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Per chi, come me, frequenta le spiagge della costa campana del Tirreno ed ha l'abitudine di cercare di sottrarre al gioco delle onde piccole pietruzze dalle forme strane o dai colori imprevedibili, è facile imbattersi in frammenti di terracotta colorata, in particolare nei toni del verde e dell'azzurro. Mi è sempre capitato di immaginare di case ristrutturate all'infinito e di terrazze che con i loro colori sembrano quasi anticipare quelli del mare su cui si affacciano. Non nascondo che nell'ozio dei pomeriggi d'agosto sulla spiaggia, mi sono inventata scene di vita delle case di villeggiatura, nel tentativo di capire perché qualcuno avesse potuto avere l'idea di liberarsi di quei pezzetti di terracotta color cielo o mare, cui poi il mare stesso aveva offerto pietoso asilo.
Ma la mia immaginazione di villeggiante non era mai andata oltre. Ora, dopo la lettura de L'Isola di Terracotta, di Domenico Notari, il percorso della mia immaginazione non potrà non spingersi oltre, a partire dalla casa della creta e dal pallìttolo per risalire fino al sentimento all'emozione che l'ha trasformato in una riggìola o in un realcapone dai colori fantasmagorici o delicati, dalle figure realistiche o inusitate.
L'Isola di Terracotta è, infatti, un romanzo di formazione ed insieme l'epopea di un popolo di ceramisti, chiavi di lettura queste opportunamente suggerite dalla quarta di copertina.
Trascrivo l'incipit: I turchesi, i blu marini, i verdi profondi sembravano accendersi, quando il luccichio del mare riflesso sul soffitto della stanza li sommergeva con piccole onde di luce.
Serragli di animali esotici, processioni, vie crucis, in quell'angolo i capolavori di Michele Procida, allineati come un esercito sugli scaffali della sua bottega a Vietri sul mare. Erano il frutto di settant'anni di lavoro ostinato, da quando aveva cominciato ragazzo, nella fabbrica del padre e prima ancora del nonno. Era il 1916.
La storia di Michele Procida, il protagonista, pur in un mondo corale e solidale, si sviluppa dentro un universo di colori e di figure che forza i confini tra cielo, mare e terra: pesci, asinelli e uccelli, alghe, rose e nuvole, velieri e carretti, pescatori, contadini e ceramisti, così come gli amori e le passioni, gli odi e le rivalità dei singoli e dei popoli, la pace e la guerra, la vita e la morte, che irrompono dalla quotidianità come dai grandi drammi della storia, si trasfigurano nelle variazioni cromatiche, nelle scelte stilistiche, nella ricerca sempre sofferta di nuove forme espressive dei maestri ceramisti.
Ciò che mi sembra veramente interessante di questo romanzo è la costante fusione di due mondi: quello fuori della faenzera e quello dentro la faenzera, il mondo reale, in cui si muovono uomini e donne dai destini umilmente eroici e dolorosi, e il mondo della terracotta, che conosce il grigiore della creta e l'esaltazione della creazione, questi due mondi, dunque, si scambiano continuamente la loro identità.
Impostazione narrativa ben resa, per altro, dal titolo del romanzo. Resta da dire del pregio della essenzialità della narrazione e della pregnanza del lessico (per altro rafforzata dall'uso frequente dei termini tecnici dell'arte ceramica vietrese), che appaiono subito essere gli elementi specifici della prosa di Domenico Notari.
Utile il Piccolo dizionario dei termini ceramici; esso ci richiama alla storia concreta di una civiltà, che ha conosciuto crisi e rinascite ed ha affidato al linguaggio la sua identità artigiana (nel senso più alto del termine), fedele alla tradizione e insieme aperta alla ricerca.
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