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Che ciascuno di noi durante il giorno traduca nei termini
sintetici ed universali del proverbio il proprio pensiero più profondo, è cosa
abbastanza ovvia, una volta detta, ma certo abbastanza poco consapevole nel
momento espressivo. Ma soprattutto poco consapevole è il fatto che l’espressione
“sapienziale”, alla quale abbiamo affidato il nostro convincimento, la si è
il più delle volte pronunciata nel proprio dialetto.
E questo accade anche a chi giurerebbe su tutto di non conoscere
e di non parlare alcun dialetto!
Quanti di noi, dunque, possono dirsi consapevoli di appellarsi,
anche più volte al giorno, al codice comportamentale (e linguistico) costituito
dall’insieme dei proverbi radicati nella cultura locale arcaica?
E quanti di noi, ancora, si fermano un attimo, una volta
pronunciato un proverbio, a ripensarlo nell’ottica della cultura scritta, che
imporrebbe di fissarne in termini stabili la sostanza concettuale e la forma
linguistica?
Dovremmo continuare a considerare la trasmissione scritta del
dialetto vezzo esclusivo di quanti, pochi o molti che siano, ne sono cultori,
esperti, amanti appassionati, o possiamo ritenere che questo passaggio della
cultura arcaica dall’oralità alla scrittura possa diventare patrimonio
diffuso e vederci quindi diffusamente impegnati a costruire un ampio repertorio
dei proverbi e dei detti locali, sulla cui base costruire il dizionario e il
vocabolario dei nostri dialetti?
Certo non mancano opere di questo tipo, meritorie ed importanti,
sul nostro territorio, ma il loro limite, a mio parere, sta, non certo nella
capacità di impegno individuale degli autori, che in genere possiedono le doti
del ricercatore attento e appassionato, bensì in due ordini di motivi: la
mancanza di un metodo di trascrizione omogeneo ed efficace per la
trasmissione anche presso comunità di dialetti o lingue diverse; la limitatezza
della fruizione, che riduce la possibilità che tali opere siano sentite come
espressione dello spirito di una comunità più vasta e che, quindi,
producano un ritorno in termini di consapevolezza critico - interpretativa del
proprio patrimonio sapienziale, come radicamento, da un lato, e come
emancipazione, dall’altro.
Credo, infatti, che tale radicamento potrà essere tanto meno di
tipo nostalgico e passivo, quanto più ci si aprirà alla considerazione e alla
valorizzazione del contributo originale delle culture locali al patrimonio
paremiaco (proverbiale, sapienziale) e linguistico, nazionale ed
oltre.
Un aspetto delicato è quello che tiene dietro alla
consapevolezza della opportunità della trascrizione dei proverbi e delle
espressioni dialettali in genere e, quindi, alla volontà di affrontare l’impresa
di consegnare alla scrittura il proprio patrimonio orale, in quanto, per il
necessario ed utile processo di italianizzazione delle lingue locali, è
difficile richiamare a freddo alla memoria dizioni arcaiche, ma
soprattutto è difficile sia restituirne, in una forma grafica il più possibile
fedele, le sfumature fonetiche e ritmiche, sia renderle comprensibili ai
lettori.
E’ questo l’aspetto più problematico della trasmissione
scritta del dialetto, a meno che non ci si trovi in un ambiente accademico, in
cui la codificazione del linguaggio orale è molto rigida e precisa, in quanto
si avvale di grafemi specifici, di fatto “illeggibili” per il lettore
comune.
Bene, per farla breve, il mio intento è quello di stimolare il
parlante a scrivere il suo dialetto, per tentare di costruire una diffusa
consapevolezza etnolinguistica; ma so bene che per ottenere questo risultato
occorre divulgare un tipo di scrittura e di lettura di media difficoltà, che
consenta a chiunque di sentirsi protagonista del progetto complessivo.
Ed è per questa esigenza divulgativa e di confronto che ho
scelto una rivista telematica per proporre ai miei lettori di diventare
scrittori, a loro, infatti, rivolgo l’invito ad inviare alla redazione della Ri
~Vista i loro proverbi d’uso più o meno comune, con l’impegno da parte mia
di pubblicarli in questa rubrica con l’indicazione dell’informatore e di
farne, in seguito, un tassello della raccolta sapienziale che intendo pubblicare
in una collana specifica.
Si tratterà di uno scambio, ovviamente, anch’io pubblicherò
ogni volta un proverbio, per riconsegnarlo alla vostra memoria, e, poiché la
trasmissione orale produce varianti di tipo fonetico, lessicale, sintattico e
ritmico, l’invito è anche quello ad inviarmi le vostre varianti.
Oggi vi propongo un proverbio molto noto, in diverse varianti e
con diversi metodi di trascrizione, sulla cui efficacia potrete esprimere
il vostro parere.
1. Discë u pappëlë a la noscë, dammë tempë ca të
spërtusë
2. Discë u pappëlë a la noscia, dammë tempë ca të
spërtusa
3. Disc’ lu papp’l’ a la fava, damm’ temp’ ca t’
spertùsa
4. Dicette ‘a stezza a lu pilacce, damme tiembe ca t’abbuche.
Prima
di commentare questo proverbio, vorrei formulare qualche ulteriore
breve considerazione generale sui proverbi, che
possiamo definire il succo della cultura arcaica ed il legame più stretto, e
vitale ancor oggi, con essa.
A mio parere, il proverbio non va considerato come un reperto di
archeologia linguistica o come una sorta di brandello non più riconducibile ad
un abito etnolinguistico completo ed organico, idoneo a significare uno status
socio - culturale specifico o addirittura a delineare i tratti di una intera
civiltà.
Basterebbe rileggere I Malavoglia di G. Verga, per capire
come attraverso i proverbi, più che attraverso le azioni, l’autore sia
riuscito a delineare con tanta precisione il profilo di quella arcaica società
siciliana.
Bene, come vi avevo anticipato, parleremo del proverbio
pubblicato la settimana scorsa, che riprendo in una delle sue varianti:
Discë u pappëlë a la noscia, dammë tempë ca të spërtusa.
Fare la traduzione delle diverse varianti potrebbe essere superfluo, tuttavia è bene
proporla soprattutto per chi avesse difficoltà di lettura dovute all’uso di segni grafici poco chiari
o non noti:
Dice il pappolo (piccolo insetto dal dorso ricoperto di
piccolissime scaglie nerastre, che si sviluppa nelle dispense, in particolare
nei sacchi di legumi secchi, di cui si nutre) alla noce “Dammi tempo che ti
perforo” (Colicigno)
Dice il pappolo alla fava: “Dammi tempo che ti perforo”(Triani)
Disse la goccia al fontanile: “Dammi tempo che ti bucherò” (Cantisani).
Il valore paremiaco (proverbiale) deriva al detto dal
parallelismo pappolo/goccia - persona tenace, noce/fava/fontanile -
perforo/bucherò - azione tenace e prolungata nel tempo, intesa al
superamento dell’ostacolo.
Tale parallelismo giustifica l’uso del proverbio in
particolare nelle occasioni nelle quali una persona metta in dubbio la capacità
di un’altra di superare un ostacolo; la persona le cui capacità sono state
messe in dubbio sottolinea, attraverso l’uso del proverbio, pronunciato
solitamente con il tono di sfida e la gestualità tipica di chi ostenta
sicurezza, la inopportunità dello scetticismo del suo interlocutore. Il tempo,
infatti, darà ragione del fatto che con la tenacia e la costanza si possono
superare anche difficoltà insormontabili, soprattutto quando si appare o si è
considerati impari all’impresa.
Si può ritenere, data la diversità di durezza dei materiali,
fava, noce, fontanile, che il proverbio sia utilizzato in relazione ad ostacoli
più o meno insormontabili, lo spessore temporale dell’azione, infatti, va dal
tempo breve in cui un insettino quasi microscopico può bucare una fava
(certamente secca), al tempo lungo, addirittura secolare, in cui una goccia può
scavare e bucare un fontanile di pietra.
Nelle tre varianti il proverbio richiama l’ambiente delle
attività domestiche, i sacchi in cui si conservavano i legumi e la frutta secca
e i fontanili presso cui si abbeveravano gli animali o si lavavano i
panni.
In particolare, la variante goccia/fontanile rimanda ad una
società collettiva, il cui centro era appunto costituito dalla fontana
pubblica, si potrebbe azzardare l’idea di una datazione più antica di questa
variante, le altre, infatti, possono richiamare un ambiente familiare più o
meno chiuso, considerando ad uso collettivo (grandi famiglie patriarcali -
solai, grandi sacchi) o individuale (ambiti familiari ristretti, dispense,
piccoli sacchi) la conservazione dei legumi o della frutta secca.
La presenza di varianti con riferimento ad alimenti diversi, la
fava e la noce, può richiamare la diversità degli ambienti d’uso dei
proverbi in questione, o in relazione al maggiore o minore valore attribuito all’alimento
citato o alla maggiore o minore produzione di esso.
Certo tutte le varianti parlano di una società abituata alle
difficoltà, in cui si confrontano due atteggiamenti mentali e comportamentali,
quello rinunciatario, passivo ed immobilista, quello tenace e convinto della
possibilità di dominare gli eventi, anche i più difficili.
Possiamo riconoscerci ancor oggi in questa dinamica?
Nota: ë suono vocalico debole in posizione finale o all’interno
della parola
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