Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Recensioni

L'illuminista di W. Pedullà

a cura di Raffaele Nigro

 

L'illuminista - Rivista di cultura contemporanea - di Pedullà.

 
  Almeno tre riviste di letteratura ho visto nascere tra fine e inizio millennio quasi un bisogno di dibattere temi nuovi in maniera antica e temi antichi in maniera nuova. Cito la rivista di Aldo Rosselli, La scrittura, che cerca un rapporto tra scrittura e politica e si pone l'interrogativo se ci sia ancora spazio e ragione per una militanza a sinistra,e poi la rivista Incroci, che cerca nuovi rapporti tra culture dell'Oriente e dell'Occidente,tra dialetto e lingua e oggi L'Illuminista, rivista di cultura contemporanea, monotematica, nata con la voglia di fare chiarezza intorno a tutta una serie di temi.
Una vivacità intellettuale appannata per circa vent'anni, scemata man mano che scemava la militanza politica e che probabilmente è emersa in corrispondenza della spinta data dal passaggio di millennio o dal riassetto politico che si sta verificando in questi ultimi mesi,mentre si vanno serrando i ranghi per la prossima tornata elettorale.
Una stagione vivace come questa io l'ho vista soltanto negli anni Settanta, quando ci fu una sorta di reazione alla fine delle avanguardie prospettata dalla Neoavanguardia e una sorta di democratizzazione della scrittura. L'augestione editoriale, una forma di benessere, la reazione all'autoritarismo e all'arroccamento della produzione avevano portato la creatività e la scrittura nelle cento città d'Italia.Erano nati insomma i cosiddetti Gruppi alternativi d'avanguardia che a Roma, Firenze e Milano affiancavano se non sostituivano i centri italiani nei quali si erano costituiti nella prima metà del 900 piccoli e grandi gruppi intellettuali. Contemporaneamente, allora nascevano forme di poesia che avevano dentro ancora il germe dello sperimentalismo,dalla poesia visiva a quella sonora alla comportamentale e che un libro di Adriano Spatola sintetizzava disegnando la progressione dei gruppi come un viaggio affannoso Verso la poesia totale.
Il quadrimestrale di Pedullà mi pare attraversato da una corrente di ottimismo nonostante tutto. L'ottimismo dell'intelligenza e dell'ironia. "Siamo ottimisti nel nostro pessimismo" leggo nell'editoriale. Non demonizza nulla della contemporaneità,né la politica malata,non la globalizzazione, non la babele delle lingue e l'egemonia dell'inglese e neppure la storia del Novecento,per il quale ritiene a un sommario consuntivo che il saldo è in attivo e in un certo senso ci si deve preparare ad affrontare il secolo appena entrato provando a sconfiggere la paura del nuovo.Quando si ha paura, spiega Pedullà, niente di meglio che correre verso l'umorismo.Perciò ecco un numero monografico sulla comicità.
E comincia dalla comicità la serie di valori da salvare e da portare nel nuovo secolo. In effetti l'ultimo cinquantennio si è configurato come il luogo delle tante morti. Dalla cultura contadina al gusto per la lettura, agli schemi tradizionali della scuola e dei programmi di Giovanni Gentile. Ma anche il luogo dei mutamenti radicali dei rapporti, tra individuo e società,individuo e politica. Pensiamo a cosa ha significato la televisione di denuncia di Guglielmi, quella dell'annientamento dei valori guida praticata da Maurizio Costanzo e dal Grande Fratello, quella sanguinaria di Vigorelli, la televisione della rissa nella quale erano impegnati costantemente Biscardi, Sgarbi, D'Agostino , la televisione del privato portato in piazza della De Filippi e della D'Eusanio. E poi la guerra dell'audience e della vendita dei prodotti informativi scoppiata tra i telegiornali e tra i quotidiani. Così che l'informazione non è più neppure ricerca o offerta di verità parziali ma confusione e parapiglia di voci,ricerca di diluvi universali quotidiani, urli e bagarre. La stessa confusione che si riscontra nella scrittura,diventata una corsa ad ostacoli verso un impossibile successo,una possibilità risicata di emergere da quello che una volta si chiamava con disprezzo "il formicaio". Una scrittura creativa che non si pone più neppure l'interrogativo se sia il caso di chiarire per esempio i rapporti e il nome della cosa relativa a cinema teatro narrativa poesia. Una scrittura critica che non si interroga più sulla questione se ancora sia necessaria una divisione per generi letterari ,una verifica nelle annuali scoperte delle case editrici di cordate di genialità,per cui un anno ci sono i geni del minimale e un anno del pulp e del trash e un anno del cannibalismo. Una scrittura ormai ingestibile e che sfugge a ogni possibilità di analisi,di catalogazione e di collazione. Con un'offerta variegata, che tocca tutti i livelli espressivi e che apre nuove strade e nuove anse al crivello e alla volontà sistemativa della critica. Tenendo conto che proprio il metodo critico è una scoperta della ragione illuministica e che il secondo Novecento ne ha decretato l'impossibilità di utilizzo. O permette un utilizzo viziato da ragioni di volta in volta economiche o ideologiche o sociologiche.
C'è il caos insomma.Con tutto il vitalismo ma anche con tutta la confusione del caos. In una società che ha cancellato dal 68 in qua tutta una serie di certezze acquisite dalla tradizione e che si sono fatte immediatamente incertezze, regole vecchie e decrepite, col mutamento di rapporti verificatosi tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra giovani e anziani. 
Io credo che in questo caos, in questa confusione infinita tutti sentiamo il bisogno di chiarezza,di capirci qualcosa. E' il bisogno di illuminismo a cui fa riferimento Pedullà. Una necessità di fare veramente luce,non con la voglia di distinguere in maniera manichea bianco e nero,buono e cattivo,onesto e disonesto,grande e piccolo, diabolico o angelico,perché ormai in ogni cosa ci sono frazioni dell'uno e dell'altro valore,c'è una umbratilità diffusa,una diffusa mescolanza di mezzitoni ma la voglia di isolare gli argomenti, di sezionarli uno per volta, di discuterne.Cercare il bandolo della matassa. 
Quali cose Pedullà vuole portarsi nel nuovo secolo? Oltre la comicità, la critica militante e la militanza culturale e letteraria.La voglia di un rinascimento illuministico, fondato sui valori del socialismo democratico e liberale. In questo si parte da Gobetti, da Voltaire,da Bontempelli e da Pirandello e si mette in chiaro che ci si aspetta dai tempi nuovi non la fuga verso il buio, verso la caverna dei miracoli e della trascendenza,ma l'epifania, il parto nella luce,una luce laica,dove i miracoli sono quelli che generiamo noi quotidianamente,con le nostre forze. 
"Salveremo della sua eredità- conclude Pedullà nell'introduzione alla rivista parlando del Novecento e dell'Illuminismo- almeno queste otto parole,tolleranza,progetto,laicità,razionalità,verifica,

naturalezza,umorismo e immaginazione.Facciamo dieci con spontaneità e logica,due sostantivi che Gadda amava accoppiare".

In quanto al tema affrontato in questo primo numero fa bene Pedullà a spiegare che nel comico non si può più comprendere la satira,come si è fatto fino a qualche tempo fa. Se analizziamo storie della letteratura satirica come quella di Vittorio Cian vediamo che si tende a definire come satirico qualsiasi prodotto capace di far ridere e a confondere ironia satira e comicità. Che sono cose molto diverse tra loro. 
"La comicità spiega Macedonio Fernàndez , l'autore del quale si riproduce nella rivista il testo di Per una teoria dell'umorismo,è emozionante, piacevole, inaspettata,nata dalla percezione immediata di un qualsiasi atto di indole edonistica che…non è dannoso".
La letteratura del riso si è divisa sempre tra comicità e satira e mentre il comico tende a destare il riso con la sola finalità del gioco e del godimento,quella satirica ha una funzione etica e politica che genera il riso ma conserva sempre un fondo di amarezza.Ed è da questa diversificazione che dobbiamo partire se intendiamo cogliere le incertezze che vivono i comici contemporanei.
La poesia giocosa delle origini,quella dei poeti comico realistici del due e trecento si sposta in maniera sinusoidale tra i due ambiti. La satira spesso si accende di toni e sfocia nell'invettiva. Ma è altro rispetto alla comicità. E lo stesso avviene nel quattrocento,quando Burchiello riprende la tradizione riproponendola in giochi verbali che solo talvolta hanno una funzione ironica nei confronti della letteratura umanistica o del potere politico. Dalla poesia del Burchiello prende corpo tutta una produzione giocosa che tocca un esercito di autori disseminati lungo il corso del secolo e che ha i suoi momenti più alti in Lorenzo il Magnifico e in Pulci ma che trova sfogo nel linguaggio allusivo e a doppio senso dei canti carnasciali. Una produzione che continua nel Cinquecento con Folengo e con Berni e con i burleschi che fanno capo alla cosiddetta accademia dei Vignaioli, con autori dialettali siciliani e veneziani.
C'è a questo proposito una immagine illuminante nel terzo libro dell'Orlando Innamorato del Boiardo. Nel canto settimo un'avventura fascinosa coinvolge i cavalieri Orlando Sacripante Ruggero Gradasso e altri . Essi vengono presi da un incantesimo e sprofondati nelle viscere di un fiume che il poeta chiama "fiume del Riso".Le Naiadi laggiù hanno un palazzo di cristallo e oro dove è possibile condurre una vita spensierata,gaia,fatta di smemoratezza.Sarà purtroppo Fiordelisa a sciogliere l'incantesimo e a richiamare i cavalieri a galla. Quando essi emergono, è come se fossero tornati a vivere ma anche come fossero risaliti nella violenza quotidiana dell'esistenza. La piacevolezza dell'isola è svanita e sono svaniti il sogno e l'incantamento. E questo è il valore del comico,un allontanamento dalla realtà e dal peso della quotidianità. Un edonismo straniante e che ti può portare o verso l'assurdo o verso situazioni ilari e grottesche,ma che comunque dà il senso dell'abbandono delle cure e degli affanni quotidiani. Tant'è che il Berni nel Rifacimento collocò ventuno ottave di sua invenzione all'interno del canto. E vi descrive la posizione fisica di un cavaliere innominato. Un uomo il cui "sommo bene era in iacere/ nudo,lungo disteso; e 'l suo diletto/ era non far mai nulla, e starsi in letto". A fianco a lui c'è un amico,il cuoco Piero Buffet. Con Buffet il nostro cavaliere si diverte a contare i buchi o i chiodi che si vedono nei correnti del soffitto. A prescindere dagli elementi autobiografici,perché il cavaliere descritto è il Berni, ciò che risalta qui è l'elogio dell'astrazione dalle cure del mondo allorché si gode dell'incantamento dell'isola del Riso. Ed è tutto sommato poi su questo presupposto che nasce la poesia burlesca,con la lode delle minuzie alla maniera di Luciano, la lode degli ortaggi, dei nasi, delle fave, del letto,delle campane, delle anguille,delle pesche, e addirittura del noncovelle (il niente). Un comico per il comico che solo talvolta tradisce una funzione satirica. Un comico espressionista e trucido di origine popolaresca e che costruisce panorami truculenti. E con una fortissima propensione al doppio senso,tant'è che si è persino costruito un dizionario del lessico erotico per interpretare i sensi nascosti di quelle metafore.Un comico che passa sicuramente per Giulio Cesare Croce e sale fino al 900 di Palazzeschi e di Achille Campanile.Fino al nostro Cavazioni,antologizzato nella rivista ma che oggi ha una serie infinita di testimoni,dal barzellettiere di Gino Bramieri ai giochi verbali di Bergonzoni a Gino e Michele coi loro breviari delle formiche che si incazzano a Giobbe Covatta.Direi che l'ultimo 900 è esploso nella comicità verbale che fa capo all'avanspettacolo, all'intermezzo recitato, e poi a Scarpetta, a Peppino De Filippo, a Totò.Un patrimonio di gags, di pirotecnie linguistiche, di nonsense comici e di kalembour travolgenti.Tutto un mondo che credo aspetti di essere visitato e studiato come si è fatto finora per i segni alti e culti di Gadda, di Campanile e di Jonesco.

 
     

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Recensioni

Sotto un cielo piccolo di D.Mancusi

a cura di Lorenza Colicigno

 

Domenico Mancusi, Sotto un cielo piccolo, Pianeta Libro Editori, 1999.

 
  Il romanzo di Domenico Mancusi "Sotto un cielo piccolo" è lavoro convincente per la scorrevolezza della narrazione e per l'impegno mimetico, che lascia affiorare senza sforzo il contesto del Cinquecento meridionale.
La descrizione degli ambienti, colti nella loro profondità socio - culturale, è sobria ma efficace, la scelta lessicale, pur con qualche forzatura, lascia intravedere i modi di un'oralità civile, degna del nostro Rinascimento meridionale, e riesce convincente anche nella mimesi del linguaggio scritto. 
Il romanzo si fa apprezzare, inoltre, per la sicurezza dell'intreccio, che, se pur centrato sulla biografia di Isabella Morra, riesce ad intessere più fili nei modi di un realismo moderato, a tratti intimistico.
Le chiavi di lettura che posso suggerire di privilegiare nell'approccio al romanzo di Domenico Mancusi sono almeno tre, e ruotano tutte intorno alla "storia" al singolare o al plurale: la storia di Giuditta e della sua scrittura, la storia di Isabella e del suo canzoniere, le storie dei Morra e dei signori del Cinquecento meridionale, intrecciate a quelle del loro "popolo".
Ma dentro tutte queste "storie", sapientemente intessute, fino al conseguimento di una scorrevolezza narrativa, resa vivace dagli intrecci delle situazioni, dei tempi e del luoghi, si erge un personaggio principale, che accompagna il lettore nel suo percorso, fino a renderlo pensoso, ed è la violenza, la violenza della civiltà rinascimentale, facilmente scoperta nella precarietà e vanità delle sue pretese d'equilibrio, ma forse, nell'intenzione dell'autore, e comunque nella coscienza del lettore, la violenza come motore assoluto della Storia.
L'autore Domenico Mancusi rischia molto nella scelta di affidare ad un personaggio femminile, Giuditta, il ruolo di autrice della biografia di Isabella, ma riesce convincente nel delinearne in generale i tratti psicologici schiettamente femminili e in particolare nel seguirne il processo di approccio alla scrittura; ma credo che proprio questo sia, in fondo, il motivo o per lo meno il senso della scelta di un personaggio femminile: quella di dover osservare dall'esterno, con l'attenzione che occorre per capire un altro da sé, il processo di approccio, di avvio e di stesura di un testo scritto. Perché credo che questo di D. Mancusi sia soprattutto un romanzo sulla scrittura, come ho avuto modo di affermare più volte, sulle sue motivazione, sulle sue modalità e sulle sue difficoltà.
E' questa un'utile chiave di lettura, disseminata in tutto il testo: della scrittura Giuditta dice che "libera da solitudine e visioni malefiche", che è un "motivo onorevole per vivere la vita", che "allarga i confini", che isola dal mondo, e dei libri che sono "balsamo consolatore" e che consentono il "dominio delle passioni", ma anche che "sragionano", che sono "diversi dalla vita". E' interessante in quest'ottica sottolineare che sia per Giuditta che per Isabella, la fine della scrittura coincide con la fine della vita, quasi che Mancusi ne voglia definire l'essenza vitale. 
Ma il percorso della scrittura si proietta anche oltre la vita materiale dell'autore, come "ricerca di fogli", avvertendo sulla responsabilità del lettore nel dare continuità di vita al suo lavoro.
L'altra chiave di lettura, come ho già detto, è quella della violenza, le due vite di Giuditta e di Isabella sono legate non tanto dalla casualità degli eventi che ne incrocia le strade, quanto dall'essere segnate entrambe dalla violenza: per Giuditta il concepimento, lo stupro della madre da parte di un moro, infatti, la segnerà per tutta la sua vita nella pelle e nell'anima, per Isabella la morte, per mano dei fratelli, ultimo atto di una violenza più sottile e amara, quella dell'abbandono del padre, grande assente, come il padre di Giuditta.
 
     

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