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Did I request
thee, Maker, from my clay
To
mould Me man? Did I solicit thee
From
darkness to promote me?
Paradise
Lost X. 743-5
[
Ti ho chiesto io, Creatore,
dal fango
Di
farmi uomo? Ti ho chiesto io
Di
trarmi dal buio?]
(J.
Milton, Il Paradiso perduto, X. vv.743-5)
Nel
1818, anno in cui Mary Shelley pubblicò il suo romanzo intitolato
Frankenstein or the Modern Prometheus, pochi avrebbero pensato si
trattasse della nascita di un nuovo 'mito' destinato a durare nel
tempo. Ciò che sembrò allora uno strano miscuglio di elementi
gotici e di fantascienza è oggi un classico grandemente
apprezzato. Ma cos'è che attira così tanto anche il lettore
moderno? Il valore reale dell'opera va ben al di là
del racconto che vi troviamo. Quali sono i confini del
potere dell'uomo nel campo della creazione? Questo il tema
portante che pervade tutto il romanzo e affascina l'uomo del XXI
secolo che si affanna sulla scena del mondo ad eguagliare Dio
fabbricando la vita in laboratorio; proprio come Victor Frankenstein fa, dando nascita ad una creatura
misteriosa. Frankenstein non è
semplicemente la terrificante storia di un mostro. Si fosse
trattato di un essere brutale che prova gusto a seminare terrore
non sarebbe sopravvissuto così a lungo; non è un 'tipo' che
incarna semplicemente il male. La storia è ben più sottile, è
il dramma di un figlio non riconosciuto dal padre, il dramma di
una paternità rifiutata che scatena odio e vendetta.
"Cursed
be the day, abhorred devil, in which you first saw light! Cursed…be
the hands that formed you"
(from
Frankenstein, chapter. X)
["Maledetto
il giorno, aborrito demonio, in cui tu per la prima volta vedesti
la luce! Maledette le
mani…che ti hanno dato forma !"]
(
da Frankenstein, capitolo X )
Victor
Frankenstein, è un brillante scienziato ossessionato dall'idea di
poter ottenere il controllo della vita e della morte rifiutando i
limiti della scienza del tempo. Conduce le sue ricerche da solo
finché non riesce a
dar vita ad una creatura ottenuta dall'unione di membra di cadaveri scelti con grande cura.
"It
was on a dreary night of November, that I beheld the
accomplishment of my toils. With an anxiety that almost amounted
to agony, I collected the instruments of life around me, that I
might infuse a spark of being into the lifeless thing that lay at
my feet. It was already one in the morning; the rain pattered
dismally against the panes and my candle was nearly burnt out,
when, by the glimmer of the half-extinguished light, I saw the
dull yellow eye of the creature open; it breathed hard, and a
convulsive motion agitated its limbs."
(from
Frankenstein, chapter V)
["Fu
in una tetra notte di novembre che vidi il compimento delle mie
fatiche.
Con
un'ansia simile all'angoscia radunai gli strumenti con i quali
avrei trasmesso la scintilla della vita alla cosa inanimata che
giaceva ai miei piedi. Era già l'una del mattino; la pioggia
batteva lugubre contro i vetri, la candela era quasi consumata
quando, tra i bagliori della luce morente, la mia creatura aprì
gli occhi, opachi e giallastri, trasse un respiro faticoso e un
moto convulso ne agitò le membra."]
(da
Frankenstein, capitolo V)
Ma
il risultato finale disattende le sue aspettative ed egli stesso
prova disgusto alla vista dell'essere da lui creato.
"How
can I describe my emotions at this catastrophe, or how delineate
the wretch whom with such infinite pains and care I had
endeavoured to form? His limbs were in proportion, and I had
selected his features as beautiful. Beautiful! - Great God ! His
yellow skin scarcely covered the work of muscles and arteries
beneath; his hair was of a lustrous black, and flowing; his teeth
of a pearly whiteness; but these luxuriances only formed a more
horrid contrast with his watery eyes, that seemed almost of the
same colour as the dun white sockets in which they were set, his
shrivelled complexion and straight black lips."
(from
Frankenstein, chapter V)
["Come
posso descrivere la mia emozione a quella catastrofe, descrivere
l'essere miserevole cui avevo dato forma con tanta cura e tante
pena? Il corpo era proporzionato e avevo modellato le sue fattezze
pensando al sublime.
Sublime?
Gran Dio! La pelle gialla a stento copriva l'intreccio dei muscoli
e delle vene; i capelli folti erano di un nero lucente e i denti
di un candore perlaceo; ma queste bellezze rendevano ancor più
orrido il contrasto con gli occhi acquosi, grigiognoli come le
orbite in cui affondavano, il colorito terreo, le labbra nere e
tirate." ]
(da
Frankenstein, capitolo V)
Catastrofe!
Questo il giudizio che egli dà della sua creazione. L'essere
orribile da lui creato si rivelerà una creatura omicida oltre
ogni controllo. Il mostro si vendicherà del suo poco amorevole
padre che, disgustato dalla sua deformità,
lo abbandona subito dopo averlo "dato alla luce".
Ma i due esseri sono legati da uno stretto nodo e cominceranno ad
esistere in una relazione di interindipendenza. Due esseri
separati che condividono due lati
opposti e allo stesso tempo complementari di un'unica
personalità. Lo scienziato V. Frankenstein, new deity,
stabilisce con la sua creatura la stessa relazione che
esiste fra padre e figlio, fra Dio e gli uomini. E' così
che la creatura che nel romanzo è priva di nome, diventa l'alter
ego di Frankenstein, il suo secondo self, anticipando il Dr Jekyll
e Mr Hyde di R.L. Stevenson; il prodotto derivante dall'insano
tentativo di penetrare i segreti dell'universo. Il mostro è il
risultato della forza distruttrice che è in ogni uomo,
particolarmente espressa nella figura dello scienziato folle che
si allontana dalla morale nella ricerca della conoscenza. Lo
scienziato e la sua creatura continueranno ad inseguirsi ovunque,
ansiosi di annientarsi a vicenda, e l'unità si ricomporrà nella
morte; la scena del discorso finale che la creatura pronuncia sul
cadavere del suo creatore rappresenta il rovesciamento della
situazione iniziale del dramma allorché lo scienziato, chino
sulla propria opera che comincia a respirare la maledice e se ne
ritrae con orrore. La creatura è anch'essa figura complessa, a
causa del rifiuto prima del padre poi della società, sveste i
panni del bon sauvage fino a distruggere completamente la sua
potenziale bontà.
"
Believe me, Frankenstein: I was benevolent; my soul glowed with
love and humanity: but I am not alone, miserabye alone? You, my
creator, abhor me; what hope can I gather from your
fellow-creatures, who owe me nothing? They spurn and hate me"
(from
Frankenstein, chapter X)
["Credimi,
Frankenstein, io ero buono, la mia anima bruciava di amore e
umanità ; ma non sono forse solo, disperatamente solo? Tu , il
mio creatore, mi aborri; quale speranza posso dunque nutrire verso
i tuoi simili, che non mi debbono nulla? Mi
odiano e mi disprezzano. ]
(da
Frankenstein, capitolo X)
Ma
qual è l'atteggiamento dell'autrice di fronte al mostro? Mary
Shelley sceglie di votarlo all'infelicità proprio perché non è
il frutto innocente della natura ma il prodotto della ambizione
scientifica dell'uomo. Ella farà ricadere anche su di lui la
colpa che dovrebbe essere tutta del suo creatore. La
sua condizione di essere non nato da donna è la sua colpa
innata. Allo stesso tempo il mostro non è creatura tipica del suo
genere, essere artificiale che ribellandosi agli uomini decide di
distruggerli. Questa creatura è fatta di carne umana e la sua
distruzione consisterebbe nella sua morte. Alla "cosa",
come la definisce Frankenstein, non possono essere spezzati i 'fili'.
E' questo il dramma: Frankenstein non ha altra possibilità per
fermare la sua creatura che
ucciderla, azione certo mostruosa per un padre che, pur
disgustato, aveva riposto tante speranze nella sua creazione.
L'autrice ci porta a simpatizzare con lo scienziato i cui difetti
(flaws) lo condurranno alla rovina, ma fa sì che simpatizziamo
allo stesso modo con il mostro che, pur nella sua diversità, è
uno di noi in cui lottano perennemente flaws and virtues (difetti
e virtù). Egli si ammala di una malinconia che lo strugge e per
reazione diventerà violento e vendicativo. L'oscillazione
evidente della simpatia dell'autrice fra lo scienziato e il mostro
è di certo dovuta al fatto che lei non lo percepisce come diverso
e, se da un lato la vediamo parteggiare con gli uomini contro
questo essere sproporzionato, dall'altro avvertiamo la sua
commozione nella descrizione dell'infanzia dell'orribile creatura.
Così, nell'enorme ombra che la creatura proietta si intravede sia
la sagoma dello scienziato a lui strettamente legato che l'esile
figura dell'autrice che ne condivide in alcune pagine il senso di
abbandono e solitudine da lei stessa sperimentati. Né casuale ci
appare che proprio la figlia di una delle più grandi femministe
dell'epoca abbia scelto l'uomo come usurpatore del ruolo della
donna nella creazione fino a soddisfare l'inconscio desiderio
maschile di generare figli direttamente, senza intervento della
donna. Attenzione, però, a che non si creino in futuro nuovi
mostri!!
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