo appena rivissuto e che mi sembrava non sarebbe finita mai si era conclusa. Come la cartina della caramella, era scivolata via lasciandomi scoperta e poggiandosi lievemente sul suolo del passato. La mia identità non potevo più conoscerla attraverso gli occhi delle mie amiche. Era arrivato il tempo. Il tempo di separarsi. Il tempo di smettere di pretendere una fedeltà assoluta. Il tempo di costituirsi come individui. Di scontrarsi da sole contro gli spigoli del destino. Avevo tessuto con cura e gettato una coltre scura sui miei sentimenti per nasconderli. Nessuno poteva vederli interamente. Nemmeno le mie amiche. Ognuna impegnata a costruire una vita nuova, adulta, completa. Ognuna a misurarsi con le proprie scelte, con le proprie cadute, con le proprie delusioni, con le proprie rinunce. Anche quel luogo magico, quel cerchio intimo, si era dissolto alla fine. E faceva male, adesso in questa primavera negata. Faceva male. Perché sapevo che, anche mantenendo degli ottimi rapporti con ognuna di loro, la nostra unione era mutata, si era trasformata, cambiando di senso proprio sotto i nostri occhi e senza che noi potessimo fare nulla per evitarlo. Crescevamo, seppure controvoglia. E sulla strada finivamo per perdere qualcosa, inevitabilmente. Mi sentivo sola. Dietro di me il portone chiuso sembrava separarmi da quello che ero stata fino a ieri. Una folla di immagini e di voci si addensava dietro il vetro e continuava a premere per entrare. Girata di spalle potevo avvertirla. Potevo avvertire il suo richiamo. Potevo avvertire quel persistente odore di verbena che penetrava dalle fessure e persino un rumore continuo di monete lanciate a terra. Restavo ferma, immobile, incapace di decidere. Voltarmi e abbracciare il mio passato. Salire lentamente le scale e assumere il mio futuro. Stranamente mi ritrovavo a sorridere ancora. Senza volerlo, stavo sorridendo. Nonostante quel vuoto enorme che mi si apriva proprio al centro del corpo destabilizzando il mio equilibrio, sorridevo. Stavo perdendo qualcosa di stupendo. Lo stavo salutando per sempre. Eppure sorridevo. Per qualcosa che si perde, qualcosa si guadagna. Per una pagina che si chiude, una nuova si apre. Era questo che si nascondeva sotto il silenzio della neve posata sul fondo del mio inconscio. Avevo dormito ricoperta dal manto invernale per così tanto tempo crogiolandomi nel lieve dolore della perdita. Adesso avevo voglia di risvegliarmi e tendere le mani per raccogliere quello che la vita mi avrebbe offerto. Mi voltai. Aprii il portone lasciando passare attraverso la soglia tutti i fantasmi che si erano accumulati dietro al vetro.
Sorridevo ancora mentre lentamente sollevavo la gamba nell'atto di salire le scale accompagnata da quella folla turbinante di voci e rumori.
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