Ri ~Vista 

 

  quadrimestrale

novembre  2001   N° 1  Anno

Novecento ed oltre
Sonetti contemporanei

  Alessandro Cinquegrani  
  Il sonetto e l'immanenza inverosimile.  

 


Scrive il regista Peter Greenaway nel suo affascinante ed atipico libro Paura dei numeri che "fingere che i numeri non siano l'umile creazione dell'uomo, ma il difficile linguaggio dell'Universo, e che per questo motivo possiedano il segreto di tutte le cose, è confortante, terrificante e pieno di misterioso fascino". Allo stesso modo la metrica, che si basa sull'ordine numerico e geometrico delle sillabe e delle parole, può, magari per gioco o immaginifica finzione, rifarsi ad un senso profondo e restituire un valore che ci preesista e che affondi le sue radici in un humus antico, eterno, immanente. È già stato fatto da molti prima di noi, in molti hanno ricondotto lo stereotipo dell'endecasillabo o la struttura della versificazione in rima, ad esempio, alla pulsazione del cuore, il primo e forse l'unico ritmo che l'uomo per propria natura riconoscerebbe come inevitabile e involontario, preesistente ed eterno.
Pure, da quando questo ritmo esiste, un Signore lo domina, un'unica forma che replica una verità immanente, che la rende viva, presente, verosimile e vicina, da sempre: il sonetto, nato insieme alla lingua italiana, ed anzi, si direbbe, nato per adeguare la lingua italiana a quella atavica eufonia che ci sentiamo ripetere nel petto. Esso, di più, sarebbe un'entità che lega la minuscola quotidianità dell'uomo, alla sua radice più profonda, alla Verità che nasconde nel proprio inconscio. Con inusitata iconodulia, potrebbe dirsi, poi, che esso vale la barba canuta e l'identità multiforme di Dio. Così si esprime Gesualdo Bufalino in Cere perse: "La metrica: sistema di travi antisismiche nel maremoto dell'inespresso, sezione aurea dell'infinito; la rima: verbo di Dio che verifica e cataloga il caos, tavola salvagente per nuotare sul diluvio". 
Il ritmo, la rima, la metrica non sono che mezzi per ricercare una regola antica, un ordine, un comandamento che valga al di là della spicciola contingenza, e si faccia primordiale e infallibile, ovvero sostanzialmente rappresenti "il verbo di Dio". Come tale, esso ha trovato immediatamente la sua forma più naturale per esprimersi, o meglio esso, che aveva già una sua forma, presto si è rivelato ai parlanti nel suo codice più immediato, nella sua realizzazione più ovvia e verosimile, il sonetto. Nato con la lingua italiana, almeno come Dio è nato col tempo e non nel tempo, il sonetto sembra essere l'unico vero Signore della lingua, l'unica figura base di una metrica, per così dire, monoteista e fedele, per i lunghi secoli in cui anche la società mostrava di essere profondamente fedele e rigorosamente monoteista. 
Lungi dal mostrare crepe al proprio dominio, il sonetto è stato l'unico e incontrastato dominatore della metrica, e di più la metrica è stata l'unica forma plausibile per la poesia, per lunghissimi secoli, gli stessi, diciamo grosso modo dal XIII al XIX, che hanno trovato nel Cristianesimo la verità più salda da perseguire. Come la metrica è stata l'unico "linguaggio dell'Universo", così Dio ne è stato l'unica sua icona per lunghissimi secoli. Poi è stata la crepa, lo spacco, la fine.
Dopo lenta agonia durata forse un paio di decenni, la metrica trovò il suo eterno riposo nel 1897, abbattuta e uccisa soltanto da un colpo di dadi infertole dalla mano sapiente di Stéphane Mallarmé. Era la dimostrazione lampante della pericolosa deriva cui avrebbe condotto l'abbandono della metrica rassicurante e salvifica, tanto che diversi altri autori (si pensi su tutti a Valéry) tornarono alla rima dispersa in troppi sperimentalismi, ma ciononostante questo testo rappresentò un colpo micidiale alle certezze metafisiche delle strutture metriche, il punto di arrivo di un cammino eretico che si era sviluppato sempre più dai bassifondi della letteratura fino ai suoi esiti più alti. Del resto, esattamente 15 anni prima, nel 1882 Friedrich Nietzsche nella sua Gaia scienza pronunciò la sentenza: "Dio è morto".
Con molta approssimazione, si potrebbe dire che nell'idea metafisica del tedesco questa frase equivale proprio a sostenere la fine di un sistema di regole che prescinda la volontà dell'uomo, che venga dall'alto, che non sia "l'umile creazione" degli uomini, ma qualcosa di più grande, forte, preesistente, immanente. Di qui la volontà di potenza dell'uomo, pronto ad assurgersi a incontrastato padrone del proprio sistema morale e giudice della propria condotta. Non più un sistema precostituito, ovvero Dio, ma un ordine autodeterminato dall'uomo stesso. Così d'ora in poi sarà la metrica: non più una legge imposta da un luogo lontanissimo e preesistente all'uomo, come forse è il verso, la rima, il sonetto, ma una totale libertà di ritrovare in se stessi le regole che determinano l'andamento del ritmo. L'uomo autodetermina la propria legge, morale o metrica che sia.
Ecco, la morte di Dio e del sonetto, e la loro agonia e la loro fine contemporanee. Ma, invero, così come Dio, la metrica ha in parte resistito a questo scossone, ha conosciuto altri fedeli decisi fino al martirio. Ora, però, scavare le ragioni morali che portano un uomo allo scandaglio della sua religiosità più autentica, alla verifica spesso inconsapevole, istintiva, dei concetti di Verità, di libero arbitrio, di immanenza è difficile, pericoloso, forse inopportuno. Eppure ci sono casi in cui il valore epifanico di un'opera costringe alla riflessione e impone una più indiscreta indagine: è così, mi pare, per l'Ipersonetto zanzottiano.
Senza costruire troppo rigidi paletti che costringano la scaturigine spontanea di una poesia che conserva una matrice romantica, è facile notare nei singoli sonetti, come questa forma sembri imprigionare la libertà del poeta che invece tenderebbe ad imporsi sulla sua rigidità, a divincolarsi dalla sua legge, frangendo il verso con vertiginosi enjambement, o la rima che si fa a volte ipermetra o imperfetta, quasi che l'uomo, il singolo, il poeta voglia divincolarsi dalla mano di Dio che lo tiene, lo domina e lo incatena. Eppure un'altra legge più forte sovrasta l'autorità di Dio, un'entità che regola e imprigiona anche Lui: il sonetto deve sottostare ad un più ampio sistema di rispondenze ritmiche, quasi una forza superiore che ne determini le caratteristiche. Chi è questa forza così grande, più forte di Dio e degli uomini? Chi si cela dietro la forma più grande dell'ipersonetto? Forse, conoscendo l'idea di Zanzotto, le priorità che riconoscono la sua persona e la sua metafisica, si può affermare con certezza che questa forza sia il paesaggio, la natura, secondo una sorta di panteismo romantico che condiziona da sempre il pensiero del solighese da Dietro il paesaggio in poi. 
Non so se questo complesso impianto metafisico filtri consapevolmente dall'idea escatologica del poeta alla forma dei suoi versi, oppure inconsciamente un sentimento metafisico abbia trovato espressione, ma questo è l'annoso problema di chi si ostina a fare critica, traducendo in miriadi di parole razionali le illuminazioni di un momento. E a chi legge, interpreta, critica, resterà sempre quel dubbio che lo stesso Bufalino ha sottolineato in quell'articolo di Cere perse: "se non erano esercizi di tecnica ma esercizi in qualche modo spirituali i sonetti di Zanzotto, l'altr'anno, nella raccolta Il galateo in bosco...".
Fingere... abbiamo aperto con questa parola che da sola farebbe crollare il piccolo edificio che abbiamo costruito, e certo potrebbe essere una finzione, una bugia che il verso, il sonetto, la rima riprendano una verità antica, che ci preesista, ed io stesso stentavo a crederci… Poi ho visto il deserto una notte, ho sentito la nota che ripeteva da lontano scosso dal vento, sempre identica, ripetitiva, eterna, spaventosa. Immanente...

 

   
     

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