Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Novecento ed oltre
Sonetti contemporanei

 

Franco Fortini, da Foglio di via e altri versi, Einaudi

I ed. 1946, II ed. 1967

Andrea Zanzotto da Ipersonetto, in Galateo in bosco, Mondadori, 1996

 

  Sonetto

Sempre dunque così gemeranno le porte
Divaricate in pianto. Rotano eterni i fumi
Dei roghi e giù s'ingorga la coorte
D'uomini scimmie, di femmine implumi.

Con loro, amici! Sono questi i fiumi
Da cui credemmo salvare la sorte.
Ma se le torce stridono e vacillano i lumi
Qualcuno dentro il buio canta più forte.

Non la battaglia bianca d'arcangeli cristiani
Clama l'inno che tu alla notte rubi
Sempre più cieca; ma noi, gli ultimi, i vivi:

A coro alto scendiamo, le mani strette alle mani
E non vinti. le grotte vane: Anubi
Enorme erra, testa di cane, ai trivi.

(Sonetto infamia e mandala) a F. Fortini


Somma di sommi d'irrealtà, paese
che a zero smotta e pur genera a vista
vermi mutanti in dèi, così che acquista
nel suo perdersi, e inventa e inforca imprese,

vanno da falso a falso tue contese,
ma in sì variata ed infinita lista
che quanto in falso qui s'intigna e intrista
là col vero via guizza a nozze e intese.

Falso pur io, clone di tanto falso,
od aborto, e peggiore in ciò del padre,
accalco detti in fatto ovver misfatto:

così ancora di te mi sono avvalso,
di te sonetto, righe infami e ladre -
mandala in cui di frusto in frusto accatto.

 
  Giorgio Caproni, da Il passaggio d'Enea, 1943-1955, in Tutte le poesie, Garzanti, 1989 Annotazioni di Lorenza Colicigno  
  Alba 

Amore mio, nei vapori d'un bar
all'alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l'occhio, ora nell'ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?...Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremito tra i denti, è forse 
di tali ruote un'eco: Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte, 
qui, col tuo passo, già attendo la morte.
Mario Lunetta, rivendicando la modernità del sonetto, ha affermato che "la sua elasticità permette una quantità di giochi, di movimenti, di gesti stilistici, da sorprendere anche chi lo pratica con una certa frequenza". Questa consapevolezza, che si può riferire anche ad altre forme metriche tradizionali, è alla base del fatto che i poeti del II dopoguerra mostrano un'inversione di tendenza  rispetto ai poeti del I Novecento; questi ultimi, infatti, ci appaiono impegnati in una dissacrazione ironico - parodica delle forme liriche tradizionali, pensiamo, ad esempio a Gozzano, mentre Zanzotto, Caproni, Sanguineti, Socrate, Toti, Dego, Fortini, prima ancora, Fallacara, Parronchi, Gatto, Quasimodo, Luzi, Bassani, e lo stesso Lunetta, ritornano alle forme metriche della tradizione, in particolare al sonetto, sfruttandone a pieno la dinamicità, quasi insospettabile in una forma così perfettamente chiusa, e insistendo sulla sua vocazione a moltiplicarsi in corone e contrasti e, soprattutto, a parlare di sé e a diventare luogo privilegiato di battaglia letteraria. 

Vi propongo la lettura di questi tre sonetti contemporanei e resto in attesa di vostri commenti e interventi sul tema.

 

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