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Se guardiamo alla letteratura occidentale, ci troviamo di fronte fin dalle origini a caratteri femminili piuttosto ben definiti: è superfluo il riferimento alla biblica Eva o alla classica Pandora. In confronto al modello dunque già Penelope, nell'Odissea omerica, rappresenta un perfetto antimodello rispetto a personaggi come Elena o Andromaca. Degna compagna di Ulisse, Penelope ha una personalità a tutto tondo e usa arguzia e intelligenza per evitare lo stuolo di pretendenti che le invadono la casa. Quale altra donna avrebbe resistito venti anni a tali e tante lusinghe? Inoltre, anche con il suo compagno si mostra diffidente: gli si concede solo dopo che egli le ha svelato il segreto del loro letto nuziale. Insomma, una donna lucida e razionale, che non si lascia mai trascinare dalla passione. Ed è questo che fa di Penelope una sorta di eccezione nel panorama dei personaggi femminili della letteratura di ogni tempo: la sua razionalità contrapposta alla normale passionalità delle donne.
Le donne non ragionano (oppure se lo fanno è per interesse) e si fanno trascinare dalla passione.
Nella tragedia greca i personaggi femminili assumono tonalità topiche: vittime o colpevoli, senza appello, viene approfondito il loro travaglio psicologico, il pathos, la loro passionalità. In Euripide, in particolare, le donne protagoniste vengono presentate nelle loro più intime contraddizioni. Ma è una letteratura maschile - e per qualche verso misogina - perché sempre vista attraverso l'ottica maschile: la donna è quello che non è l'uomo, sentimento e non ragione; furbizia e non intelligenza; infedeltà e non lealtà. Si pensi a Medea, alle sue parole: qualunque cosa abbia detto lei, la maga, la barbara, l'assassina dei figli, non può essere presa sul serio, non può rappresentare un modello di
riferimanto. Nel celebre monologo di Medea è riassunto il destino delle donne: "Di quanti esseri al mondo hanno anima e mente, noi donne siamo le creature più infelici. Dobbiamo anzitutto, con dispendio di denaro, comperarci il marito e dare un padrone alla nostra persona; e questo è dei due mali il peggiore. E poi c'è il gravissimo rischio: sarà buono colui o non lo sarà? Separarsi dal marito è scandalo per la donna, ripudiarlo non può. E ancora: una donna che venga a ritrovarsi fra nuove leggi e usi e costumi, ha da essere indovina se non riesce a capire da sé quale sia il miglior modo di comportarsi col suo compagno. Se ci riesce e le cose vanno bene e lo sposo di vivere insieme con la sua sposa è contento, allora è una vita invidiabile; se no, è meglio morire. Quando poi l'uomo di stare con i suoi di casa sente noia, allora va fuori e le noie se le fa passare; ma noi donne a quella sola persona dobbiamo guardare. Dicono anche che noi donne vivendo in casa viviamo senza pericoli e l'uomo ha i pericoli della guerra. Ragionamento insensato. Vorrei tre volte trovarmi nella battaglia anziché partorire una sola".
Se pure si guarda ai rarissimi esempi di scrittura al femminile dell'antichità, il modello di riferimento è sempre l'universo maschile, al punto che il mondo contemporaneo dice di Saffo che fosse "lesbica", cioè provasse anche sul piano sentimentale passioni maschili. Del resto l'amore cantato dalla poetessa di Lesbo ha tutte le caratteristiche psicologiche dell'amore cantato dai poeti maschi: lo stesso sguardo nei confronti delle donne è influenzato da una visione piuttosto misogina. Ad esempio, di una delle fanciulle del collegio, che ha ormai superato l'età da marito (e quindi è rimasta praticamente zitella) Saffo, inaugurando una scrittura femminile misogina ancora di più di quella maschile, dice
Quale dolce mela che su alto
ramo rosseggia, alta sul più
alto; la dimenticarono i coglitori;
no, non fu dimenticata: invano
tentarono di raggiungerla…
Del resto la tradizione letteraria ci presenta una Saffo vittima dell'amore, ma non al modo tipico delle donne: tant'è vero che lo stesso Leopardi si immedesimò in lei.
È inutile menzionare tutte le donne della letteratura - personaggi di solito, più che scrittrici: difficilmente se ne troverà qualcuna che abbia caratteristiche diverse da quelle a cui la tradizione ci ha abituati. Prendiamo a esempio le donne di
Boccaccio: sono furbe, linguacciute, ingannatrici, infedeli oppure al contrario sono modelli di virtù e sacrificio come la Griselda della novella che chiude il
Decameron. Insomma, non ci sono mezze misure. Le donne o amano come Francesca o amano come Beatrice: o dannazione eterna o via di salvezza.
Eppure la letteratura del Novecento ha portato alla ribalta altre figure femminili, ci ha abituati ad altri linguaggi. E non solo perché irrompe nella letteratura del Novecento (come sostiene Marina
Zancan), la scrittura al femminile. Prendiamo la protagonista di Foto di gruppo con signora di Heinrich
Böll, un libro decisamente scandaloso per l'universo femminile che si rappresenta con apparente freddezza. La protagonista non è solo una donna qualunque, ma per certi aspetti è un'emarginata, che ha scelto di vivere con gli ultimi, che nella società tedesca tra la seconda guerra mondiale e il dopoguerra, "rifiuta il rendimento", così come suo figlio (che finisce per fare lo spazzino), in un'apparente passiva casualità, ma nello sforzo di una volontà dominata dal senso del corpo, una materialità così pregnante da essere per la suora che l'ha educato motivo di santità.
Le protagoniste dei romanzi del Novecento vivono nella storia, non attraversandola, ma immergendosi dentro fino al collo senza apparenti contraddizioni e senza sentirsi eroine. Ancora in Verga le popolane hanno la statura tragica della Didone di virgiliana memoria: non così l'Ida Ramundo della Storia (Elsa Morante), personaggio tragico quanti altri mai, eppure di una semplicità ed essenzialità quasi banale.
Non si è mai riflettuto abbastanza sull'originale contributo alle donne di tutti i giorni in un romanzo ambientato nella Melfi della fine della guerra: la Nonna Sabella di Pasquale Festa-Campanile è infatti una donna molto speciale. Nel romanzo si riassumono molte linee di tendenza della narrativa italiana del secondo Novecento. Scegliere di raccontare la storia italiana tra il 1860 e il 1944 dall'angolazione di una donna e poi dalla visuale di un paese del Mezzogiorno, offre all'autore la possibilità di personalizzare gli eventi e di fornirne un'interpretazione originale. (Esigenza peraltro che doveva diventare una costante negli anni Cinquanta, quando fu pubblicato postumo Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, dove pure si sceglie l'angolazione personale per raccontare la Storia.) Ma il contributo più originale dello scrittore è nello straordinario ritratto della nonna
Sabella, assai più realistico di quello che si possa pensare così a prima vista. Una donna reale, capace di vivere fino in fondo le vicende della storia, capace di passare con disinvoltura solo apparente attraverso eventi piccoli e grandi, capace di entrare in simbiosi con tutte le creature dell'universo e così offrire una risposta ai più complessi enigmi della vita e dell'umanità.
Sarà che le donne di Melfi sono davvero speciali, come lo era la nonna
Sabella, ma anche in questi racconti di Filomena Guidi, scrittrice esordiente della cittadina lucana, l'ottica da cui si parte è quella di un realistico universo femminile, che si allarga a una riflessione sull'esistenza. Per ciascuna delle donne che narrano la loro storia, il piccolo frammento da cui prende avvio il racconto ha il valore di una vita intera. C'è, ovviamente, la descrizione dell'universo femminile, ma nell'ottica più allargata dell'umanità: in alcuni di questi racconti si sente il peso del destino, il valore del silenzio, la virtù delle piccole cose. Non c'è mai il riferimento specifico a un luogo: ma, ovviamente, nessuno di questi racconti avrebbe senso fuori da Melfi o dalla Basilicata, una regione però assai diversa da quella cui i canoni letterari ci hanno abituati. In una sorta di canocchiale rovesciato, Filomena Guidi riesce a ribaltare i più elementari luoghi comuni, quelli sulle donne e quelli sul Mezzogiorno, rendendoli proficui e capaci di generare intense emozioni.
Partita da una serie di interviste che dovevano illustrare una galleria di ritratti fotografici - ne è testimonianza il racconto che fa da premessa al libro - la Guidi percorre un cammino antropologico, di ricerca interiore ed esteriore. Nessuna delle donne protagoniste di Arcangela e altre storie sarebbe possibile fuori dal Sud, ma ciò non sminuisce il valore di questi frammenti di vita, anzi lo accresce, perché presenta a tutti noi dei modelli di riferimento, dei valori che il nostro mondo occidentale sembrava aver dimenticato. Sono i valori di un microcosmo nel villagio globale dei Mac
Donald's. Sono i valori delle donne: la maternità, la solidarietà, l'amore, la famiglia, l'amicizia, anche le piccole vanità.
Arcangela e le altre donne di queste storie spiegano la loro esistenza attraverso un particolare a prima vista irrilevante (una vasca da bagno, un paio di scarpe, un cappotto); un episodio lontano nel tempo (una paura infantile, il desiderio di una festa, una promessa); un incontro carico di presagi (un padre padrone, un marito affettuoso, un amico speciale). Ma non sono episodi qualsiasi: sono lo stralcio di intere esistenze irripetibili e uniche giacché ogni racconto è la sintesi di una vita intera.
Novembre
2001
Maria Teresa Imbriani
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