Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Recensioni

La vasca da bagno di Giancarlo Tramutoli

a cura di Gaetano Cappelli

  Giancarlo Tramutoli La vasca da bagno Fernandel, 2001  
 

Provo una strana sensazione a parlare de La vasca da bagno di Giancarlo Tramutoli. Sarà perché ne conosco tanto bene l'autore da ricordare, perfettamente, non solo i luoghi ma perfino certe situazioni descritte. Questo passo, per esempio: 

"Mi vedo un pomeriggio d'estate sul balcone a fare razzi di carta con Valerio. Tiriamo razzi per ore. La strada di sotto, una salita ripida, ne è piena. Così piena che nell'oscurità della sera è tutta un biancore luminoso".

Ci passavo tutti i giorni sotto quel balcone e ricordo esattamente quel vortichio aereospaziale: anzi, qualche volta m'è toccato proteggermi sotto il tiro incrociato di velivoli muniti perfidamente di spillo sulla punta. E allora, inconsapevole certo del destino letterario di quegli agguati - tutto poi sarebbe finito, come è finito, in un libro - osavo pensare: ma guardali un po' 'sti due stronzi, mentre col fiatone mi arrampicavo per la suddetta ripida salita che d'inverno, causa neve, s'imbiancava sul serio; e sentivamo inondarci il cuore di gioia come ogni volta che nevicava - si trattava della promessa di nuove vacanze, in quei magnifici inverni quando per uscire di casa c'era spesso bisogno di scavarsi una trincea attraverso i metri di neve caduta nella notte e la scuola poteva restar chiusa intere settimane - insomma la sa-lita diventava una specie di pista da sci popolata di ragazzi in maglioni pesanti e scarpe da città, fradice come brioche inzuppate nel caffellatte, passamontagna coi pompon colorati, che compivano discese spericolate, degne di una gara olimpionica, a bordo di scatole di cartone, solo i più fortunati essendo equipaggiati di slitte regolamentari; anche se c'era qualche privilegiato munito addirittura di sci: a loro, la grande discesa tra i palazzi non bastava ed era uno spettacolo vederli apparire, d'improvviso, nei loro pantaloni alla zuava, frusciando sulle strade vuote per le grandi nevicate di quegli anni - mai vista più tanta neve, da allora - in mezzo allo sferragliare delle catene delle poche macchine che con il loro rado cigolio riempivano lo spazio ovattato di una strana tintinnante musica, simile a quella dei campanelli della slitta di Babbo Natale - anche se all'epoca era ancora la Befana che, impazienti, aspettavamo in quei giorni di festa - e, più tardi, dopo aver percorso la città, compreso le salite, eccoli, gli sciatori urbani, sbuffando vapore come locomotive, eccoli sul ponte di Montereale, e finalmente giù tra le abetaie del parco comunale: a quel punto, l'illusione di trovarci al cospetto di una pista olimpionica era completa; né ci stupivamo poi di vedergli slacciare gli attacchi e depositare noncuranti gli sci come nell'androne dell'albergo di qualche prestigiosa stazione montana, invece che davanti al liceo dedicato a Quinto Orazio Flacco - il nostro unico poeta internazionale - lo stesso liceo che io frequentavo con Mariano, "l'angelo biondo che senza nessuna fatica infilava una ragazza dietro l'altra", cito da La vasca da bagno, mentre il fratello, sì, l'autore Giancarlo Tramutoli, se ne stava rinchiuso a casa preso dai suoi pensieri malinconici. Una volta che ci capitammo, lo trovammo che suonava la chitarra silenzioso. 
Faccia d'angelo si strinse nelle spalle e disse: oh questo è poeta, che ci vuoi fa'.
Infatti nel libro: 

"Non suono più la chitarra da due anni. Mi ricordo quando la suonavo per delle ore. Mentre la stanza diventava buia e sentivo dal balcone l'odore dell'estate".

Che tipo di poeta fosse Tramutoli, l'avrei scoperto a distanza di un decennio: non un poeta triste-crepuscolare, come sarebbe stato facile immaginare dopo quel primo incontro, ma un poeta ridanciano, ludico, come si dice, autore di una poesia fatta di giochi sulle parole e umori distillati. Anche se in La vasca da bagno, accanto all'humour emerge probabilmente con maggior evidenza la capacità di Tramutoli d'essere poeta lirico senza essere melenso - qualità assai rara - in quel suo attingere al senso più nascosto e segreto delle cose partendo da immagini quotidiane, che immobilizzate nel tempo acquistano un'inconfondibile e malinconica aura. Come qui, per esempio: 

"Quando si sposò la sorella più grande, Maristella, prendemmo tutti il treno. Avevo tredici anni. Mio padre ci indicò il mare dal finestrino. Era la prima volta che lo vedevo.
Nel ristorante c'era un televisore in bianco e nero. Era finito il Giro d'Italia. Avevano squalificato Eddy Merckx per doping. Aveva la maglia rosa bagnata di sudore e piangeva".


o qui:

"D'estate ci costringevano a dormire nella controra. Con Valerio stavamo a pancia in giù sul letto, sbattendo i piedi uno alla volta per contare i secondi. Per far passare il tempo. Per sapere quando potevamo alzarci e andare a giocare".

Ma intanto - tornando al nostro piccolo ritratto esistenziale - con le donne, a differenza che per il più scafato fratello "faccia d'angelo", le cose non andavano per il giovane poeta. Anch'io, e senza essere un poeta, non è che me la cavassi meglio. Era perché, come Tramutoli, avevo passato la prima giovinezza in oratorio, nello stesso oratorio, un posto frequentato solo e mestamente da maschi e, con le ragazze, avevo la stessa timidezza del protagonista del libro. 
Le ragazze si trovavano al centro, e per noi che vivevamo in periferia era un'impresa andarci, sembrandoci il centro un terri-torio rischioso in cui avventurarsi, popolato com'era di ragazzi - i ragazzi del centro, appunto - non necessariamente ricchi ma a loro agio nella calca dello struscio serale, mentre scambiavano battute, facevano apprezzamenti sulle ragazze che rispondevano allegre o curiose o infastidite, fermando o trascinandosi dietro in corse improvvise il gruppo di amiche, creando onde simili agli stormi di uccelli che volano nei cieli d'autunno - mentre noi sentivamo mancarci l'aria per l'emozione e la testa ci girava, risucchiati nel vortice vociante, nel trapestìo della folla simile alla risacca di un mare mediamente agitato, nell'odore dei corpi - una miscela inebriante di colonie scadenti, puzza d'ascella e creme per l'acne giovanile - che, soprattutto nei primi giorni d'estate, quelli in cui passava il Giro d'Italia e le scuole stavano per chiudere - ci accoglieva appena superata la solita ripida salita. 
Così si aspettava ansiosi che d'estate aprisse il circolo tennis. Allora lo squallido rione in cui vivevamo si popolava di femmine, di ogni genere di femmine. C'erano giovani signore che accavallavano le gambe in un certo modo, carezzando mollemente il loro cani - in genere pastori scozzesi, per via del telefilm più conosciuti nel quartiere come "lessi"; o cocker che avevano lo stesso colore della pelle d'ambra delle padrone. C'erano una sfilza di adolescenti ingenue, gli occhi luminosi, dal volto sguardo luminoso di cui era facile innamorarsi o, almeno, spiarle come accade nel libro:

"Al circolo tennis facevamo dei salti per raggiungere la finestrella degli spogliatoi, per vedere le ragazze sotto la doccia. Il vetro era sempre appannato. Non ci restava che concentrarci sugli slip che apparivano e sparivano sotto l'ondeggiare del gonnellino bianco sul campo di terra rossa".

Ecco un altro ricordo che mi appartiene, nel senso che pure io saltavo, ah se saltavo - questa è, infatti, una delle zone del libro che più sento.
Ma si tratta, anche nella sua brevità, di un libro composito. Leggerlo è come sfogliare un album di foto che un colpo di vento abbia scompigliato dal suo antico ordine e ricomposto in un suo fascinoso disegno. Così ai frammenti del tempo presente, la noia della ripetizione del lavoro d'ufficio, ecco alternarsi i fotogrammi luminosi e remoti di un'infanzia e una giovinezza intensamente rivissute:

"Mi ricordo quelle mattine di settembre, che davano dei film americani di guerra con i giapponesi cattivissimi nella giungla. Erano film in bianco e nero. Stavamo in tanti nel salotto, con le persiane abbassate, mentre fuori c'era il sole di mezzogiorno. Alla fine del film era già l'ora di pranzo e lasciavamo la giungla buia per la cucina piena di luce". 

E ancora episodi degli anni di studio a Napoli, o dei primi approcci con il mondo del lavoro a Roma, delle avventure spesso solo pensate, a volte addirittura vissute pur se tra mille insicurezze con ogni genere di donne: la timida studentessa, la collega insoddisfatta, l'intellettuale rimorchiata a qualche mostra, l'aspirante scrittrice. 
Il protagonista de La vasca da bagno sbaglia sempre tempo, perde una battuta, a volte qualche colpo. I suo incontri con le donne che avvengono dopo lunghe estenuanti attese, si risolvono in fastidio, delusione, scacco:

"Eravamo riparati sotto un pino. Pioveva a dirotto. Io cercavo di capire come cacchio dovevo fare per darle un bacio". 

"Era un pomeriggio afoso. La mia stanza era ombrosa. I battenti della fi-nestra, socchiusi. L'abbracciai. Ci sedemmo. Capii subito di aver sbagliato lato. La baciavo con difficoltà"

"Con le mani sulle spalle spingevo e spingevo. Chiusi gli occhi per concentrarmi finché venimmo, io zitto zitto, lei mugolando. Quindi ci addormentammo. All'alba ci svegliò un rumoroso cinguettio. Io pensavo che la scena fosse, come si dice, poetica. Lei stiracchiandosi sbuffò: <'sti cazzi d'uccelli>". 

Insomma donne donne donne: sempre amate, inseguite, dileggiate e, alla fine, abbandonate.
In questo senso, il rapporto con l'altro sesso, come scrive Michele Trecca in una sua bella recensione, si fa paradigmatico di quella inadeguatezza alla vita che è la cifra primaria del protagonista del racconto, che si iscrive di diritto nella tradizione antieroica del romanzo novecentesco. 
C'è nella cultura ebraica centro-orientale una figura che è un po' l'archetipo dell'antieroe. Questa figura è la figura dello Schlemiel. Ma cos'è uno Schlemiel? Sentiamolo da Adalbert von Chamisso, l'autore dell' indeminticabile Storia di Peter Schlemihl: lo Schlemiel è uno che "non riesce nel mondo, che si rompe il dito nel taschino del panciotto, cade sulla schiena e si rompe l'osso del naso, arriva sempre fuori tempo". Ecco, uno che arriva sempre fuori tempo, e quindi ignora le regole della vita, che è dotato di quella particolare innocenza che fa di un uomo un goffo, un maldestro, uno che non conosce il mondo e che non si piega alle sue regole perché, per sua stessa natura, non è in grado di afferrarle, ed è per questo dal mondo escluso.
In questo senso il protagonista de La vasca da bagno è l'ultimo di una lunga serie di antieroi che da Oblomov di Gonciarov, a Humboldt di Saul Bellow, al Portnoy di Roth, ad Arturo Bandini di John Fante, a Zeno Cosini di Svevo, tutti autori assai frequentati da Tramutoli. 
Ma parlando di un libro autobiografico al cinquanta per cento: in cui cioè, almeno metà delle scopate sono vere, verrebbe abbastanza naturale stabilire una sorta di corrispondenza tra il personaggio raccontato e l'autore. 
Tutti e due lavorano in banca, entrambi hanno nove fratelli, sono imbranati con le donne, scrivono poesie, si dilettano di calembour, e bé, sì, in effetti, sembrerebbero proprio uguali. 
Ma il libro è un romanzo e non un diario e questo non solo per il distacco che la scrittura, lo stile, riescono a frapporre tra il personaggio e il suo autore.
Probabilmente l'indifferenza verso il mondo mostrata dal protagonista del racconto è solo un surplus di finzione rispetto alla reale vita dell'autore che continua a lavorare, a uscire di casa, incontrare amici, amiche, meno di quello che vorrebbe in realtà, e per nostra fortuna, soprattutto, a scrivere. Perché se è vero che La vasca da bagno è la storia di un disfacimento, di un graduale allontanarsi dalla vita, per paradosso, per la vena d'ironia scanzonata che lo pervade, per le illuminazioni poetiche e la vividezza delle immagini che ne ingioiellano le linee narrative, è un libro che certo non comunica angoscia, anzi con questa sua idea finale di aggiustarsi a vivere nel mondo bastando a se stessi, infonde una sorta d'inspiegabile quanto appagante consapevolezza di sé e del proprio esserci. 

"Faccio scorrere l'acqua calda nella vasca. Fuori sta piovendo e ogni tanto si sente suonare. Vedo l'acqua coprirmi piano piano le gambe, poi il bacino e il torace. La lascio scorrere fino a quando mi arriva al mento. Sento a occhi chiusi il fruscio della pioggia. Resto al buio ad ascoltare".

Qui, ecco il miracolo della scrittura compiersi di nuovo e la voce dell'autore metterci in contatto con la parte più intima del nostro essere, diventare la nostra stessa voce che possiamo, nel silenzio, con meraviglia riascoltare.

 
     

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