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Leonida Leoni,Leo per mamma e papà,figlio di una nota cantante e di un noto calciatore fugge di casa eludendo la sorveglianza della governante,Aurora e dei nonni. Lascia una villa comoda e immersa nel verde per affrontare una Milano notturna e avvolta di magia . A rendere vagamente misterioso il racconto, una piccola banda di rapitori fiancheggiata da Aurora.La banda,alla quale il piccolo protagonista sfugge prontamente, appare all'inizio e in chiusura del racconto,giusto in tempo per finire in manette e portare il lieto fine.
La gioia di Leo è l'ultimo romanzo di Raffaele Crovi,cento pagine edite da Marsilio e dirette al fanciullo che è dentro di noi ma anche a un pubblico di ragazzi. L'indizio di un diretto riferimento al Marcovaldo di Calvino e a Erica e i suoi fratelli di Vittorini quale ci viene suggerito dalla bandella di copertina è solo una pista per entrare in questa foresta di palazzi, di strade asfaltate e di giardini pubblici attraverso la quale si snoda il percorso di Leo,un ragazzino che aiuta l'autore a costruire una storia dolcissima sul filo del realismo magico. Continua così il viaggio del Crovi attraverso una Milano interiore e trasognata,quella città che ha ospitato la maggior parte dei suoi romanzi,da Carnevale a Milano a Ladro di Ferragosto fino all'Indagine di via Rapallo.
Ma qui non è Milano il soggetto del racconto,una città che pure è onnipresente attraverso creature di margine,cani,gatti,gente da circo,poveracci,anziani.Il soggetto è un tema guida nella scrittura di Crovi,uno di quei temi che fungono un po' da elementi centrali nella stessa linea dei narratori lombardi: il linguaggio,la trasformazione del mondo e delle cose in vocabolario,la conoscenza del mondo attraverso la sua introiezione nell'interiorità soggettiva, secondo la linea di Wittgenstein e il possesso delle cose attraverso la loro trasformazione in parole.La foresta della vita esplorata attraverso la razionalizzazione linguistica.Proprio in un momento in cui il giornalese uccide il linguaggio riducendolo a una manciata di vocaboli a un vocabolario di sussistenza e si rende necessaria una rivoluzione,un allargamento dell'area linguistica che solo narrativa, poesia e filosofia possono concederci.
Avevamo colto già da tempo comunque questa propensione del Crovi,nella piccola rubrica dedicata alle parole nella rivista "Il Belpaese" e poi nei romanzi Le parole del padre,parole essenziali che suonavano come decalogo di formazione e quindi ne La parola ai figli che alludeva alla libertà e allo spazio che le generazioni concedono a quelle più giovani e infine nel breviario di scrittura creativa Parole incrociate. Le parole al centro di tutto e poi la loro storia,la loro funzione,il loro destino.
Ancora l'apprendimento delle parole, la loro importanza per il dialogo,per il rapporto con gli altri e col mondo troviamo in questo romanzo delizioso e trasognato dove la realtà metropolitana viene trasfigurata per diventare luogo del sogno. Una road novel, se mi si consente di mutuare dal linguaggio del cinema,una storia che si sviluppa lungo le vie di Milano, quella di Leo che fuggendo di casa incontra e comprende il significato di una serie di situazioni e dunque di parole:la simulazione, il divieto di accesso,la paura,la tangenziale,la stazione e così via,fino alla gioia,punto di arrivo di questa complicata strada di formazione e di comprensione che è appunto La strada delle parole. Viaggio esistenziale e contemporaneamente filastrocca inventata dal piccolo Leo nel giorno del suo ritorno a scuola. Ma anche messaggio,succo di un apologo illuminante, di una favola scritta con leggerezza e felicità inventiva.
"Le parole che escono/dalla bocca/sono morbide/come la pelle/di albicocca./Le parole scritte/sui muri/sono traguardi/sicuri/Le parole/del vocabolario/fanno arrivare/sempre in orario./Le parole danno/gusto all'avventura/e ne tracciano/la via./La strada/delle parole/porta verso/la compagnia"
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