Ri ~Vista 

 

  quadrimestrale

novembre  2001   N° 1  Anno

Editoriale

di Antonella Cilento

 

Sul senso della scrittura

 
 

 

Dietro gentile richiesta di Lorenza, mi trovo a riflettere sulla seguente domanda: come ha cambiato il rapporto con la scrittura l'evento dell'undici settembre? Inizierò con il dire che la questione è stata posta in questi giorni su alcune grandi testate e a rispondere si sono trovati autori e autrici di diverse generazioni, dunque ognuno/a con una differente esperienza di scrittura e con una diversa idea di letteratura alle spalle(vedi ad esempio sul Corriere della Sera di questa settimana). Personalmente, registro, più ancora che il cambiamento della mia scrittura, un fenomeno verificatosi nei laboratori che conduco, in luoghi diversi e con diverse fasce d'età: molti miei allievi si sono quasi subito confrontati con l'urgenza di scrivere del fatto in sé, spesso narrando, com'è prevedibile, la storia di un parente o di un amico delle vittime e lo sconvolgimento della quotidianità che l'evento ha causato, l'improvvisa presenza del lutto in vite ordinarie o lo scansato pericolo, scansato, di solito, grazie ad ordinari impedimenti della vita di tutti i giorni, quindi, come si suol dire, per caso o per disegno divino e imperscrutabile. Alcuni testi emozionano in base all'onda d'urto del momento, altri emozionano adesso ma resteranno validi anche ad una lettura futura, hanno, cioè, uno spessore non occasionale. Ma qualunque sia la qualità del testo, molti provano a scrivere dell'accaduto. Succede anche che, frequentando tanti gruppi in località diverse anche se non lontanissime fra loro, si ponga il caso d'incontrare storie viventi e cioè persone che hanno avuto amici o parenti presenti alla catastrofe, scampati, come si diceva prima, per pura fortuna. 

Giovanni, ad esempio, a Torre del Greco racconta nel laboratorio che i suoi figli abitano e lavorano entrambi a New York e che quel pomeriggio lui non è in casa e non ha sentito la notizia. Al ritorno, la segreteria del telefono gli sforna il messaggio della figlia che dice più o meno così: "Papà, qualsiasi news senti, sappi che Mario e io stiamo bene". Giovanni, un po' stupito, accende la televisione e in seguito sente la moglie e scopre che il figlio maschio lavorava nel World Trade da gennaio e che i suoi uffici erano tra il 38° e il 39° piano della seconda torre. Riascolta quindi più e più volte il messaggio contenuto nella segreteria. Solo a sera tarda riesce a parlare con i figli e sa che il maschio era in metropolitana durante il primo impatto e che la security ha subito bloccato la fermata interessata impedendogli di scendere e quindi salvandolo, ma che anche tutti gli impiegati della sua azienda si sono salvati. Giovanni racconta quindi in laboratorio d'aver scritto una poesia in dialetto, che è la sua passione, pubblicata su un giornale locale in memoria di quest'evento rispetto al quale purtroppo non riesce a provare il prevedibile sollievo, pensando a quanti padri come lui non hanno ricevuto la stessa notizia. E così molte altre storie. Ma quel che mi colpisce nei racconti dei laboratori e nel modo in cui riceviamo le narrazioni dei fatti di cronaca, è il gap informativo: c'è un'assenza, fortissima, che mi fa riflettere sul fatto che scriviamo sempre e solo di ciò che sappiamo nominare. E possiamo piangere solo quel che è nominato. Mi spiego meglio. 

Sul televideo stamane, mentre scrivo, leggo la notizia che racconta di Richard Penny, newyorkese di colore che dopo 15 anni ha ritrovato suo padre, ma, disgraziatamente, morto sotto le torri. Era andato via di casa e non aveva più dato sue notizie; lavorava raccogliendo carta riciclata e non si è salvato dall'incendio. Penny ha ricevuto di suo padre una foto sbiadita, l'ultima busta paga e un libretto con 250 dollari sopra intestato a lui e a sua madre. E' una storia triste nella tristezza, sembra uscita da un racconto di Paul Auster, ma non è questo il punto. E' l'ennesima di tante storie che Manhattan sta raccontandoci da oltre un mese, ma noi le conosciamo, una ad una, perché il sistema d'informazioni della nostra società consente di ricostruire nomi e vite. Questo rende le storie nominabili e ci fa sembrare ancor più drammatico il dramma. Come in effetti è. Ma laddove noi non possiamo nominare, laddove mancano i nomi afgani, iraqueni, palestinesi, srilankesi, algerini, noi non possiamo raccontare, non possiamo ricordare dunque sembra più difficile anche piangere. Se qualcosa dovrebbe cambiare quell'11 settembre (e ne sarebbe l'unico portato positivo) dovrebbe essere non tanto nella nostra scrittura quanto nelle nostre letture. La scrittura riflette la società in cui viviamo, anche se in forme spesso non speculari, percorrendo canali non paralleli. Quanto leggiamo delle letterature non occidentali che pure i nostri editori traducono e pubblicano? Quanti di noi hanno letto Assja Djebar, Ben Okri, Nagib Mahafuz? Se alcuni anni fa un'amica non mi avesse tirato per la manica a fare laboratori con cittadini stranieri e non mi avesse detto: ma tu leggi i classici africani?, io oggi forse avrei letto solo qualche autore sudamericano, qualche giapponese ma non autori e autrici straordinari che abitano di fronte casa mia. Ai miei allievi sembra di poter scrivere di New York perché conoscono un po' di letteratura americana ma soprattutto perché conoscono nome e cognome di chi è morto negli aerei dirottati e nelle torri. Un po' di tutti noi era lì. E quel po' di tutti noi che abita il resto del globo? Spesso faccio scrivere a partire da una frase "Io sono Mohamed" e ripenso a quei profughi afgani che erano già in una vecchia canzone di Battiato che cantavo in vacanza da bambina. Ma anche se ho letto un po' di testi, ancora non so niente, ancora non ho i nomi per poter scrivere e dunque per poter piangere. Un difetto umano, un difetto che costerà carissimo non solo a chi scrive.

Novembre 2001                                                    Antonella Cilento

 

 
     

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