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Ho letto su Golem l’indispensabile
(www.enel\golem) la relazione tenuta da Umberto Eco il 25 febbraio in occasione della presentazione della Fondazione Sant’Egidio, dal titolo
Riflessioni sulla pace e sulla guerra. L’ho trovata interessante per gli spunti di riflessione sul linguaggio della guerra,
sul ruolo dell’informazione in relazione al tema, sulla necessità di rimanere coerenti al valore della pace, pur facendo i conti con una dimensione di essa del tutto relativa.
U. Eco costruisce un quadro della situazione mondiale contemporanea, ponendosi nell’ottica di ridisegnare i confini concettuali e linguistici della guerra e della pace, muovendo dalla premessa che occorre partire, nel contesto globalizzato in cui tutti viviamo, dal rinominare la guerra come Paleoguerra e Neoguerra.
Quali le caratteristiche delle Paleoguerre? Ecco alcuni punti fermi:
1. i confini territoriali e l’identità ben definita del
nemico;
2. l’unità di intenti dei cittadini e la coesione morale di tutti i combattenti: il nemico è cattivo, quindi è giusto che muoia, e se muoiono anche i nostri il sacrificio è giustificato;
3. il profitto delle industrie belliche dei paesi belligeranti;
4. la neutralità degli altri;
5. il blocco della propaganda avversaria.
Quale la caratteristica della Neoguerra? La mancanza di punti fermi:
1. L’identità incerta del nemico e del territorio (es. Nella neoguerra del Golfo, i nemici erano tutti gli
Iracheni? Nella neoguerra in Serbia, lo erano tutti i Serbi? Nella Neoguerra contro il terrorismo,
qual è il territorio (in particolare dopo l’11 settembre)?
2. L’impossibilità di un pensiero unico sulla scelta della guerra, favorita dal
ruolo dell’informazione, in particolare dell’immagine, in grado di generare pietà per i nemici e riprovazione per i governi che dichiarano guerra, all’interno degli stessi paesi belligeranti, cui si risponde con la logica del massimo vantaggio militare e del minimo numero di vittime civili (le bombe intelligenti!);
3. La sottomissione degli interessi dei singoli stati belligeranti alle logiche industriali delle multinazionali, armi e petrolio in particolare, ma anche e soprattutto alla
logica dell’industria dell’informazione, come ci dimostrano, per esempio, la guerra in diretta nel Golfo, o la guerra potenzialmente nascosta in Afghanistan, svelata comunque da Al
Jazeera.
Si vive, dice Eco, in una realtà globalizzata in cui le tensioni verso la
possibile Neoguerra globale si attutiscono solo mantenendo aree di Paleoguerre locali.
E la pace? In questa condizione come possiamo rinominarla? Eco parte dalla considerazione che vi siano diversi modi di pensare alla pace,
molti pensano ad essa come dimensione universale o globale: quando si parla di pace o la si auspica, non la si può pensare come pace per pochi, per giungere a questa, infatti, basterebbero scelte di vita individuali, come vivere in un paese neutrale o in un convento!
Altri pensano alla pace come situazione originaria da recuperare: il desiderio di un ritorno all’età dell’oro o l’aspettativa di un Eden si collocano in questa prospettiva.
Eco contrappone alla pace – ideale universale e alla pace – eden, la pace – esempio.
La pace è conquista, oggi possibile solo in una dimensione “minimalista”, si può lavorare solo per una pace a chiazza di leopardo, creando ogni volta che si può situazioni pacifiche nella immensa periferia delle Paleoguerre che si susseguiranno ancora una dopo l’altra. “Una pace fatta a Gerusalemme – egli dice - contribuirebbe alla riduzione della tensione in tutto l’epicentro della Neoguerra globale. Ma anche se non si raggiungesse sempre e comunque questo risultato, una pace realizzata come piccola bolla nella curva generale del disordine
entropico, anche se non fosse né meta finale né tappa verso una meta precisa, rimarrebbe pur sempre esempio e modello. La pace come esempio. Può essere, se volete, … un concetto molto cristiano, ma avverto che sarebbe stato accettato anche da molti saggi pagani: facciamo la pace tra noi due, sia pure e soltanto tra Montecchi e
Capuleti, questo non risolverà i problemi del mondo ma mostrerà che una negoziazione è sempre e ancora possibile. Il lavoro per la riduzione dei conflitti locali serve a dare la fiducia che un giorno si risolveranno anche i conflitti globali. È pia illusione, ma talora bisogna mentire con l'esempio. Mente male chi mente a parole, ma mente bene chi, facendo qualcosa, lascia pensare che altri possano fare altrettanto, anche se mente in quanto lascia pensare attraverso l'esempio che una proposizione particolare (alcuni p fanno q) possa necessariamente trasformarsi in proposizione universale (tutti i p fanno q). Ma queste sono le ragioni per cui l'etica (e la retorica) non sono logica formale. L'unica nostra speranza è lavorare sulle paci locali.”
Si intreccia con questo discorso quello della relatività del punto di vista, proprio delle civiltà cibernetiche. Il discorso del palestinese, il discorso dell’israeliano, il discorso dell’islamico, il discorso dell’occidentale, il discorso del
kurdo, il discorso del newyorkese, il discorso del profugo, tutti
in campo con gli stessi diritti ad avere voce come soggetti della
storia. In un mondo così si può essere filopalestinesi e filoisraeliani insieme? Si può ancora amare la pace e accettare le ragioni della guerra? Può il linguaggio tollerare in un unico soggetto il doppio registro della pietà e della violenza? Queste sono le ragioni per cui l'etica (e la retorica) non sono logica formale. L'unica nostra speranza è lavorare sul senso autentico delle parole, e sperare che attraverso di esse continuiamo ad essere capaci di significare almeno le nostre contraddizioni.
Aprile 2002
Lorenza Colicigno
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