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Donne e scrittura

La donna sconciata di Otto Weininger

   a cura di Alessandro Cinquegrani  

 

Siamo pecore di un gregge, e introiettiamo i valori del gruppo, convincendoci che siano i nostri, seguiamo le direzioni già decise senza opporre resistenza, sicuri che noi stessi vogliamo ciò che l’intero gregge vuole. Questo non è soltanto un qualunquismo dettato da un pessimismo vacuo e provocatorio, ma viceversa si tratta di uno dei punti saldi della filosofia di Nietzsche e grosso modo con queste parole lo enuncia in un aforisma de La gaia scienza. Oggi il nostro gregge, la nostra società, si scontra con un altro gregge, quello orientale, e scopre che esistono vie diverse, strade opposte da scegliere e perseguire. Ci rendiamo conto, allora, di come la nostra vita si basi su scelte arbitrarie e i valori cui ci sentiamo così attaccati non sono più universali, come avremmo creduto, ma soltanto convenzioni sociali, che crediamo infallibili e ineludibili perché riposte troppo addentro alla nostra educazione e formazione. 
Le donne, ad esempio, sono così diverse nella nostra considerazione rispetto a quella degli altri che con molta faciloneria e superficialità non stentiamo a definirci superiori e più civili. Sbagliando, ovviamente. E dovremmo, prima di formulare questi troppo facili giudizi, azzerare la nostra morale e rivedere con l’animo sgombro da pregiudizi ciò che davvero pensiamo, ciò che davvero è giusto.

Otto Weininger è nato nel 1880 a Vienna, e morto a soli ventitré anni sparandosi un colpo al cuore. Ma nel volgere di questi pochissimi anni ha scritto un’opera, Sesso e carattere, destinata ad influenzare la cultura europea ed in particolare italiana probabilmente più di ogni altro (fatta eccezione forse soltanto per Freud e Nietzsche stesso). Saba e Svevo, i fratelli De Chirico, Giacomo Debenedetti, sono soltanto alcuni degli artisti e intellettuali italiani, profondamente segnati dalla sua opera. Eppure Otto Weininger è un uomo, un pensatore, decisamente misogino.
Secondo Weininger, «La donna è la colpa dell’uomo», «la donna non ha nessun rapporto con l’idea dell’infinito, con la divinità, perché le manca l’anima», e poi «la donna mente sempre, anche quando sul piano oggettivo dica la verità», il suo unico desiderio è «che il coito - non importa da chi, dove e quando - sia praticato il più possibile», e infine «L’uomo più infimo è dunque ancora infinitamente superiore alla donna più elevata».
Di fronte a queste frasi, di certo, il nostro primo istinto è quello di inorridire, eppure non possiamo ignorare il credito attribuito al loro autore. Dunque, tolta non solo la faziosità che abbiamo avuto nel voler decontestualizzare queste frasi ma soprattutto la dimensione estrema di alcuni vertici della misoginia, dobbiamo considerare il presunto valore che si può attribuire alle pagine di Weininger. Ebbene, ciò da cui la sua scarsa considerazione delle donne ha origine è verosimilmente il concetto di enide, base costitutiva del carattere femminile, che si dà laddove «non si riconoscono la sensazione e il sentimento come due fattori analitici isolabili per astrazione, né alcun tipo di dualità». È da qui che prende avvio quel precipizio che porterebbe le donne ad un luogo così basso. 
Eppure, a ben guardare, non è questa assenza di ogni tipo di dualità il punto di arrivo del Superuomo nietzschiano destinato a superare e soppiantare l’intera umanità? Non è questo esattamente quell’essere superiore che concilia in una perfetta unità senso ed evento, cui la predicazione dello Zarathustra si rivolge? Se diamo ascolto a questo presupposto che nelle pagine successive degenera in misoginia, dovremmo considerare la donna non già inferiore all’uomo ma superiore. Ma dobbiamo o possiamo accettarlo, negando alla donna la capacità di astrazione, la possibilità di volgere in concetti la pregnanza di un sentimento, e riconoscendole d’altra parte la disposizione a percepire la vita in modo più autentico? 
Io credo che la costruzione dell’idea di enide possa essere considerato un atto d’amore nei confronti delle donne, perché accentua la loro dimensione mitica, attenuandone giocoforza le potenzialità del logos che immediatamente retrocede di fronte all’esuberanza della vita vera, vissuta assai prima che l’astrazione intervenga a portarla via. Ma questo gesto d’amore e il desiderio di conservare intatto questo nucleo indivisibile dell’animo femminile non potrebbe dunque trasformarsi in alcuni precetti tanto disprezzati della civiltà musulmana più integralista, come ad esempio l’impossibilità delle donne di frequentare le scuole, che favoriscono senz’altro il pensiero e l’astrazione?

No, non è possibile, ci siamo sbagliati, e lo sappiamo perché questa idea ci riesce del tutto impraticabile, crudele, falsa. Sarà pure un fardello che ci portiamo dietro dalla nostra formazione più o meno infantile, ma è così e non si può discutere. Del resto apprendiamo da Freud che lo stesso Weininger ha detto ciò che ha detto soltanto perché un complesso di castrazione gravava su di lui e, dunque, anche lui come noi non era lucido nel giudicare, parlava subendo un condizionamento inconscio assai simile al nostro, che siamo pecore nel gregge e nient’altro.
Ma al di là di questo, possiamo dire che qualcosa dalla lettura di Weininger si impara, e cioè che le donne, per un motivo o per l’altro, possono e devono forse essere diverse dagli uomini, né meglio né peggio magari, ma diverse sì. E quante volte però abbiamo visto scrittrici fare il verso a scrittori uomini, e quanto poco abbiamo visto critici porsi verso la scrittura femminile con gli occhi di chi ha ancora la purezza per ravvisarvi qualcosa di veramente nuovo! Abbiamo visto donne porsi in un ghetto e riorganizzarsi con barricate contro gli uomini ricreando nient’altro che la stessa letteratura maschile, e abbiamo visto talenti femminili violentarsi e cadere. Poi abbiamo visto anche Alda Merini, un giorno, il volto scavato e sorridente, leggere le sue poesie, e abbiamo avuto speranza, per le peculiarità delle donne, per quella meraviglia e quello stupore, quella malinconia e quella bellezza che si portano in grembo.

 

   
     

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