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E’ nata a Teheran nel 1935. Sposata a diciassette anni, si trasferisce col marito ad
Ahvaz, nel sud dell’Iran. Comincia a scrivere molto presto: è del 1955
Asìr, "Prigioniera". Dopo la nascita di Kamiàr, il bimbo sempre presente nelle sue poesie, divorzia e torna a
Teheran, ma non le sarà concesso di rivedere suo figlio. Incontra in questo periodo Nadèr Naderpùr ed ha con lui una breve relazione, importante, per ambedue, dal punto di vista poetico. E’ il periodo della rivolta: la volontà libertaria, gli
atteggiamenti provocatori. Gli amori tumultuosi la lasciano amara e tormentata, l’ambiente culturale delusa. Dopo la pubblicazione di
Divàr, "Muro", inizia una fase più serena della sua vita: viaggia in Germania e in Italia, a Roma scrive le sue poesie più forti e più audaci, come "Canto di bellezza", e "Rivolta di dio". Del 1958 è
Ossiàn, "Rivolta", che, come i due primi volumi, suscita polemiche ed entusiasmi.
Al tempo dello Sciàh Pahlavì, se non c’era libertà politica, era tollerata una relativa libertà sessuale, almeno nel mondo dell’alta borghesia cittadina, e, già prima del ’68, non erano uccelli rari, specialmente tra le artiste, le belle donne, almeno apparentemente, senza inibizioni, ma Forùgh faceva della libertà un manifesto provocatorio, con una decisa volontà di rottura; basta rileggere i titoli dei suoi libri: "Prigioniera", "Muro", "Rivolta".
E’ del ’58 l’incontro con Ebrahìm Golestàn, noto scrittore e cineasta engagé. Inizia una tempestosa relazione che durerà fino alla morte di
Forùgh.
Dopo un soggiorno di studi in Inghilterra, la poetessa diventa cineasta e realizza alcuni importanti documentari, con i suoi bellissimi testi poetici:
Atèsh, "Fuoco", è sull’incendio di un pozzo di petrolio; la lotta disperata dell’uomo contro le forze ribelli della natura si svolge sullo sfondo di villaggi sperduti nel deserto. Il film: Khanèh siàh
ast, "La casa è nera", sul lebbrosario di Tabriz. Forùgh che mai ha dimenticato il suo
Kamiàr, adotta un bambino figlio di lebbrosi.
Sempre più matura si fa la sua arte: ai temi della personale rivolta, alle appassionate poesie d’amore, si alternano temi di chiaro significato politico, con toni discorsivi, o biblici, sarcastici o profetici. Nelle sue poesie è rappresentata la "dolce vita" di
Teheran, tra oppio e caviale, tra poeti ufficiali, suoi bersagli preferiti, sbandieramenti, trionfi di plastica e Coca-Cola.
Del ’64 è il suo libro più importante: Tavallod-e-digàr, "Un’altra nascita", Del ’65 è un altro suo film di successo, "Il mattone e lo specchio"; è la storia di un neonato abbandonato in un taxi, che fornisce all’autrice l’occasione per descrivere la Teheran degli anni ’60 nei suoi aspetti più contrastanti.
Nel ’66 partecipa al festival di Pesaro. Incontra Bernardo Bertolucci e altri attori e registi italiani. Un velo di mistero resta ancora sulle vicende italiane della poetessa persiana. Il "Canto di bellezza" è certamente il ricordo di un amore romano.
Il rapporto con Golestàn è sempre più difficile quanto più è appassionato. Una zingara in Italia predice a Forùgh amori e morte violenta. E’ costante in lei il pensiero della fine, forse del suicidio.
Il 14 febbraio 1967 muore in un incidente d’auto, mentre si recava a vedere un film italiano, dopo una drammatica discussione con il suo amante.
Dopo la sua morte, l’intellighenzia persiana, giovani, donne, quelli che l’avevano amata o odiata, cercarono di impadronirsi della sua immagine. Spuntarono veri o presunti Pigmalioni che pretendevano
di farsi custodi della sua memoria. La sua vita, la sua rivolta, la sua tragica fine trovarono fertile terreno nella mitomania di quel paese che conosce i miraggi, nei deserti e nell’anima.
Prima e dopo la rivoluzione islamica, il suo nome è servito da etichetta, e la sua "Casa nera" è diventato il simbolo dell’Iran "nero", teocratico e
integralista.
Più che i notissimi "manifesti" di un femminismo che potrebbe sembrare di maniera, sono più inquietanti i componimenti di Forùgh
Farrokhzàd dove di volta in volta, o nello stesso tempo, si esprime sottomissione e rivolta, sessualità e misticismo, speranza e paura, peccato e rimorso. Si scontrano nella sua vita e nella sua opera le più drammatiche contraddizioni del suo tempo e del suo paese.
La poesia di Naderpùr, pur se nata da vicende drammatiche, pubbliche o private, levita nella ricchezza delle immagini, può compiacersi nella musicalità dei suoni, riesce a pacificarsi nella rara perfezione formale, purtroppo intraducibile.
La poesia di Farokhzàd, più spontanea, è più accessibile perché più "terrestre". Aspra, esprime il dramma eterno della donna tra due mondi, tra due epoche, tra coraggio e fragilità, tormento e insoddisfazione, aggressività che nasconde la paura, sempre alla ricerca di "altro", più in
fondo, e
"oltre"
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Rivolta di dio
(da "Ossian", "Rivolta")
Teheran 1958
Se fossi dio,
chiamerei gli angeli
per far liquefare
la moneta del cielo
nel forno delle tenebre.
Ordinerei ai giardinieri della terra
di strappare dal ramo della notte
la foglia gialla della luna.
A mezzanotte, lacerando le tende
del mio splendido palazzo,
con gli artigli del mio furore
capovolgerei l’universo.
Dopo millenni di silenzio
getterei i monti
nella bocca spalancata dei mari.
Scioglierei i ceppi
di migliaia di stelle febbrili.
Spargerei il sangue del fuoco
nelle vene silenziose dei boschi.
Lacerate le tende del fumo,
farei danzare la figlia del fuoco,
ubriaca,
tra le braccia degli alberi,
nel muggito del vento.
..............
.............
Se fossi dio,
chiamerei una notte gli angeli,
per far bollire l’acqua del paradiso
sulla brace dell’inferno.
Con una torcia accesa nella mano
farei scacciare il gregge dei fedeli
dai verdi umidi pascoli del cielo.
Stanca della purezza di Dio,
a mezzanotte,
sulla china di un nuovo piacere,
cercherei rifugio nel letto di Satana.
Al posto dell’aureola d’oro
vorrei l’ebbrezza oscura e amara
di un peccato, in un abbraccio.
Canto di bellezza
(da "Divàr", "Muro")
Teheran 1958
Sulle tue spalle, rocce di granito dure e superbe
cascate di luce, ruscella l’onda dei miei capelli.
Sulle tue spalle, muro di cinta di un mirifico castello
danzano, come rami del salice, le ciocche dei miei capelli.
Le tue spalle, torri di ferro,
le tue spalle, fulgenti di sangue e di vita,
hanno il colore di un braciere di rame.
Nel silenzio, nel tempio del desiderio,
addormentata vicino a te,
i segni dei miei baci sulle tue spalle,
come morsi ardenti di serpenti.
Le tue spalle, nella rifrazione del sole
sotto le gocce chiare e tiepide di sudore
sfavillano come cime di montagne.
Le tue spalle, Mecca dei miei sguardi appassionati,
le tue spalle, sigillo di preghiera...
Nota: "Sigillo di preghiera, è il "mor-e-namàz", una piccola pietra, o un quadratino di creta o di ceramica, che porta incisi versetti del Corano, appoggiata a terra, su
di essa i mussulmani appoggiano la fronte prostrandosi nella preghiera. Senza la spiegazione non si percepirebbe la violenza e la forza blasfema della poesia di
Forùgh.
Il diavolo della sera
da "Ossian", "Rivolta"
Teheran 1958
Ninna nanna, bambino mio,
chiudi gli occhi, è sera.
Chiudi gli occhi, che il diavolo nero,
con le palme insanguinate,
e un ghigno sulla faccia,
sta arrivando!
Appoggiami in grembo la tua testina,
ascolta il suo passo.
Si è spezzata la schiena del vecchio olmo,
quando lui vi ha appoggiato il piede.
Tremano i vetri delle finestre,
i suoi artigli battono alla porta.
Senti come urla!
Gli dico: "Vattene! io sono qua, sveglia,
non puoi portarmi via il mio bambino!"
Si spezzò il silenzio della casa.
Gridò il diavolo della sera:
"Basta, donna! Non ho paura di te.
Il tuo grembo è ruggine di peccato.
Io sono un demonio,
ma tu sei più demonio di me!
Una madre, dal grembo pregno di colpe!
Vedi dove mai si appoggia, un bambino innocente!"
Muore il grido, nel fuoco del dolore,
fonde il mio cuore come ferro.
Gemo d’angoscia: "Camì, Camì, Camì...
togli la tua testina dal mio grembo!"
Camì è il nome del bambino che Forùgh fu costretta ad abbandonare dopo il divorzio. E’ costante in tutta la sua poesia, il ricordo doloroso del figlio perduto. Un cupo senso del peccato si alterna ad espressioni di rivolta o di sessualità libera e gioiosa, che assume talvolta, come abbiamo visto, toni blasfemi, o accenti di femminismo programmatico ed esasperato.
Sulla terra
da "Tavallod-e-digàr", "Un’altra nascita"
Teheran 1964
Non ho mai sperato
diventar stella nel miraggio celeste.
Non ho sperato,
come un’anima eletta,
accompagnare angeli silenziosi.
Non mi sono mai separata dalla terra,
non ho mai incontrato una stella.
Sono in piedi, sulla terra.
Il mio corpo: uno stelo d’erba
che, per esistere, succhia
il sole, il vento, l’acqua.
Con i miei desideri,
con il mio dolore,
io sono sulla terra:
voglio l’elogio delle stelle
voglio le carezze del vento.
Guardo dalla mia finestra.
Non sono che l’eco di una canzone :
io non sono eterna.
Di una canzone, cerco solo l’eco,
nel grido di un desiderio
più puro del silenzio del dolore.
Io non cerco il nido
in un corpo steso come la rugiada
sul giaggiolo del mio corpo.
Sul muro della mia vita,
uomini, viandanti,
hanno tracciato ricordi
col nero carbone dell’amore :
un cuore trafitto da una freccia,
una candela rovesciata,
punti pallidi e silenziosi
sulle lettere della follia.
Tutte le labbra
che sfiorarono le mie labbra
hanno creato nella mia notte,
una stella,
che si posava sul fiume dei ricordi.
Perché dovrei invidiare le stelle ?
Questa è la mia canzone,
Non ci fu mai niente, prima.
Versetti terrestri
Da "Tavallòd-e-digàr", "Un’altra nascita"
Teheran 1964
(frammenti)
Allora il sole si raffreddò,
la grazia della fertilità fuggì dalla terra,
ingiallito il verde dei campi
disseccati i pesci nei mari,
la terra vomitò i suoi morti.
.......
le vie si smarrirono
nell’oscurità dell’orizzonte.
Nessuno pensò più all’amore,
nessuno alla vittoria,
non si pensò più a nulla.
...................
Per la vergogna le culle
si rifugiarono nelle tombe.
Una palude d’alcool
tra acri vapori di veleni
ha inghiottito nei suoi abissi
la massa inerte degli intellettuali.
Topi maligni
hanno roso le pagine dorate
dei libri nei vecchi scaffali.
Il sole era morto
e "domani" nel pensiero dei bambini
ebbe un senso vago, perduto.
Nei loro quaderni di scuola
disegnavano la stranezza
di quella vecchia parola
con una grande macchia nera.
.............
...............
Forse, ma in quel vuoto senza fine
dove il sole era morto,
nessuno sapeva che il nome
di quella triste colomba
fuggita dai cuori
era la speranza.
...........
............
Ribellione
da Asìr "Prigioniera"
Teheran 1973
Non mettere alle mie labbra il bavaglio del silenzio
perché nel cuore ho una storia
che nessuno ha mai raccontato.
Scioglimi da questi ceppi pesanti,
che fanno disperare la mia anima.
Vieni, maschio egoista,
ad aprirmi le porte della gabbia.
prigioniera per tutta una vita,
dammi la libertà di un ultimo respiro.
Io sono quell’uccello che da tanto tempo
ha il pensiero del volo.
Il mio canto, un lamento, una stretta al cuore,
tutti i miei giorni perduti nel desiderio.
Non mettere alle mie labbra il bavaglio del silenzio,
perché devo dire il mio segreto.
Voglio far ascoltare
il tono appassionato della mia canzone.
Vieni, apri la porta e fammi volare
verso il cielo chiaro della poesia.
Se mi lasci volare, diventerò un fiore
nel giardino della poesia.
Siano per te le labbra, i baci,
per te il mio corpo e il suo profumo,
per te le segrete faville del mio sguardo,
per te il mio cuore con voce di sangue.
Non essere egoista, o mio uomo,
non dire che la poesia è una colpa.
Per le anime inquiete, tu non sai
quanto sia stretto lo spazio di una gabbia.
Se la poesia è un peccato,
dammene una coppa colma!
Siano per te il paradiso e gli angeli
me, lasciami nelle viscere dell’inferno.
Un libro, una stanza segreta, poesia e silenzio,
per sono ebbrezza della vita.
Non rimpiangerò il paradiso,
nel mio cuore ce n’è un altro, eterno.
Quando di notte dolcemente danza la luna
nel silenzio del cielo incantato,
ebbra di passione, mentre dormi,
abbraccio il tuo corpo al tuo chiarore.
Mille baci mi rubò la brezza,
mille baci furono offerti al sole,
in quella prigione dove tu sei il carceriere,
tremò una notte il mio essere in un bacio.
O maschio, butta via l’orgoglio del tuo nome
la mia vergogna è inebriante di piacere.
Mi perdonerà quel dio,
che al poeta ha dato un cuore pazzo!
Peccato
da Divàr "Muro"
Teheran 1958
Ho commesso un peccato,
in un abbraccio caldo, infuocato
un peccato denso di piacere.
Un peccato tra le braccia
calde, ferrigne, vendicative.
In un luogo buio, segreto, silenzioso
turbata mi stesi accanto a lui,
le sue labbra sulle mie labbra
versavano tentazione.
Dalla malinconia
si liberò il mio pazzo cuore.
Favole d’amore al suo orecchio sussurrai
"Ti voglio, amore mio,
voglio le tue braccia che mi danno vita,
ti voglio, amore, nella tua pazzia!
Il desiderio prese fuoco nei suoi occhi
danzò il vino rosso nel bicchiere
palpitò il mio corpo sul mio corpo
ebbro nel morbido letto.
Peccatrice, chiedevo e davo nel peccato.
Ho commesso un peccato
accanto ad un corpo, smarrito,
che fremeva di piacere.
O dio, ma che mai ho fatto,
in quel luogo segreto, buio e silenzioso?
La bambola meccanica
da tavallot-e- digàr "Un’altra nascita"
Teheran, 1964
Ancora più di così, ahimè,
sì, ancora più si può essere spenti.
Si può per lunghe ore,
con lo sguardo immobile dei morti,
fissare il fumo di una sigaretta,
un fiore scolorito del tappeto,
una linea immaginaria sul muro.
Si può con aride dita
tirar da un lato una tenda, e guardare.
Piove a dirotto nel vicolo,
un bambino con un aquilone variopinto
sta fermo sotto una tettoia,
lascia la piazza vuota, in fretta,
un vecchio carro rumoroso.
Oppure si può star immobili, lì,
accanto a quella tenda, ciechi, sordi.
Si può gridare, con voce falsa, strana:
"Ti amo!".
Si può, nelle braccia possenti di un uomo
essere una femmina bella e sana,
il corpo come una tovaglia di cuoio
con due mammelle grosse e dure.
Si può, nel letto di un ubriaco,
di un pazzo, di un vagabondo,
sporcare la castità di un amore.
Si può, abilmente,
evitare ogni difficile enigma,
risolvere parole incrociate,
accontentarsi di trovare una risposta qualunque,
sì, una qualunque, di cinque o sei lettere.
Ci si può inginocchiare per tutta la vita
con la testa china davanti ad una tomba fredda,
si può vedere dio in una tomba qualunque
si può comprare la fede con una moneta senza valore,
si può marcire in una moschea,
come un vecchio mollàh
che biascica preghiere per i pellegrini.
Si può essere come lo zero nell’addizione,
della sottrazione, o moltiplicazione.
Si può immaginare il tuo occhio
nel suo bozzolo d’ira,
come il bottone di una vecchia scarpa.
Si può evaporare
come l’acqua di una pozzanghera.
Si può nascondere con pudore,
in fondo ad una cassa,
la bellezza di un istante
come un’istantanea, buffa e annerita.
Si può, in una cornice vuota,
appendere il ritratto di un condannato,
di un vinto, di un crocifisso.
Si può coprire con una maschera
la crepa nel muro
ci si può perdere
scarabocchiando ghirigori.
Si può essere una bambola meccanica,
guardare il mondo con due occhi di vetro,
giacere in una scatola di feltro, per anni,
tra pizzi e lustrini,
con un corpo pieno di paglia.
Si può,
ad ogni pressione
di una mano qualunque
sulla molla del petto,
gridare a vuoto, e dire:
"Ah! Come sono felice!"
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