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Lo confesso:
quando leggo il libro di uno scrittore nuovo, lo faccio con
pregiudizio. È brutto, mi dico. Ci azzecco spesso: è capitato
col primo libro che ho scritto, e di cui ho fatto la recensione
con altro nome per una rivista che non era letta neanche dal
caporedattore. Era un brutto libro, il mio. Giudizio che confermo
a distanza di molti anni.
A volte non ci
indovino.
Intendiamoci:
brutto è una categoria mentale, come bello. Io sono di quelli che
affermano che il bello e il brutto esistono in assoluto. Una cosa
che è bella, lo è e basta. Se ti piaccia o no è un altro
discorso.
Per i libri il
discorso però è più sottile, perché la lettura non è solo un
fatto estetico: quando leggi un libro ti lasci influenzare dal momento
in cui lo leggi, da dove lo leggi, dalla compagnia o dalla
solitudine, dal profumo delle pagine, dallo spessore del volume,
dalla copertina lucida o opaca, dai rumori esterni o interni alla
casa (se sei a casa) o dovunque tu sia (se sei da qualche parte),
dal silenzio ingombrante o da quello imponente; dagli odori della
cucina o del bosco o dell’abbronzante dell’ombrellone accanto:
suoni odori momenti luoghi che si fondono con quelli
dell’autore, o magari vi si sovrappongono, o non ci vanno per
niente d’accordo.
E poi ti lasci
influenzare anche dal libro. Dalla storia, dal tessuto
narrativo, dallo stile, dalla tecnica, dal cuore.
Dire di un libro
che è bello o brutto è molto riduttivo, quindi.
Ho letto
recentemente Passaggi di stagione di Antonella Ossorio: è
un libro che si fa leggere. I cinque racconti si dipanano sul
versante nascosto della storia e portano pacatamente il lettore
alla conclusione di ogni vicenda narrata, lasciandogli in bocca un
gusto amaro e una domanda: E se …?
Tecnicamente (la
scrittura è anche un fatto tecnico, come sappiamo bene) la
giovane scrittrice napoletana sta tentando una sua strada. Lei ha
capito che la punteggiatura è uno dei cardini dello stile, della
riconoscibilità dello scrittore, il suo marchio. E ciò
specialmente nel discorso diretto, che lei non segnala quasi mai
con virgolette o altri segni, ma lascia all’intelligenza del lettore (e in questo la lezione di Saramago
è prezioso antecedente).
La
Ossorio, nella
ricerca di uno stile personale, tenta – e ci riesce- di
adattarlo al periodo storico in cui la vicenda si svolge, per cui
essa acquista credibilità e vigore.
In questa raccolta
di racconti, di cui il più riuscito mi pare quello che ruota
intorno a un dipinto di Bosch, la scrittrice si mostra sicura nel
suo incedere tra le parole e le idee, tra personaggi minori e
altri a tutto tondo, tra espressioni alte e regionalismi, che si
integrano fra di loro in un insieme armonico e ben riuscito.
Appunti per
l’editore. Bella la copertina. Cento pagine per ventiduemila
lire è troppo. |