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 Le Corti nella Sicilia

del Seicento

a cura di Marinella Fiume

 

Maria Concetta Calabrese, I Ruffo a Francavilla- La corte di Giacomo nel Seicento, Messina, Armando Siciliano Editore, Messina, 2001

 
     
 

La corte come “spazio di potere”, centro politico-amministrativo e di gestione dei rapporti di patronage, luogo in cui si realizza nella sua più alta forma il particolare modo di vivere nobiliare, in cui si svolge insomma la vita delle classi aristocratiche, è un argomento che solo da meno di un decennio continua ad appassionare gli storici. Essa, infatti, non è solo uno spazio fisico ma, inserendosi all’interno di un sistema più complesso, riveste un ruolo sociale e si collega al formarsi di un’ideologia e di uno stile di vita che riguarda un intero ceto, quello della nobiltà vecchia e nuova, con i suoi simboli, i suoi riti, la sua autorappresentazione, le forme e le pratiche della lotta politica in cui è coinvolto. Il sistema-corte non è composto solo dal gruppo di personaggi che in un dato momento circonda il sovrano e la sua famiglia, ma si allarga ad ogni luogo della sociabilità nobiliare in cui, attorno a un signore, si sviluppano relazioni di patronage, di dipendenza, mecenatismo, dibattito politico, discussioni scientifiche e letterarie, si organizzano feste, balli, tornei, cacce e in cui il modello di riferimento, ossia lo stile di vita, il cerimoniale, l’apparato, il linguaggio, l’arredo, l’abbigliamento e i gioielli in voga, è costituito dalla corte principale, o meglio, dal “sistema-corte”. 
L’ultima fatica della storica Maria Concetta Calabrese, ricercatrice presso l’Università degli Studi di Catania e allieva di Giuseppe Giarrizzo, viene ad illuminare uno squarcio significativo di questo sistema nella Sicilia del Seicento sotto la dominazione spagnola, dove le corti signorili sono incentrate sulle figure di grandi personaggi aristocratici detentori di poteri feudali e di cariche e deleghe regie.
Sono le grandi famiglie aristocratiche che, in questi anni, abbelliscono la Sicilia di castelli, palazzi e ville con magnifici giardini, fontane e giochi d’acqua, edificano chiese e conventi, raccolgono repertori di antiquariato, organizzano concerti di musici, festini dalle scenografie maestose e banchetti, inscenano rappresentazioni teatrali sacre e profane, attivano un fitto circuito di artisti e artigiani di valore, mettono su biblioteche, pinacoteche, musei e collezioni d’arte e di storia naturale. Fondamentale ed estremamente visibile, nel contesto di queste famiglie aristocratiche, il ruolo delle donne, a volte straordinariamente potenti.
Tra Quattrocento e Seicento, la Sicilia vede questa nobiltà rappresentata, solo per citare le famiglie più importanti che fanno riferimento alla corte prima regia, poi viceregia di Palermo, dai Branciforte a Cammarata, i Ventimiglia a Castelbuono, i Barresi e i Branciforte a Militello Val di Noto, i Filangieri di San Marco, i Santapau a Licodia, i Luna a Caltabellotta, i Moncada a Caltanissetta, i Cabrera a Modica, i Cruyllas e i Gravina a Francofonte, i Ruffo a Messina, i Di Giovanni a Pedara, i Reggio ad Aci Sant’Antonio.
Su una delle più cospicue famiglie aristocratiche siciliane, i Ruffo, Visconti di Francavilla e Marchesi di Licodia Eubea, la studiosa si sofferma, dopo che, nel precedente lavoro, Nobiltà, Mecenatismo e collezionismo nel secolo XVI, aveva esaminato il ruolo centrale e privilegiato del ramo collaterale dei Ruffo principi di Scaletta. Pietro, secondogenito di Carlo Ruffo, duca di Bagnara, e di Atonia Spadafora, sposa nel 1625 a Messina Agata Balsamo, figlia del visconte di Francavilla e si trasferisce in quella terra, dando inizio alla creazione di un luogo privilegiato a cui legare la memoria della famiglia, i cui componenti scelgono di essere sepolti nella cappella della Madonna delle Preci, in modo che il prezioso mausoleo perpetui il nome dei Ruffo accanto a quello di Francavilla. Il loro primogenito, Giacomo, rimarrà legato nel ricordo dei posteri al periodo di massimo splendore della città che domina l’importante via di comunicazione costituita dalla valle del fiume Alcantara, che collega la costa del Tirreno allo Jonio. Pietro fonda nel 1642 il convento dei Carmelitani, sotto il palazzo baronale, mentre suo figlio Giacomo edifica, di rimpetto alla Chiesa dell’Annunziata, a partire dal 1674, il monastero delle monache di Santa Teresa. Giacomo, che ha studiato a Pisa, ha il merito di avere dato una nuova configurazione urbanistica alla sua terra, grazie anche alla intelligenza e alla ricchezza della sua sposa, l’avvenente Agata Ansalone, vedova di Francesco Lanza, barone di Brolo. Il visconte rappresenta un esempio di intellettuale “polimatista”, curioso di leggere nel gran libro della natura ogni espressione di arte e scienza sulla scorta degli insegnamenti della scuola galileiana. Infatti, instaura legami personali e politici con personaggi di altissimo prestigio scientifico, come il matematico e medico Giovanni Alfonso Borelli e il biologo e medico Marcello Malpigli e con molti altri intellettuali e artisti, tra i quali si faranno strada idee politiche progressite che sfoceranno nella rivolta contro la Spagna. Quando Giacomo muore, nel 1674, nel testamento nomina come esecutrice e fidecommissaria la sorella suor Maria Teresa Ruffo, monaca professa nel convento di San Gregorio a Messina, mentre erede universale è designato il fratello Carlo, con l’obbligo di scegliere una sposa gradita alla sorella, altrimenti l’eredità sarebbe passata ai Gesuiti di Messina. 
Con le vicende di Carlo Ruffo, il quale perde titolo e terra perché durante la rivolta antispagnola si schiera con i Francesi, termina il governo dei Ruffo a Francavilla , ma la città conserva tra le memorie della passata grandezza il ricordo dell’epoca del visconte Giacomo, grande figura per la storia politica ed intellettuale dell’area messinese nel secolo XVII. 
Non meno importante il rilievo assunto nel libro della studiosa da figure femminili di primo piano nella famiglia e in generale nella Sicilia del tempo, come Antonia Spatafora, moglie di Carlo, Agata Balsamo, moglie di Pietro, Camilla Santafede Bonavides, moglie di Muzio Ruffo Bonavides, Giovanna Ruffo, Giulia Alliata, Alfonsina Gotto e la potentissima Suor Maria Teresa.

 
     
     

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