Ri ~Vista

quadrimestrale

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giugno

2001

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Anno I

Testata RI~VISTA

Le  parole  del  tempo

Pensieri e Proverbi

a cura di Lorenza Colicigno

 

 

 
 

Che ciascuno di noi durante il giorno traduca nei termini sintetici ed universali del proverbio il proprio pensiero più profondo, è cosa abbastanza ovvia, una volta detta, ma certo abbastanza poco consapevole nel momento espressivo. Ma soprattutto poco consapevole è il fatto che l’espressione “sapienziale”, alla quale abbiamo affidato il nostro convincimento, la si è il più delle volte pronunciata nel proprio dialetto. 
E questo accade anche a chi giurerebbe su tutto di non conoscere e di non parlare alcun dialetto! 
Quanti di noi, dunque, possono dirsi consapevoli di appellarsi, anche più volte al giorno, al codice comportamentale (e linguistico) costituito dall’insieme dei proverbi radicati nella cultura locale arcaica?
E quanti di noi, ancora, si fermano un attimo, una volta pronunciato un proverbio, a ripensarlo nell’ottica della cultura scritta, che imporrebbe di fissarne in termini stabili la sostanza concettuale e la forma linguistica?
Dovremmo continuare a considerare la trasmissione scritta del dialetto vezzo esclusivo di quanti, pochi o molti che siano, ne sono cultori, esperti, amanti appassionati, o possiamo ritenere che questo passaggio della cultura arcaica dall’oralità alla scrittura possa diventare patrimonio diffuso e vederci quindi diffusamente impegnati a costruire un ampio repertorio dei proverbi e dei detti locali, sulla cui base costruire il dizionario e il vocabolario dei nostri dialetti?
Certo non mancano opere di questo tipo, meritorie ed importanti, sul nostro territorio, ma il loro limite, a mio parere, sta, non certo nella capacità di impegno individuale degli autori, che in genere possiedono le doti del ricercatore attento e appassionato, bensì in due ordini di motivi: la mancanza di un metodo di trascrizione omogeneo ed efficace per la trasmissione anche presso comunità di dialetti o lingue diverse; la limitatezza della fruizione, che riduce la possibilità che tali opere siano sentite come espressione  dello spirito di una comunità più vasta e che, quindi, producano un ritorno in termini di consapevolezza critico - interpretativa del proprio patrimonio sapienziale, come radicamento, da un lato, e come emancipazione, dall’altro.
Credo, infatti, che tale radicamento potrà essere tanto meno di tipo nostalgico e passivo, quanto più ci si aprirà alla considerazione e alla valorizzazione del contributo originale delle culture locali al patrimonio paremiaco (proverbiale, sapienziale)  e linguistico, nazionale  ed oltre.
Un aspetto delicato è quello che tiene dietro alla consapevolezza della opportunità della trascrizione dei proverbi e delle espressioni dialettali in genere e, quindi, alla volontà di  affrontare l’impresa di consegnare alla scrittura il proprio patrimonio orale, in quanto, per il necessario ed utile processo di italianizzazione delle lingue locali, è difficile richiamare a freddo alla memoria dizioni arcaiche, ma soprattutto è difficile sia restituirne, in una forma grafica il più possibile fedele, le sfumature fonetiche e ritmiche, sia renderle comprensibili ai lettori.
E’ questo l’aspetto più problematico della trasmissione scritta del dialetto, a meno che non ci si trovi in un ambiente accademico, in cui la codificazione del linguaggio orale è molto rigida e precisa, in quanto si avvale di grafemi specifici, di fatto “illeggibili” per il lettore comune.
Bene, per farla breve, il mio intento è quello di stimolare il parlante a scrivere il suo dialetto, per tentare di costruire una diffusa consapevolezza etnolinguistica; ma so bene che per ottenere questo risultato occorre divulgare un tipo di scrittura e di lettura di media difficoltà, che consenta a chiunque di sentirsi protagonista del  progetto complessivo.
Ed è per questa esigenza divulgativa e di confronto che ho scelto una rivista telematica per proporre ai miei lettori di diventare scrittori, a loro, infatti, rivolgo l’invito ad inviare alla redazione della Ri ~Vista
  i loro proverbi d’uso più o meno comune, con l’impegno da parte mia di pubblicarli in questa rubrica con l’indicazione dell’informatore e di farne, in seguito, un tassello della raccolta sapienziale che intendo pubblicare in una collana specifica.
Si tratterà di uno scambio, ovviamente, anch’io pubblicherò ogni volta un proverbio, per riconsegnarlo alla vostra memoria, e, poiché la trasmissione orale produce varianti di tipo fonetico, lessicale, sintattico e ritmico, l’invito è anche quello ad inviarmi le vostre varianti.
Oggi vi propongo un proverbio molto noto, in diverse varianti e con diversi metodi di trascrizione, sulla cui efficacia potrete  esprimere il vostro parere. 
1. Discë u pappëlë a la noscë, dammë tempë ca  të spërtusë 
2. Discë u pappëlë a la noscia, dammë tempë ca të spërtusa
3. Disc’ lu papp’l’ a la fava, damm’ temp’ ca t’ spertùsa 
4. Dicette ‘a stezza a lu pilacce, damme tiembe ca t’abbuche.


Prima di commentare questo proverbio, vorrei formulare qualche ulteriore
breve considerazione generale sui proverbi, che possiamo definire il succo della cultura arcaica ed il legame più stretto, e vitale ancor oggi, con essa.
A mio parere, il proverbio non va considerato come un reperto di archeologia linguistica o come una sorta di brandello non più riconducibile ad un abito etnolinguistico completo ed organico, idoneo a significare uno status socio - culturale specifico o addirittura a delineare i tratti di una intera civiltà.
Basterebbe rileggere  I Malavoglia di G. Verga, per capire come attraverso i proverbi, più che attraverso le azioni, l’autore sia riuscito a delineare con tanta precisione il profilo di quella arcaica società siciliana.
Bene, come vi avevo anticipato, parleremo del proverbio pubblicato la settimana scorsa, che riprendo in una delle sue varianti:
Discë u pappëlë a la noscia, dammë tempë ca të spërtusa.
Fare la traduzione delle diverse varianti potrebbe essere superfluo, tuttavia è bene proporla soprattutto per chi avesse difficoltà di lettura dovute all’uso di segni grafici poco chiari o non noti:
Dice il pappolo (piccolo insetto dal dorso ricoperto di piccolissime scaglie nerastre, che si sviluppa nelle dispense, in particolare nei sacchi di legumi secchi, di cui si nutre) alla noce “Dammi tempo che ti perforo” (Colicigno)
Dice il pappolo alla fava: “Dammi tempo che ti perforo”(Triani)
Disse la goccia al fontanile: “Dammi tempo che ti bucherò” (Cantisani).
Il valore paremiaco (proverbiale) deriva al detto dal parallelismo pappolo/goccia - persona tenace, noce/fava/fontanile - perforo/bucherò - azione tenace e  prolungata nel tempo, intesa al superamento dell’ostacolo. 
Tale parallelismo giustifica l’uso del proverbio in particolare nelle occasioni nelle quali una persona metta in dubbio la capacità di un’altra di superare un ostacolo; la persona le cui capacità sono state messe in dubbio sottolinea, attraverso l’uso del proverbio, pronunciato solitamente con il tono di sfida e la gestualità tipica di chi ostenta sicurezza, la inopportunità dello scetticismo del suo interlocutore. Il tempo, infatti, darà ragione del fatto che con la tenacia e la costanza si possono superare anche difficoltà insormontabili, soprattutto quando si appare o si è considerati impari all’impresa. 
Si può ritenere, data la diversità di durezza dei materiali, fava, noce, fontanile, che il proverbio sia utilizzato in relazione ad ostacoli più o meno insormontabili, lo spessore temporale dell’azione, infatti, va dal tempo breve in cui un insettino quasi microscopico può bucare una fava (certamente secca), al tempo lungo, addirittura secolare, in cui una goccia può scavare e bucare un fontanile di pietra.
Nelle tre varianti il proverbio richiama l’ambiente delle attività domestiche, i sacchi in cui si conservavano i legumi e la frutta secca e i fontanili presso cui si abbeveravano gli animali o si lavavano i panni. 
In particolare, la variante goccia/fontanile rimanda ad una società collettiva, il cui centro era appunto costituito dalla fontana pubblica, si potrebbe azzardare l’idea di una datazione più antica di questa variante, le altre, infatti, possono richiamare un ambiente familiare più o meno chiuso, considerando ad uso collettivo (grandi famiglie patriarcali - solai, grandi sacchi) o individuale (ambiti familiari ristretti, dispense, piccoli sacchi) la conservazione dei legumi o della frutta secca.
La presenza di varianti con riferimento ad alimenti diversi, la fava e la noce, può richiamare la diversità degli ambienti d’uso dei proverbi in questione, o in relazione al maggiore o minore valore attribuito all’alimento citato o alla maggiore o minore produzione di esso.
Certo tutte le varianti parlano di una società abituata alle difficoltà, in cui si confrontano due atteggiamenti mentali e comportamentali, quello rinunciatario, passivo ed immobilista, quello tenace e convinto della possibilità di dominare gli eventi, anche i più difficili.
Possiamo riconoscerci ancor oggi in questa dinamica?


Nota: ë suono vocalico debole in posizione finale o all’interno della parola

 
     

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