Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Recensioni

Sotto un cielo piccolo di D.Mancusi

a cura di Lorenza Colicigno

 

Domenico Mancusi, Sotto un cielo piccolo, Pianeta Libro Editori, 1999.

 
  Il romanzo di Domenico Mancusi "Sotto un cielo piccolo" è lavoro convincente per la scorrevolezza della narrazione e per l'impegno mimetico, che lascia affiorare senza sforzo il contesto del Cinquecento meridionale.
La descrizione degli ambienti, colti nella loro profondità socio - culturale, è sobria ma efficace, la scelta lessicale, pur con qualche forzatura, lascia intravedere i modi di un'oralità civile, degna del nostro Rinascimento meridionale, e riesce convincente anche nella mimesi del linguaggio scritto. 
Il romanzo si fa apprezzare, inoltre, per la sicurezza dell'intreccio, che, se pur centrato sulla biografia di Isabella Morra, riesce ad intessere più fili nei modi di un realismo moderato, a tratti intimistico.
Le chiavi di lettura che posso suggerire di privilegiare nell'approccio al romanzo di Domenico Mancusi sono almeno tre, e ruotano tutte intorno alla "storia" al singolare o al plurale: la storia di Giuditta e della sua scrittura, la storia di Isabella e del suo canzoniere, le storie dei Morra e dei signori del Cinquecento meridionale, intrecciate a quelle del loro "popolo".
Ma dentro tutte queste "storie", sapientemente intessute, fino al conseguimento di una scorrevolezza narrativa, resa vivace dagli intrecci delle situazioni, dei tempi e del luoghi, si erge un personaggio principale, che accompagna il lettore nel suo percorso, fino a renderlo pensoso, ed è la violenza, la violenza della civiltà rinascimentale, facilmente scoperta nella precarietà e vanità delle sue pretese d'equilibrio, ma forse, nell'intenzione dell'autore, e comunque nella coscienza del lettore, la violenza come motore assoluto della Storia.
L'autore Domenico Mancusi rischia molto nella scelta di affidare ad un personaggio femminile, Giuditta, il ruolo di autrice della biografia di Isabella, ma riesce convincente nel delinearne in generale i tratti psicologici schiettamente femminili e in particolare nel seguirne il processo di approccio alla scrittura; ma credo che proprio questo sia, in fondo, il motivo o per lo meno il senso della scelta di un personaggio femminile: quella di dover osservare dall'esterno, con l'attenzione che occorre per capire un altro da sé, il processo di approccio, di avvio e di stesura di un testo scritto. Perché credo che questo di D. Mancusi sia soprattutto un romanzo sulla scrittura, come ho avuto modo di affermare più volte, sulle sue motivazione, sulle sue modalità e sulle sue difficoltà.
E' questa un'utile chiave di lettura, disseminata in tutto il testo: della scrittura Giuditta dice che "libera da solitudine e visioni malefiche", che è un "motivo onorevole per vivere la vita", che "allarga i confini", che isola dal mondo, e dei libri che sono "balsamo consolatore" e che consentono il "dominio delle passioni", ma anche che "sragionano", che sono "diversi dalla vita". E' interessante in quest'ottica sottolineare che sia per Giuditta che per Isabella, la fine della scrittura coincide con la fine della vita, quasi che Mancusi ne voglia definire l'essenza vitale. 
Ma il percorso della scrittura si proietta anche oltre la vita materiale dell'autore, come "ricerca di fogli", avvertendo sulla responsabilità del lettore nel dare continuità di vita al suo lavoro.
L'altra chiave di lettura, come ho già detto, è quella della violenza, le due vite di Giuditta e di Isabella sono legate non tanto dalla casualità degli eventi che ne incrocia le strade, quanto dall'essere segnate entrambe dalla violenza: per Giuditta il concepimento, lo stupro della madre da parte di un moro, infatti, la segnerà per tutta la sua vita nella pelle e nell'anima, per Isabella la morte, per mano dei fratelli, ultimo atto di una violenza più sottile e amara, quella dell'abbandono del padre, grande assente, come il padre di Giuditta.
 
     

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