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L'incipit del romanzo ci pone immediatamente in situazione, non solo nella situazione narrativa, ma nella situazione che caratterizza ogni scrittore, il dilemma sulle parole, meglio sulle metafore, con cui iniziare un testo. Le domande che si pone Gustavo Ladonna, il protagonista della storia, riguardano "le mezze frasi che doveva incidere sul cartiglio origemmato del notabile Quandramò", personaggio che rimane sullo sfondo, ma dà il tono a tutta la storia. "Addetto al macello del bestiame della possente civitas di Siracusa, notabile e borghese", irrompe sulla scena "in pantofole da casa, grembiale sozzo di sangue e maniche arrotolate". In effetti lo stile del romanzo tende a conciliare l'inconciliabile: il travaglio intimo della ricerca artistica, l'estasi della creazione, la bellezza dell'opera nella sua frammentarietà o nella sua compiutezza, l'attesa orgogliosa e gratificante della fama, la leggerezza appagante della meta raggiunta, e insieme la pesantezza del quotidiano, delle necessità materiali, la grevità dei bisogni del
corpo e dei vizi innominabili, la zavorra del conflitto becero tra le vecchie madri, o delle frodi consumate da impostori d'ogni tipo, come
quella dell'avarizia di mecenati troppo nobili o troppo borghesi.
Un mondo narrativo complesso quello in cui si muove Gaetano Zummo,
legato da uno "strano" rapporto con Gustavo Ladonna: in questo mondo si fondono brandelli di vita reale, rappresentati con un linguaggio a tratti iperrealistico, fino al grottesco, con frammenti onirici e spaccati storici, cui si accede spesso attraverso i fumi dell'oppio, grazie alla complicità di Fra Colella, personaggio che si aggiunge alla nutrita galleria letteraria degli ecclesiastici "perduti". L'oppio, i suoi poteri, qui immancabili compagni dell'ispirazione artistica, avvolgono una società violenta, bloccata, pur nella sua dinamicità, in un affascinante gorgo culturale: razionalismo tardoumanistico e meraviglioso barocco tracollano, infatti, dentro l'ambivalente o ambigua cultura settecentesca.
La lunga notte è anche un romanzo sulla memoria, o meglio sulla interruzione della memoria. La memoria della peste, persistente incubo immortalato da Zummo, la memoria della propria vita, immolata, potremmo dire, alla ricerca scientica di Francesco Redi per un verso e all'odio di un medico impostore, Marcel Desnouès, per un altro; quando essa si risveglia miracolosamente, eccola pronta a tessere la cupa trama di una storia dentro un'altra storia, con dentro altre storie. Un romanzo, un giallo storico, dunque, e insieme una parabola della scrittura con le sue luci e le sue ombre.
Merita una riflessione la tessitura linguistica del romanzo, complessa come la struttura narrativa. Antonella Cilento affronta una prova difficile, il pastiche linguistico, per il quale attinge al dialetto come ai lessici settoriali dell'arte, dell'artigianato, della medicina, delle scienze in generale, con attenzione meticolosa alla dimensione storica della lingua e insieme alla sua leggibilità.
Ancora una nota su quella che ritengo sia la figura retorica che identifica la scelta stilistica di Antonella Cilento: l'accumulazione. Si ha infatti a volte l'impressione di rovinare sotto il cumulo di nomi o aggettivi o di voci verbali, risultato, credo, nettamente voluto, segno linguistico della lettura del tempo in cui si colloca la storia, come del "secolo che con i suoi eccessi ha rappresentato la lunga notte della ragione".
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