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Gino Montesanto si è sempre avvalso della narrativa per partecipare a un progetto di ricostruzione sociale, per ripensare un modello di vita fondato su valori evangelici. Cominciò,dietro la scuola e l’amicizia di Marino Moretti, con La cupola e ha proseguito nella costruzione del suo sistema con Le
impronte, Così non sia, Il figlio, Re di sabbia. Romanzi ambientati per lo più tra Roma,patria di elezione e la Romagna,luogo di origine. Romanzi duri come pietre,costruiti sulla falsariga de L’idiota e I demoni di Dostojevskij ,con un edificio teatrale imperniato intorno a una personalità negativa che si fa esemplarità sulfurea e da condannare Ci sono narratori che ogni anno sentono il bisogno di aggredire il pubblico dei lettori con nuovi titoli,con pretesti narrativi la cui sola finalità è il successo. Sempre più rari invece coloro che scrivono per una necessità profonda e che nella scrittura vedono ancora un bisogno etico,un mezzo per costruire quella scala di valori distrutta dal consumismo e da una modernità senza cervello,senza regole e senza morale.
Montesanto non è mai stato tenero con la Chiesa né col potere politico dominante. La sua fede parte dalla chiesa dei Padri, dallo slancio del cuore. Nel mondo Cristo ha lasciato delle Impronte in una umanità dolente,recita un suo romanzo e noi dobbiamo cercarle.Tra gli handicappati,tra i poveri, tra gli infelici.
In Sottovento, un romanzo che Montesanto pubblica dopo dieci anni di silenzio narrativo,agisce un uomo della provincia romagnola, Guidobaldo
Ercolani, che se sfugge al conformismo borghese attraverso impulsi emotivi e stranezze comportamentali,per altri aspetti ha scelte di vita abbastanza comuni agli uomini del nostro tempo. Un tempo privo di grandi finalità e di progetti. La storia di Baldo diventa ancora una volta una esemplarità edificante in senso negativo,un così non sia applicato questa volta alla società laica.Perché il teorema che Montesanto intende svolgere è: per quale ragione nella nostra società i giovani si rifugiano nella droga e gli adulti cadono in depressione e rinunciano a vivere? E la risposta sembra stare in questi termini: Perché non c’è un fuoco che ci incendi,non un qualche legame a un Fondamento capace di trascendere la nostra cieca quotidianità e i grandi sentimenti sono tutti tramontati.
Il teorema diventa romanzo accattivante,metafora complessa e variegata. Diventa insomma parabola per i nostri tempi di indifferenza,di vuoto etico,di asfissia dell’amore, di assenza di Dio.
La trama. Guidobaldo vive la sua adolescenza in una famiglia romagnola ai primi degli anni sessanta. Finché la madre non si libera del ragazzo, che a suo dire è troppo testa matta, chiudendolo in collegio.Ma Baldo si farà cacciare e nutrirà una sorta di astio nei confronti della madre e del resto della famiglia. Riuscito a laurearsi in agraria,il giovane ha velleità politiche di tipo anarchico. E quando scopre che sua madre l’ ha concepito con un altro capisce anche la ragione dell’astio e dell’allontanamento da casa.Il non amore che la madre ha versato sul figlio diventa il sentimento guida del giovane.Che avrà più di una relazione:
Amina, Malvina, Clelia; donne da cui non sarà mai veramente avvampato e travolto e a cui non riuscirà mai a rispondere con travolgimento.
Lo sforzo di Montesanto ,nella potenza narrativa che sa ordire, sta dunque nella costruzione di una vita grigia,uguale a quelle del formicaio urbano nel quale Baldo è calato.Una vita sotto vento appunto, nel senso di sotto tono e di piegata all’andazzo dei tempi correnti. Montesanto è costretto a volare tra i lustri e i decenni,per offrirci l’epica di un’esistenza più che senza qualità,senza infamia e senza lode e che non riesce ad incendiare o farsi incendiare da nessuna delle figure che gli orbitano intorno.La moglie Clelia che cerca una risposta vitale al proprio amore,una risposta che non verrà, si voterà al tradimento e poi alla depressione e infine al suicidio. E sua figlia Desideria,disadattata e infelice, cercherà l’amore e la felicità che la propria famiglia non sa darle,nella droga. L’errore di Guidobaldo? Si chiede
Montesanto. Sta nell’assenza di volontà di amare, di donarsi pienamente,di uscire dal grigiore e dall’anonimato e soprattutto di coltivare una qualche pietà originata da un fondamento umano,da un sentimento che veda in Dio il padre e in Cristo il fratello a cui rapportarsi e i cui esempi riesca a incarnare nel mondo. Guidobaldo è un uomo senza slanci e senza progetti.Agisce d’impulso ma non piega gli impulsi a un progetto che riscatti la sua intera esistenza. I suoi ideali sono di moda ed è questo vivere nel solco dei consumi, nel sonno della mediocrità a ingrigirlo e a perderlo definitivamente.
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