Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Recensioni

Passaggi di stagione di Antonella Ossorio

a cura di Claudio Elliott

 

Antonella Ossorio,  Passaggi di stagione, Besa 2001, £ 22.000

 
 

Lo confesso: quando leggo il libro di uno scrittore nuovo, lo faccio con pregiudizio. È brutto, mi dico. Ci azzecco spesso: è capitato col primo libro che ho scritto, e di cui ho fatto la recensione con altro nome per una rivista che non era letta neanche dal caporedattore. Era un brutto libro, il mio. Giudizio che confermo a distanza di molti anni.

A volte non ci indovino.

Intendiamoci: brutto è una categoria mentale, come bello. Io sono di quelli che affermano che il bello e il brutto esistono in assoluto. Una cosa che è bella, lo è e basta. Se ti piaccia o no è un altro discorso.

Per i libri il discorso però è più sottile, perché la lettura non è solo un fatto estetico: quando leggi un libro ti lasci influenzare dal momento in cui lo leggi, da dove lo leggi, dalla compagnia o dalla solitudine, dal profumo delle pagine, dallo spessore del volume, dalla copertina lucida o opaca, dai rumori esterni o interni alla casa (se sei a casa) o dovunque tu sia (se sei da qualche parte), dal silenzio ingombrante o da quello imponente; dagli odori della cucina o del bosco o dell’abbronzante dell’ombrellone accanto: suoni odori momenti luoghi che si fondono con quelli dell’autore, o magari vi si sovrappongono, o non ci vanno per niente d’accordo.

E poi ti lasci influenzare anche dal libro. Dalla storia, dal tessuto narrativo, dallo stile, dalla tecnica, dal cuore.

Dire di un libro che è bello o brutto è molto riduttivo, quindi.

 

Ho letto recentemente Passaggi di stagione di Antonella Ossorio: è un libro che si fa leggere. I cinque racconti si dipanano sul versante nascosto della storia e portano pacatamente il lettore alla conclusione di ogni vicenda narrata, lasciandogli in bocca un gusto amaro e una domanda: E se …?

Tecnicamente (la scrittura è anche un fatto tecnico, come sappiamo bene) la giovane scrittrice napoletana sta tentando una sua strada. Lei ha capito che la punteggiatura è uno dei cardini dello stile, della riconoscibilità dello scrittore, il suo marchio. E ciò specialmente nel discorso diretto, che lei non segnala quasi mai con virgolette o altri segni, ma lascia  all’intelligenza del lettore (e in questo la lezione di Saramago è prezioso antecedente).

La Ossorio, nella  ricerca di uno stile personale, tenta – e ci riesce- di adattarlo al periodo storico in cui la vicenda si svolge, per cui essa acquista credibilità e vigore.

In questa raccolta di racconti, di cui il più riuscito mi pare quello che ruota intorno a un dipinto di Bosch, la scrittrice si mostra sicura nel suo incedere tra le parole e le idee, tra personaggi minori e altri a tutto tondo, tra espressioni alte e regionalismi, che si integrano fra di loro in un insieme armonico e ben riuscito.

 

Appunti per l’editore. Bella la copertina. Cento pagine per ventiduemila lire è troppo.                                                 

 
     

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