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La vista spazia su monti e valli improvvise, insegue il percorso delle fiumare, dilaga in altopiani punteggiati della presenza dell'uomo.
Sono i villaggi di pietra aggrappati alle creste o gli agglomerati che non oseresti definire città.
Un paesaggio che non conosce asprezze dolorose di dirupi e di vette, che non è più collina e non è ancora montagna.
L'Irpinia della Cirillo è sorvolata in un volo basso, planante. Lento quanto basta a contemplare la faccia verdeggiante del Sacro Monte, il bianco dei paesi presepe, le moderne brutture della civiltà.
La Cirillo, come tutti noi che invidiamo il mare, ama e rinnega questa terra. Le si avvicina, regolando affettuosa lo zoom della memoria; se ne allontana, sentendone il peso.
Dopo averla segnata palmo a palmo alla ricerca, alla conferma delle radici, ritorna ad esplorarla perché sa che dietro l'angolo possono farsi ancora scoperte.
E' un libro di viaggi, attraversato da un respiro di "grand tour" rurale, che ti accompagna come "una pianta dei luoghi in scala uno a uno"
(dalla presentazione di Erri De Luca).
È un faticoso itinerario di saliscendi che ti sfianca il cuore come a una vecchia corriera che arranca nei tornanti alle porte del paese.
Il pane e l'argilla hanno uguale consistenza: lievitarono nel medesimo duttile impasto della creazione. Finché un giorno esplosero in crepe profonde e la terra, devastata dalla febbre, tremò a lungo.
L'Irpinia conobbe allora distruzione e morte e ne ebbe una ferita che stenta a richiudersi.
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