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Recensioni |
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Sotto
un cielo piccolo di D.Mancusi
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a cura di
Lorenza Colicigno |
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Domenico Mancusi, Sotto un cielo
piccolo, Pianeta Libro Editori, 1999. |
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Il romanzo di
Domenico Mancusi "Sotto un cielo piccolo" è lavoro
convincente per la scorrevolezza della narrazione e per l'impegno
mimetico, che lascia affiorare senza sforzo il contesto del
Cinquecento meridionale.
La descrizione degli ambienti, colti nella loro profondità socio
- culturale, è sobria ma efficace, la scelta lessicale, pur con
qualche forzatura, lascia intravedere i modi di un'oralità
civile, degna del nostro Rinascimento meridionale, e riesce
convincente anche nella mimesi del linguaggio scritto.
Il romanzo si fa apprezzare, inoltre, per la sicurezza
dell'intreccio, che, se pur centrato sulla biografia di Isabella
Morra, riesce ad intessere più fili nei modi di un realismo
moderato, a tratti intimistico.
Le chiavi di lettura che posso suggerire di privilegiare
nell'approccio al romanzo di Domenico Mancusi sono almeno tre, e
ruotano tutte intorno alla "storia" al singolare o al
plurale: la storia di Giuditta e della sua scrittura, la storia di
Isabella e del suo canzoniere, le storie dei Morra e dei signori
del Cinquecento meridionale, intrecciate a quelle del loro
"popolo".
Ma dentro tutte queste "storie", sapientemente
intessute, fino al conseguimento di una scorrevolezza narrativa,
resa vivace dagli intrecci delle situazioni, dei tempi e del
luoghi, si erge un personaggio principale, che accompagna il
lettore nel suo percorso, fino a renderlo pensoso, ed è la
violenza, la violenza della civiltà rinascimentale, facilmente
scoperta nella precarietà e vanità delle sue pretese
d'equilibrio, ma forse, nell'intenzione dell'autore, e comunque
nella coscienza del lettore, la violenza come motore assoluto
della Storia.
L'autore Domenico Mancusi rischia molto nella scelta di affidare
ad un personaggio femminile, Giuditta, il ruolo di autrice della
biografia di Isabella, ma riesce convincente nel delinearne in
generale i tratti psicologici schiettamente femminili e in
particolare nel seguirne il processo di approccio alla scrittura;
ma credo che proprio questo sia, in fondo, il motivo o per lo meno
il senso della scelta di un personaggio femminile: quella di dover
osservare dall'esterno, con l'attenzione che occorre per capire un
altro da sé, il processo di approccio, di avvio e di stesura di
un testo scritto. Perché credo che questo di D. Mancusi sia
soprattutto un romanzo sulla scrittura, come ho avuto modo di
affermare più volte, sulle sue motivazione, sulle sue modalità e
sulle sue difficoltà.
E' questa un'utile chiave di lettura, disseminata in tutto il
testo: della scrittura Giuditta dice che "libera da
solitudine e visioni malefiche", che è un "motivo
onorevole per vivere la vita", che "allarga i
confini", che isola dal mondo, e dei libri che sono
"balsamo consolatore" e che consentono il "dominio
delle passioni", ma anche che "sragionano", che
sono "diversi dalla vita". E' interessante in
quest'ottica sottolineare che sia per Giuditta che per Isabella,
la fine della scrittura coincide con la fine della vita, quasi che
Mancusi ne voglia definire l'essenza vitale.
Ma il percorso della scrittura si proietta anche oltre la vita
materiale dell'autore, come "ricerca di fogli",
avvertendo sulla responsabilità del lettore nel dare continuità
di vita al suo lavoro.
L'altra chiave di lettura, come ho già detto, è quella della
violenza, le due vite di Giuditta e di Isabella sono legate non
tanto dalla casualità degli eventi che ne incrocia le strade,
quanto dall'essere segnate entrambe dalla violenza: per Giuditta
il concepimento, lo stupro della madre da parte di un moro,
infatti, la segnerà per tutta la sua vita nella pelle e
nell'anima, per Isabella la morte, per mano dei fratelli, ultimo
atto di una violenza più sottile e amara, quella dell'abbandono
del padre, grande assente, come il padre di Giuditta. |
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Testata
RI~VISTA
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