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Eugenio  Santangelo
Da Potenza Basilicata Italia
 
SENZA TITOLO


E' successo d'estate. Vagone fumatori. L'aria quasi irrespirabile. Vi stavate avvicinando a Milano senza il minimo presagio di luce o palazzoni enormi che ti immaginavi. Quella donna ti raccontava di un'altra donna. Ascoltavi sì e no poche parole, e queste non bastavano per capirci qualcosa. 
Eppure doveva interessarmi.
Guardare fuori dal finestrino, quello sì che mi attirava. Peccato che non vedessi niente, buio e smog. Quella donna fumava troppo e troppo intensamente, succhiava le sigarette con movenze disperate e fameliche. I suoi occhi stavano subendo il peso di tutte quelle volute che si raccoglievano sul soffitto del vagone non trovando più spazio. I suoi occhi erano rossi, di un rosso acceso, quasi lacrimante e avresti detto che stava piangendo. Ti parlava di un'altra donna, una persona lontana, tanto lontana e mai troppo.
Lievemente girai la testa verso di lei. Vidi che in effetti lo stava facendo, piangere intendo. Non ne ero ancora sicuro però e soprattutto non sapevo spiegarmelo. Certe persone sono così suscettibili al ricordo.
- Scusami Marta, ti dispiacerebbe se andassimo nel vagone per non fumatori? 
Lei annuì. Ci spostammo.
Vagone non fumatori. Finalmente si respirava. I suoi occhi erano ancora rossi. Eravamo di fianco. Di fronte c'erano due persone che sembravano interessarti di più. Lei faceva una telefonata dopo l'altra con un telefonino che avresti detto il suo secondo amore. Di fianco a lei il primo e indiscusso. Lui. Digitava sulla tastiera e leggeva sullo schermo di un computer portatile. Sembrava sorridere, invece no. Al telefono lei fingeva una parlata romana pessima e patetica, tipica di milanese con nessun senso dell'umorismo e piena di quell'atteggiamento di ragazza o moglie d'imprenditore, impregnata di pose antiche ed aristocratiche.
- E si eh! Mo' annamo a casa. Ho appena finito de registra'. Guardatemi venerdì su canale cinque -. Era stata ad un quiz televisivo, a quanto avevo capito. Mi riempì di tristezza.
- Capisci? - mi sentii toccare sulla spalla e mi girai di fianco ricordandomi della mia compagna di viaggio che stava ancora sprecando fiato.
- Perfettamente - e feci di sì con gli occhi. Lei tacque. Io tornai sulla coppia. La donna non sapeva più chi chiamare, l'uomo faticava a tenere gli occhi aperti sullo schermo. Lei iniziò a infastidirsi, quasi a scalciare, mugolando, cercando di attirare l'attenzione dell'uomo. Sfilava ed infilava i sandali, nervosa. Io iniziai a divertirmi.
- Dai amore, devo finire per stasera! -, fece lui e lei mise su il broncio. Capii che era una nullafacente mantenuta che si permetteva di fare la scocciata. Chiuse gli occhi. Il divertimento si riempì di compassione. Deve essere brutto in effetti, vivere così. Guardai fuori dal finestrino e le luci della metropoli si stavano finalmente addensando davanti ai miei occhi. Poi, la stazione centrale. 

Di giorno Milano non ti sembrò così brutta. C'era un gran sole e un gran caldo. Avevi chiamato tua moglie e tua figlia raccontando del duomo, della madonnina, del castello sforzesco, delle palle del toro nella galleria, di tante cose con concitazione. Quella mattina non avevi visto Marta, la tua collega. Ripensasti ad alcuni frammenti di parole che chissà secondo quale processo ti erano rimaste in mente. Erano parole tristi. Non avevi ascoltato per questo. Ora volevi sapere tutto. Sbrigate alcune faccende saresti tornato nella tua umile e piccola città del sud e avresti rivisto Marta solo dieci giorni dopo. In un attimo l'ansia ti salì fino alla gola. "Stupido!", e picchiasti l'aria. Il pomeriggio passò a stento tra cartacce ostili alla tua esistenza e gocce di sudore.
Decisi di partire la sera stessa. Vagone non fumatori. Ero solo. La mia ansia di sapere rendeva il treno più lento e quel treno era il tempo che mi separava dalla mia città dove giorni dopo avrei ascoltato nuove parole. Allora la mia ansia sarebbe stata prosciugata da un nuovo doloroso senso di stupore, lo stupore sarebbe durato il tempo di un passo nel vuoto, ed il vuoto mi avrebbe accecato di dubbio. Ma questo non lo sapevo e non potevo far altro che fantasticare.

Volevo che mia figlia sapesse tutto, volevo che avesse una visione completa del padre, nessuna idealizzazione, solo verità. Quando lei compì sei anni, io incominciai a svelarmi. Le parlavo di me, conforto o sgomento nel suo trascinarsi negli anni. Volevo accompagnarla con la mia figura. Cadute, paralisi, mostruosità e tutto avevano accolto anche il suo povero padre. Questo desideravo sapesse. Poi mi accorgevo che quegli occhi non avrebbero potuto sopportare oltre tali durezze, senza piangere. Così la risollevavo e la guardavo riaccendersi, innocente. Le insegnavo allora quale fosse l'aria che si può e si deve respirare con giganteschi polmoni mai saturi, le parlavo di ciò che di più bello esista, le raccontavo di quanto amore avevo lasciato in giro camminando fin lì.
Ora aveva dodici anni. Capitò questo. Il primo segno di declino, almeno credo. La portai con me, come spesso accadeva, nella città in cui avevo frequentato l'università. La trascinai in uffici ed uffici e in palazzi dalle porte scorrevoli, tutto tra una boccata di mare ed una di sole. C'era entusiasmo nel suo seguirmi ed io dovevo essere l'uomo più felice del mondo in quei momenti. 
Eppure qualcosa mancava. Meglio dire: c'era qualcosa di troppo. Ansia. Nel mio lento treno aspettavo di sapere. Così non assaporai i suoi sorrisi, la sua stanchezza piena di energia e di voglia di ascoltarmi. Accelerai le mie operazioni con fare troppo brusco. La infilai in macchina pronto per andare, per tornare, per sapere. E il traffico mi aspettava, simile a una bestia lenta e priva di vita, inutilmente rumorosa. Dopo poco mi accorsi del silenzio che ci aveva avvolti, improvviso. 
Non volevi infrangerlo.
Ti sei pentito di averla portata con te. Sei arrivato fino a questo punto e un po' ti senti ripugnante.
- Papà, guarda! -, la sua voce ti arrivò alle orecchie con un suono stridulo e ripetuto. - Papà, guarda! -. 
Una sveglia. Già, tartassante, fastidiosa. Girai la testa verso di lei e vidi che indicava qualcosa che era già passato. Riconobbi quel quartiere ed ero deciso a rimanere in silenzio.
- Papà, ma quella signora che fine ha fatto? 
Sentii che lo sguardo mi si incattivì. Poi mi inchinai stoicamente al destino e all'odioso ed inevitabile complesso di coincidenze. Accelerai. Il traffico si era diradato. Correvi veloce in un caos di pensieri.
- Papà che c'è? Mi hai sentita? Per caso è successo qualcosa in quegli uffici? 
No che non era successo niente. Ansia, ero pieno d'ansia e fastidio e quella sveglia continuava imperterrita a suonare.
- Papà…
- Non ho niente, Elisa. Stavo pensando a quello che mi hai chiesto. In effetti non so… -, mi bloccai. Quel non so pronunciato con noncuranza fu fatale. Sveglia: 
- Non sai…
- Non so che fine abbia fatto. Non la sento da tempo.
Cercai di troncare lì.
- Hai fame?
- No, grazie. Ma ci pensi a volte?
Eri deciso a spegnerla. Ma, sbalordito, ti venne in mente che, diavolo, era tua figlia!
Un lungo respiro.
- A volte sì, piccola mia. L'avrai sentito dappertutto ed è vero: i primi amori non si dimenticano. Vivi tutto al meglio, mi raccomando. So che lo farai. Non sfuggire alle possibilità, mai…
Rimase un po' perplessa. Tu più di lei. 

- Elisa guarda bene quel palazzo. Lo vedi quel balcone con i panni stesi? Ecco, lì ha vissuto papà cinque anni quando faceva l'università e ancora non conosceva la mamma. Allora papà era innamorato di una ragazza. Tanto innamorato. Eppure piangeva sempre, quasi ogni sera. E' difficile essere innamorati e con lei lo era ancora di più.
- Con chi, con la mamma?
- No, con Erica, la ragazza che avrei voluto sposare quando ancora non conoscevo tua madre. Bè, è stata la prima vera storia del tuo papà.
Elisa guardava quel balcone e non riusciva di certo ad immaginare quanto tempo era passato. Nello stesso modo non poteva concepire che suo padre avesse avuto un'altra donna al di fuori della mamma. Aveva sette anni.
- Vi davate i baci, papà?
Dopo quel giorno ogni volta che capitavamo in quella città correvamo a guardare il balcone. Io le raccontavo la solita storia, sempre, aggiungendo particolari nuovi. Era la mia voglia di ricordare. Erica aveva segnato con un marchio a fuoco tutto in me, vita testa pensieri. La sua cicatrice era insanabile. Cercavo di far capire a mia figlia, ma in realtà a me stesso, che il passato è un orrendo peso che grava sulle spalle di noi tutti. Nello stesso tempo cercavo di ricordare come tutto era finito aprendo la strada a qualcos'altro che non volevo. Ogni cosa in seguito mi disse che stavo bene e che non aveva senso rimuginare altro. Eppure antiche sensazioni riaffioravano sempre più chiare, pungenti e quella città era il luogo della memoria in cui desideravo tornare. Mia figlia era il testimone del presente. 

L'ansia si affastellò con la rabbia. Era passato un anno faticoso e felice in cui ero riuscito ad allontanare pensieri sgradevoli. Mia moglie era gioia. Io la guardavo intensamente. Sorridevo compiaciuto. Nessuna malinconia sconvolgeva quegli equilibri. Elisa cresceva sempre più intelligente, non potevamo nasconderle niente. Era piena di una sensibilità già adulta che mi spaventava. Intuivo che più in là avrebbe avuto grossi problemi. Avrei voluto fare in modo che non la toccassero, eppure doveva iniziare a reggersi da sola. Questo pensiero un po' mi rendeva triste, ma era una dolce mestizia. Insomma, tutto scorreva limpido. Avevo ansimato per questo. 
E poi…ecco la mia rabbia. Arriva una stupida collega e distrugge tutto. Pronuncia quel nome, mi parla insistente di quel nome, io cerco di non ascoltare, impossibile poi non voler sapere. L'ansia, quella giornata con mia figlia, mi sembrava un aggeggio inanimato, una sveglia, volevo spegnerla! Incredibile.
Ti sei sentito solo. Dovevi reggerti in piedi. 
Poi arrivò il giorno in cui avresti rivisto Marta.

La sua voce ti arrivava distorta, come buttata fuori da un amplificatore scadente. La pioggia stava iniziando a venire giù. Non la sentivi ancora addosso, ma ascoltavi il ticchettio delle gocce che precipitavano su ogni cosa, ritmato. Camminavate a passi incompresi, ognuno con una movenza diversa, tutta sua e caotica. Passaste davanti ad un edificio di mattoni rossi, abbandonato, logoro. Butteranno giù anche questo, pensasti. E davanti al cortile di quell'abbandono ricordavi quanti pomeriggi avevi passato a guardarci dentro. C'erano due cannoni. Ti fermavi ad osservarli timido e provato. Il pensiero della seconda guerra ti sfiancava e non era un bel pensiero, infatti. Quella volta buttasti solo un occhio fuggevole, prima di scappare senza alterare il passo. Eri sfiancato anche allora, ma non avevi pensato alla guerra. Lei parlava, non aveva smesso da quando vi eravate visti.
- Così mi ha chiesto di parlarti. Dice che ti vuole vedere. 
Non mi fermai, ma in un attimo desiderai di essere solo. Sapevo quanto bastava. Non osai guardare in viso Marta. Capii, però, gli occhi rossi sul treno. Sentii un tremore attraversarmi le palpebre.
- Non hai ancora detto una parola. So che è difficile -, accennò lei timidamente.
- Ripeti.
- Cosa? Ho detto che so quanto può essere difficile per te.
- No. Ripeti tutto.
Allungai il passo e lei fu costretta a seguirmi, sempre più in affanno.
- Perché vuoi questo? Non riesci a crederci? 
Non risposi. Aveva ragione. Non aveva senso.
- Grazie Marta. Ci vediamo, io faccio due passi da solo.
- No, aspetta! Dimmi qualcosa!
Stavo già attraversando la strada.
- Ci andrai?
Lo stupore stava compiendo il suo passo nel vuoto.

Dubbio. L'ultima fase.
Tante parole mi rimbombavano lungo tutto il corpo e ognuna conduceva al dubbio. - Ci andrai? -
Mi chiusi nel mio studio. Sapevo che avrei preso una decisione in poco tempo, senza pensarci molto. Ma bastava quel poco per inaridirmi, per prosciugare ogni mia energia fino all'ultima goccia dietro la quale era nascosta la scelta. 
- Sai, mi ha parlato così tanto di te. Devi essere stato davvero importante -. Bel modo questo di distruggere un uomo già ansimante.
- E' partita perché sapeva di stare male. Non ti voleva vicino durante… -. No. Qui di solito troncavo le voci. Non mi interessava andare oltre. Non mi interessava nemmeno il perché della sua partenza. Solo una storia stupida termina con una fuga, mi ripetevo. Sapevo che non era vero. Sapevo che quella era la cosa più idiota che potessi pensare, e mi piaceva.
- So che non è bello dirlo, ma non aspettare, potrebbe essere troppo… -. "Tardi? Troppo tardi? Quella donna è fuggita lasciandomi in ginocchio per così tanto tempo. E' fuggita per lasciarmi il suo ricordo febbricitante di vita! E' assurdo che voglia vedermi adesso che di vita glie ne rimane…" 
Poca. La mia testa non riusciva a dire po-ca. Questi pensieri ti portarono alla decisione, sfiancato.

Illuminai il pulsante di rosso. Le porte dell'ascensore si spalancarono. Aspettai ancora pochi secondi, prima di entrare. Desiderai di non dover scegliere. Pensieri pochi. Sudore e insofferenza. Avevi dimenticato le due donne, tua moglie ed Erica. Tremavi. Le fauci metalliche si richiusero e ti fecero sospirare. Non c'era molto tempo, il treno scorreva più veloce quella volta. Un fascio di ricordo ti riportò al preciso istante in cui non sapevi ancora nulla.
Paradosso. Avevi desiderato con ansia questa situazione che già allora sapevi si sarebbe presentata. Quel giorno il treno ti aveva schernito con la sua grigia lentezza. La tua ansia lo aveva superato di infiniti chilometri di desiderio.
Decidere. Illuminai di nuovo il pulsante. Quando entrai, nella bocca della scelta faceva caldo.
Terzo piano. L'ascensore ti sputò in un corridoio, di fronte ad una porta, quella porta. Bussai. Una signora aprì, non ricordo cosa le dissi. Chiusi gli occhi. Varcai l'ingresso. Una sola immagine si intromise nei tuoi passi. Il sorriso della tua bambina, Elisa, ti apparve con un tremito. Poi scomparve. Come tutto il resto.
Il mio matrimonio e la mia nuova vita finirono in quell'attimo.

Giugno 2001

 
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