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È forse il colore la linea sottile che unisce come un filo visibile le poesie di questo libro di Anna Maria Basso? E se è così, allora cosa è il colore per la poetessa potentina?
Può essere amore per uno dei cinque sensi, quello che apre le finestre dell'anima al mondo e lo cattura e non vorrebbe lasciarlo.
Può essere amore per la terra e il mare e il cielo.
Può essere una forma di ripiegamento interiore, in cui il nome del colore cela altro.
Può essere un simbolo.
Naturalmente nella poesia della Basso vi è ben altro, di cui parlerò, ma il mio occhio ha colto (o forse ha cercato) l'avorio e il rosa e il madreperla e l'azzurro che diventa verbo, in un'invenzione linguistica squisita (non altro spera/ che una traccia/ s'azzurri sopra il mare). Invenzioni di questo tipo sono frequenti nel libro, ed è un gioco piacevole andare a scoprirle, e sottolinearle,e farle proprie.
E l'orgia di ocra e porpora e azzurre turchesi conchiglie di topazi e smeraldo e perlati avori e cirri rosa amaranto e un giallo solare che scoppia … è alla luce che la poetessa aspira (e noi con lei), la luce che è la summa di tutti i colori (un bisogno ci resta/ interminabile/ di luce).
Ora, tutta queste presenze cromatiche, questi giochi verbali come gioiamarezza è vivere di violazzurro mentre le cromie di cose vicine si scolorano, mi fanno pensare a una persona radiosa (e Anna Maria lo è), mi fanno immergere nel mare Mediterraneo e mi fanno sentire odori che la poesia non può che sublimare; mi fanno pensare all'importanza che i poeti e gli artisti Greci davano alla luce, e quindi vedo nel libro un ponte ideale verso la culla della nostra poesia; però questi cromatismi falsano il giudizio sul libro, che è tutt'altro che allegro e consolatorio. Il bisogno di luce (simbolo dei simboli) è sintomatico di una condizione umana - non solo individuale, è chiaro - poco felice, di chi vive solo attimi, attese, delusioni. Sintomatica la poesia Risveglio, il cui finale è un inno triste e sconsolato all'indifferenza. E molte delle poesie del libro hanno nei versi conclusivi la loro risoluzione spesso amara (fiore mai reciso dell'indifferenza, è il canto dell'anima/ l'assolo più teso, l'autunno … muto sfoglia nostalgie, profili/ d'orizzonti bruciati ecc.).
Così come molte liriche, e potrei dire tutto il libro, usano il paesaggio, sono nel paesaggio, ne fanno parte integrante, e il lettore le vede chiaramente, come oggetti immersi in colori e suoni e odori e fluire di onde.
L'autobiografismo, che non può non esserci in un'opera poetica di questo tipo, è stemperato in pochi ritratti interiori, in alcuni luoghi dell'anima e del mondo, quasi mai menzionati; e il libro è percorso, silenziosamente, non solo dalla poetessa. Non ci vive solo lei, in queste poesie. C'è qualcun altro. Un uomo, non sappiamo; un essere umano, comunque, che non sappiamo se è miracolo o illusione, è il tu a cui si rivolge spesso l'autrice; è una presenza che il lettore sente spesso simbolica (è il lettore stesso, no?) e a volte sente reale in questo libro pieno di immagini aeree e liquide, e in cui la meditazione sulla condizione umana non è prepotente, ma è sottilmente presente.
Il linguaggio della Basso trova echi e agganci nella più recente poesia italiana (come non scorgere la lezione di Montale nell'icasticità di alcuni versi come smaglia l'anima slarga gli orditi e in altri luoghi del libro?), e li elabora in modo personale e proiettato al futuro.
Strano, ma vero, nonché raro nei poeti regionali: pochissimi accenni alla propria città o regione. Nessuna Lucania mia, finalmente! Sì, l'odore buono del pane c'è, ma poco. Sì, uomini sotto il lampione, ma pochi. Il che porta quindi questa poesia di Anna Maria Basso oltre il regionalismo, verso una visione universale della poesia, che è in genere il marchio di riconoscimento del Poeta.
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