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E’ una Somalia musulmana, cittadina,
nomadica, tribale, innocente e drammatica quella che emerge dal viaggio nella “Trilogia della Somalia musulmana”, romanzo in forma diaristica di Lina
Unali. Il libro è stato pubblicato dalla Casa Editrice “Il Grappolo” di Mercato San Severino, come nuova proposta di testimonianze letterarie italiane all’estero nella preziosa collana “Radici”.
L’autrice ha insegnato all’Università Somala di Mogadiscio a varie riprese, tra il 1981 e il 1990. Nelle pagine del romanzo, la Unali è dunque presente nel suo duplice ruolo di scrittrice e di docente innamorata di Mogadiscio, con il vecchio centro arabo di Hamar
Weinw, i suoi limpidissimi cieli, le lune storte come si vede a Sud del mondo, i miti monsoni e l’oceano che si frange sulla barriera corallina.
Madina, Jana, Dahir sono i tre personaggi di questa trilogia, le cui voci si fondono e si confondono con quella della narratrice che con loro “ricorda, dialoga, ascolta”.
<<Per molti anni -racconta l’autrice- la mia vita ha esplorato la loro vita sullo sfondo della Somalia amata e sofferente; abbiamo vissuto insieme il preambolo e gli esili di una guerra civile sanguinosa, abbiamo fatto ricerche sulle tracce residue della cultura somala arcaica, ci siamo sforzati di scoprire parole e oggetti antichi, abbiamo considerato i germi del nuovo, abbiamo preso coscienza insieme degli incubi
dell’esilio>>.
Il primo racconto, è interamente ambientato a Mogadiscio ed è quello di Madina, una religiosissima donna musulmana di mezz’età che viene soprannominata Regina d’Africa, perché capace di esprimere al suo livello più alto, tutte le potenzialità dell’Africa musulmana: gioie e paure ancestrali, autocontrollo, orgoglio, senso dell’identità, sicurezza, vera e computa spontaneità, tutto in una simbiosi autentica con la natura e la boscaglia delle origini, appena a un passo da Mogadiscio.
<<Medina sa molte cose che non vuol dire (…) Vive la tradizione culturale della boscaglia, una tradizione profonda, ethos profondo, come amo chiamarlo, che non sa disgelarsi all’europeo indifferente se non per rapidi spiragli, oppure, superficialmente, come
folclore>>, e ancora <<E’ diventata orgogliosa della sua capacità di evocare il passato, di consentire a correnti di memoria di attraversarle la mente e soprattutto di articolare una
narrazione>>.
Il secondo racconto, quello di Jame, studente adottivo della scrittrice, ma anche scrittore, segue una linea curva che da Mogadiscio giunge a Roma, dopo aver attraversato l’Etiopia, Dgibuti e il
Somalilend. E’ la drammatica storia della Somalia insanguinata dalla guerra civile e dalle razzie, che raggiunge l’apice con la fuga di
Jame, perché ormai a Mogadiscio <<si potrebbe essere uccisi senza aver commesso alcun crimine, semplicemente per il fatto di appartenere a una determinata tribù…>>.
La trilogia si chiude con il racconto di Dahir, ex studente brawano e della sua ragazza
Khadijia. La parabola questa volta muove da Mogadiscio dilaniata dalla guerra, passa per il Kenia e l’Arabia Saudita e approda a Londra. Nello studio della scrittrice al nono piano di un edificio londinese nel quartiere di
Chelsea, Dahir evoca la distruzione del Corno d’Africa in un racconto a tratti disperato. E proprio nella City <<si completano storie che sono state cominciate ormai tanto tempo fa e che forse sono destinate a rimanere ancora una volta
incomplete>>. E sempre a Londra si chiude il cerchio di tre storie e tre personaggi che pur nella loro diversità ruotano interno agli stessi nuclei tematici.
Una scrittura autobiografica quella di Lina Unali che spesso si fonde e si confonde con quella dei suoi protagonisti e degli altri personaggi, come si evince nel leggere questo brano: <<23 novembre 1995. Il tempo trascorso dai primi appunti presi a Mogadiscio sulla via di Madina è davvero lungo. Sono cinque anni ormai che, in fasi successive, la mia mente si concentra con particolare affetto sul territorio della Somalia. Le ultime notizie riguardanti Mogadiscio me le ha date la giornalista Carmen La Sorella che ho intervistato a febbraio. E' stata tra gli ultimi visitatori ufficiali della capitale da me incontrati. Anche se nessuno può dire di essersi recato a Mogadiscio in visita. La città è sempre stata tutto tranne che un luogo dove si fa turismo, dove si va per diporto. Carmen mi ha detto che l'immagine che ora Mogadiscio offre allo sguardo è caratterizzata dal fatto che tutti gli elementi del paesaggio urbano a cui ci eravano abituati sono stati aboliti. La topografia della città è topografia di guerra. La cattedrale è stata sventrata, uno dei due campanili è stato atterrato da un colpo di cannone (…) Lo scontro tra Ali Mahdi e Aidid è uno solo dei tanti poli che anima la vicenda bellica. L'alternativa all'accordo è il
genocidio>>. Una prosa avvincente, poetica e pulsante. Un flusso di ricordi strappati con estrema lucidità e poesia all’oblio e al silenzio. Un ritorno alle origini dell’Africa musulmana, ma anche un ritorno a se stessa<<Forse con i ricordi di Medina sto inseguendo un mio bisogno di essenzialità che non riesco a vedere presso i miei
compatrioti>>.
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