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In tempi di acceso revisionismo storico, di
"antirisorgimentalismo", di provincialismi e autonomismi, vale la pena di ripercorrere le vicende biografiche di una poetessa, che, da Potenza, dedicò vita e opere a cantare l'Unità d'Italia.
Laura Gerarda Rosa Maria Battista nacque a Potenza il 23 novembre 1845 da Raffaele e da Caterina Atella. Il padre, autore di traduzioni da Seneca (De clementia e De brevitate vitae), che hanno conosciuto una certa fortuna editoriale (Milano, Sonzogno, 1929) e di un opuscolo Il terremoto di Basilicata (Potenza, Santanello, 1858), insegnava latino e greco al Liceo Classico di Potenza ed era un fervente patriota, perseguitato dai gesuiti. Ingegno precocissimo, Laura respirò nella sua casa potentina l'accesa aria rivoluzionaria e antiborbonica che portò la città a sollevarsi il 18 agosto 1860; sottolineò nei suoi versi le vicende antiche e recenti della patria; cantò Garibaldi, Francesco Mario Pagano, Camillo Benso di Cavour, Vittorio Emanuele II e Umberto I; cantò la libertà e l'Italia
unita Ben poche le vicende biografiche: nel 1874 fu chiamata a insegnare nel Convitto magistrale di Potenza, dove conservò l'ufficio di maestra fino al 1883, quando ottenuto il diploma di abilitazione all'insegnamento di lettere nelle Scuole normali (così erano allora definiti gli Istituti magistrali) fu mandata a Camerino. Lasciò l'insegnamento l'anno dopo per motivi di salute e si ritirò a Tricarico, il paese del marito, dove morì precocemente il 9 agosto 1884.
LA POESIA PER LA PATRIA
Ispirata dalla poesia del secondo Romanticismo, da Giovanni Prati e Aleardo
Aleardi, dalla prosa patriottica di Ippolito Nievo, Laura Battista canta le itale glorie della storia recente e passata: da Garibaldi al conte di Cavour, da Francesco Mario Pagano a
Galilei. Testimonianza storica non irrilevante della pronta diffusione in Basilicata di idee e libri, documento raro di grande apertura ai tempi nuovi, la poesia di Laura Battista non è sempre spontanea, ma mirata alla tensione retorica del racconto. La canzone libera leopardiana, che la poetessa maneggia con discreta bravura, consente ampi stralci narrativi pur conservando però l'afflato del sentimento.
Nel 1861 Laura Battista da alle stampe il canto Per la morte del Conte Camillo Benso di Cavour (Potenza,
tip. Santanello). La posizione della sedicenne, in linea con il saggio che il fratello Camillo stampava nello stesso anno Reazione e brigantaggio in Basilicata nella primavera del 1861 (Potenza,
tip. Santanello), ci illumina sui sentimenti risorgimentali della borghesia potentina e si anima, nonostante
l'occasionalità del componimento, di immagini pregnanti e vive, come, alla penultima strofa, nel riferimento a Garibaldi:
Oh tu passasti,
Giovine Illustre, e fredda
Giace per sempre quella nobil testa
Che tanto eccelso racchiudea tesoro
D'opre venture, e tanto onor di forte
Vastità di pensiero! E muto è il labbro
Da cui calda sgorgava,
Propugnatrice eterna de la sacra
Itala indipendenza,
La robusta eloquenza! E per te indarno
Piange Colui, che l'ira
Affrontando dei Regi e la vendetta,
Guerrier Scettrato, liberò dai ceppi
Di sì diri tiranni
Questa famosa Italia!
Ove n'andasti? - Immoto
Sul solitario scoglio ove si eleva
La nobile Caprera
Siede pallido e muto
Garibaldi, qual uom cui pugna interna
Sciagura il core, e fissi
Gl'impazienti sguardi
De' mesti occhi gagliardi
Su l'onda azzurra del sopposto mare,
China la fronte e piange! - Oh vieni! Tergi
Quelle pupille care!
Squassa il sonno di morte, e riconforta
Quest'alma Italia ch'è per voi risorta.
Più interessante il canto successivo Per l'inaugurazione di un mezzo busto in marmo rappresentante Mario Pagano nell'Aula della Corte di assise il 14 marzo 1863 (Potenza,
Santanello, 1863), dove l'immaginazione della fanciulla si anima e si popola di fantasmi e di eroi. Nel ricordo del martire della Rivoluzione napoletana del '99, affiora nei versi la storia più recente dell'Italia, la guerra, la liberazione di Venezia, Garibaldi, gli alterni destini del Risorgimento. Fin dai versi iniziali, il duplice riferimento all'azione di Pagano e all'Italia allora contemporanea si fondono nel leit-motiv del componimento, l'amor di patria. Non mancano dietro questo poemetto letture più solide e già patrimonio comune degli italiani, in primo luogo dei meridionali: il Saggio storico sulla Rivoluzione napoletana del '99 di Vincenzo Cuoco; le Odi manzoniane con la loro passione civile. Su tutto, almeno nelle parti più felici, domina un senso di classica compostezza, lontano dagli afflati patetici dei poeti del tempo e più vicino nel tono al Monti traduttore dell'Iliade o allo stesso Foscolo, da cui deriva il culto del sepolcro e della bella morte.
Forse il ciel ti fu noia,
Che quaggiù riedi, o MARIO?… Il ciel, soggiorno
Donede niun fa ritorno, e a cui sospira
Ciascun'alma gentile
Di beltà vera amante,
Cotanto il mondo è vile, esso incantante!
O ti vinse l'amore
Santo di Patria, che un dì t'arse il core,
Poi tolseti la vita
Ne l'amara reddita?… Oh non volermi
Dire importuna, s'io ti chieggo cose
Che forse non vuoi dir: ma se il desio
De l?italia ti mena
Al terreno natio, deh! Nol tacermi,
Perché dariami pena… Io l'infinita
Felicità narrarti
Vo' di questo divino idol comune,
Sguardo immortale sdegnando,
Mirar, dal loco ch'a ogni bene invita,
Le mondane fortune! E veramente
Oggi Italia ti attende […]
Le composizioni poetiche di Laura Battista furono raccolte nei Canti stampati a Matera presso la tipografia Conti con prefazione di Abele Mancini nel 1879: furono comprese anche alcune traduzioni dall'inglese, lingua a quei tempi d'appannaggio di una ristrettissima classe intellettuale.
Molte poesie sono dedicate direttamente o indirizzate a Garibaldi, il vero eroe di Laura Battista e anche su questo versante la poetessa si dimostra in linea con i sentimenti dell'Italia intera, del popolo tutto. Giuseppe Cesare Abba ricordava l'ingresso di Garibaldi a Palermo e l'accoglienza entusiastica della folla: "La gente si inginocchiava, gli toccavano le staffe, gli baciavano le mani. Vidi alzare i bimbi verso di lui come un santo" (Da Quarto al Volturno). In Garibaldi si riassume l'ideale del Risorgimento: la poetessa canta con accenti sdegnosi nella poesia Alla patria il ferimento del generale all'Aspromonte, con venerazione le sue imprese; ne piange la morte negli ultimi componimenti.
Per l'immenso dolor mancar mi sento,
E depongo la cetra e a più felice
Vate le gesta dell'erpe rammento
Sorga un vate più degno! […]
Anche dopo la morte dei suoi figli, ai quali dedicherà alcune delle sue poesie più intime, la Battista non abbandona il tema politico. Tra i suoi canti ve ne sono ancora molti di attualità: spicca quello scritto Per l'infame attentato alla vita di Umberto I di Savoja Re d'Italia, in conseguenza dell'attentato commesso dall'anarchico lucano Giovanni
Passannante, nel quale era uscito miracolosamente salvo il re per l'intervento di Benedetto Cairoli che era rimasto ferito. L'indignazione dei liberali lucani fu grandissima e Laura Battista si unì al coro di quelli che stigmatizzarono l'episodio come opera di un pazzo esaltato dall'isolamento e dall'abulia.
LA POESIA FAMILIARE
Lauretta (così infatti si firma) non aveva ancora compiuto i quattordici anni quando dava alle stampe in Fior di ginestra, un'antologia di poeti lucani uscita nel 1860 a Potenza per i titpi di Vincenzo Santanello una canzone in morte della madre,
All'usignuolo, dove si sentono gli echi di Leopardi nella trattazione della giovinezza e di Foscolo nel tema della tomba, ma è innegabile la dipendenza dal più illustre dei poeti lucani del tempo, Nicola Sole, che aveva dedicato uno dei suoi più riusciti componimenti al
Rossignuolo. La canzone della giovanissima Battista, poi raccolta nei Canti, presenta un disegno circolare: si apre con l'immagine serena della notte allietata dal canto dell'usignolo, in contrasto con l'animo dolente della fanciulla che ha perduto insieme alla madre la serenità dell'infanzia, e si chiude con l'invocazione all'uccelletto di fermarsi a cantare melanconiche note sulla sua tomba:
All'usignuolo
Allor che notte il suo funereo velo
Stende su tutto, dell'età reina,
E nel placido ciel tra le fulgenti
Stelle appar bella di pallor la luna,
Odo i concenti tuoi, e oh quai dolcezze
M'infondon mai ne l'addogliato core!
Vago augelletto: - in quella ora suprema
Rapir mi sento da una forza arcana,
Che mi bea l'alma, e di piacer m'inonda -
Nella ridente di mia vita aurora,
In cui di madre il sovrumano aspetto
Mi fea beata fra ogni nata donna:
In cui tristezza non m'aveva sul volto
L'orme stampate, e il cor scevro d'affanni
S'abbandonava ai più dolci desiri,
Dell'orrendo avvenir, ch'or mi s'affaccia
Al guardo ignaro: in cui di sacri, amati
Fiorenti sogni incantator fu lieto
Il mio pensier che si pascea d'amore;
Il tuo soave, inimitabil canto
Più felice rendeami e più beata.
Lassa! Quel tempo, che d'un Dio fu dono,
Dal tremendo poter della sventura
Fu vinto e spento; ahi! L'empio stral di morte,
Iniquo rapitor di quanto è bello
D'ogni mia gioia e d'ogni ben spogliommi.
Colei che sola m'abbellia la vita
Or poca polve in una tomba giace
[…] Ahi! Fato, oh quale
Qual fallo a un'alma già languente e doma
Pianger fai tu? Perché dell'uon sì spesso,
Dell'uom che a te d'innanzi è vile argilla,
Ti fai tiranno e i suoi sospir non curi?
[…]
Autrice di un dramma storico Emmanuele de Deo, in tre atti, ispirato alla congiura partenopea del 1794, dove però non si raggiunge mai la plasticità dell'azione, Laura Battista ha lasciato la parte migliore di sé nei Canti che riguardano se stessa e la sua famiglia. La morte dei quattro figlioletti, alla memoria dei quali è dedicata la raccolta, la segnò indelebilmente: Pongo sull'urna dei miei quattro filiuoletti spasimo e sopsiro del mio cuore questi canti come ghirlanda non di alloro ma di cipresso cresciuto alle mie lagrime.
Nell'Epodo sull'urna di mia figlia Rosalba Lizzadri (1877) il grido della madre disperata è in contrasto con la natura ridente e primaverile. Come nei canti per gli eroi, il dialogo con l'urna è pretesto per richiamare in vita le persone amate, per riagganciare il filo della memoria
Primavera ritorna: e seco, o figlia,
Che profonda amarezza e che desio
Vivo e pungente di serrar le figlia
E dormir teco nella polve anch'io…
E tenerti così stretta al mio core
Gelosamente, qual ti tenni un dì:
E alimentarti di materno amore,
Se il latte del mio seno inaridì!
Ahi! Ahi! Che indarno di leggiadri fiori
Si riveston per me valli e colline:
E invan mi tenti co' tuoi casti amori
Tu che ignori d'amor tutte le spine,
Pennuta schiera! Mormorando invano
Passa il ruscello e mi lambisce il piè;
Immota io resto ad ogni gaudio umano,
Da che disparve ogni giori per me!
Muta nel mondo, col pallor sul viso,
Col pianto agli occhi e la procella in petto;
Ovunque alberga l'esultanza e il riso
Nemmeno un'ora so trovar ricetto;
E nell'ampiezza del creato intero,
Nella terra, nell'etere e nel mar,
Solo un Angiol che dorme è il mio pensiero,
E spasimo la sua culla a guardar!
Sorgi, fanciulla mia ! Bello è il mattino :
Soave è il maggio ; si è levato il sole…
Ride ognor la natura a te vicino ;
Ed io mi aspetto udir le tue parole.
La tua seconda primavera è questa !
Schiudi il labbro infantil : favella… ah ! sì :
Da che non t'odo più sono così mesta :
Chiamami madre, e il mio dolor finì !
[…]
Più non ti veggo al sorger dell'aurora
Sollevar le manine appo il mio crin :
Da un anno io gemo, e a consolarmi ancora
Non giunge di tua voce il suon divin !
Nè giungerà più mai ! Cosa nessuma
Che ti somigli non vedrò nel mondo.
Ovunque spinger mi vorrà fortuna,
Sempre l'immagin tua nel cor profondo
Sospirar mi farà, come in quel giorno
Tristo e solenne che reddisti al Ciel …
E ogni anno, in cui quel dì farà ritorno
Sentirò al core della morte il gel !
Fui madre indarno ! - Mi schernì la sorte,
E m'ebbi grave d'altra prole il seno :
Altro Angioletto mi rapìa la morte,
Nè dappresso mel vidi un giorno almeno !
Pur non gemo di lui : non d'altro amato
Figlio, che primo il pianto a me strappò ;
Ma di te sempre ! chè tu m'hai lasciato
Una memoria che cessar non può !…
Appo l'urna romita, ove congiunta
Al recente fratel, riposi in Dio,
Verrò sovente, fin che il duol consunta
Avrà me pure, e ingannerò il desìo…
Quel breve sasso invidiato e santo
Ch'io benedico lagrimando ognor,
Sia lieve all'ossa de' miei figli intanto :
E alfin m'accolga, e mi ridoni a lor !
Anticlericale, la poetessa ha pure una sua religione, che si concretizza nell'animarsi della natura e nel sentimento della patria. In questo canto Alla luna del 1879 siamo vicini appunto a un sentimento quasi animistico della natura, a un tentativo di conciliazione con l'ordine del cosmo, a un richiamo alla Bontà divina. Anche il linguaggio perde quella sua sterile nota libresca e si fa più semplice e discorsivo:
[…]
Concedi, o luna, ch'io ti voli appresso
E teco trovi i miei perduti figli
E li consoli del materno amplesso,
E li ripigli
Fra le mie braccia, dove mai non venne
Bimbo dal dì che i bimbi miei perdei,
Chè niuno al mondo, dopo lor, non tenne
Gli affetti miei!
[…]
Prestami l'ale, o mia diletta luna,
Conducimi pe' tuoi stellati Cieli:
Lasciam per sempre de la terra bruna
I densi veli.
[…]
Bibliografia
Le poesie di Laura Battista sono raccolte nei Canti, prefazione di Abele Mancini, Matera, Conti, 1879; altre continuarono a circolare nella forma originaria di fascicoli sciolti: presso la Biblioteca Universitaria di Napoli si conservano Per la morte del conte Camillo Benso di Cavour, Potenza, Santanello, 1861; Per l'inaugurazione di un mezzo busto rappresentante Mario Pagano nell'Aula della Corte di Assise il 14 marzo 1863. Canto, Potenza, Santanello, 1863. La poetessa è autrice anche di un dramma Emmanuele de Deo: dramma storico in tre atti, Potenza, Santanello, 1869.
Sulla Battista cfr. Giulio NATALI, Di Laura Battista e d'altre poetesse lucane (con lettere inedite di A. Aleardi, P. Fanfani e G. Carducci), in "Rivista Ligure di Scienze, Lettere ed Arti", 44 (1913), pp. 1-16.
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