| |
Un filo sottile lega Saffo, Isabella
Morra, Emily Dickinson: il vento.
Una condizione reale e interiore le accomuna: la solitudine.
Le scrittrici hanno affidato ad un elemento tanto leggero, quanto
potente, l'espressione di un desiderio che le scuote dal profondo,
ma non le annulla, anzi rafforza in loro ancora di più, se
possibile, la consapevolezza della loro identità di donne sole.
Senza scampo.
La solitudine è l'effetto di una scelta di vita, per la Dickinson,
o l'effetto di un abbandono, da parte del padre, nel caso di
Isabella Morra, da parte di una ragazza del tiaso, nel caso di
Saffo.
Il vento è violento.
Nel testo di Saffo domina la potenza che scuote, Eros, come il
vento, dunque, bestia indomabile, travolge il corpo, che freme
come le fronde delle querce. Poi non resta che il letto solitario,
né la Luna e le Pleiadi, amiche luminose nella notte, acquietano
l'anima.
Il vento è veloce.
Nel sonetto di Isabella il vento pare essere elemento marginale,
ma così non è. Esso rappresenta la velocità che avvicina, che
può annullare il tempo e lo spazio che la separano dal padre. La
posizione metrica della parola vento, conclusiva dell'ultimo verso
della prima terzina, anch'essa concettualmente conclusiva,
convince del ruolo essenziale di quest'elemento naturale, unico
potenziale risolutore del dramma della giovane. Dopo, solo il
dominio del denigrato sito, la prigione del corpo e dell'anima.
Il vento è invadente.
Nella poesia di Emily il vento, uomo stanco, pervade ogni spazio:
ogni angolo della casa ne subisce l'intrusione, che genera voci e
così sconfigge il silenzio. Ma l'ospite veloce, uomo timido, in
un attimo svuota di sé ogni angolo della casa, come ogni angolo
dell'anima. E non resta altro che il silenzio, unico linguaggio
della stanza solitaria.
I tre testi mostrano modi del tutto personali e originali di
rappresentare la forza e la funzione del vento, ma ciò che li
lega intimamente è la tragica prigionia della solitudine.
|
|