Ri ~Vista
  quadrimestrale

aprile 

2002 2 Anno II
   archivio

novembre 

2001 1 Anno

 archivio

giugno  

2001 N° 

0

Anno
Novecento ed oltre
LA NOTTE DELLE ZUPPE DI CIPOLLE GRATINATE

  Domenico Notari  
  Il cibo nei romanzi di Maigret  

 

Un giovane dai gesti impacciati passa le ore di fronte alle vetrine delle charcuterie, si sofferma sulla merce come un bambino davanti a un negozio di giocattoli, o come un giovane appena arrivato dalla provincia con in tasca il denaro contato. La sua corporatura tradisce un debole per il cibo. Forse è la prima volta che vede tutte quelle leccornie messe insieme, nella vetrina di Fouquet's sugli Champs-Elysées.
Anni dopo, lo sorprendiamo mentre passa il tempo libero a contemplare le bancarelle dei mercati, i capelli grigi, il fisico corpulento, ormai è un commissario della Polizia Giudiziaria di Parigi prossimo alla pensione. Passa da una bancarella all'altra, meditando sul pranzo. Si ferma davanti a quella dei crostacei. Per saggiarne la freschezza, tende l'estremità di un fiammifero a un àstaco. L'animale l'afferra con le tenaglie. L'uomo dà una boccata alla pipa e sorride soddisfatto...
Inutile proseguire, quell'uomo che si aggira per i mercati di Parigi lo abbiamo riconosciuto tutti: è Jules Amédée François Maigret, nato nel Ventinove dalla penna di Georges Simenon.
In un'intervista lo scrittore lo definisce "un uomo massiccio che mangia e beve molto". E la sua corporatura si è appesantita ancor più con gli anni. Mangiare per lui è un atto che rassicura. A tavola vive "un curioso miscuglio di godimento epicureo, di voluttuoso abbandono della carne, di intensa attività cerebrale, di vita interiore spinta al parossismo". 

Così nei 76 romanzi che compongono la sua intera epopea poliziesca e gastronomica vediamo sfilare come mannequin in passerella omelette aux peaux de canard, cassoulet, cochonnaille, fricandeau à l'oseille, jambon à la crème, boeuf bourguignon, ragout, andouillette, coq au vin, poulet bonne-femme, o, più semplicemente, salsicciotti alla griglia con patatine fritte, fritture di ghiozzi, sogliole normanne, tinche - chi non ricorda le tinche in Signé Picpus, appena pescate e avvolte in erbe ancora fresche? -, persino gusci di aragosta, il suo piatto preferito quando era troppo povero per mangiare il contenuto.
Maigret non ha preclusioni: dal pesce alle carni, dai frutti di mare ai dolci. Sappiamo, però, che preferisce les plats peuples, i piatti robusti della tradizione culinaria contadina, quelli che gli cucina la moglie o scova nei "ristorantini" per camionisti. Li chiama plats de concíerge, i piatti da portinaia, perché "cuociono a fuoco lento nella pentola quando si torna a casa la sera e si oltrepassa la porta della guardiola della portineria. I piatti che danno il coraggio necessario a ignorare l'ascensore rotto e a salire in fretta le scale fino al quarto piano, per scoprire cosa ha trovato quel giorno la signora Maigret al mercato". 

Una vera e propria liturgia gastronomica la sua. Mai elitaria, né fanatica come certe congregazioni buongustaie. Noi, lettori medi, partecipiamo delle sue piccole gioie senza impedimenti. Siamo con lui fin dalla prima occhiata e dal primo boccone. Valutiamo con lui ogni piatto. Gli antipasti? tanto succulenti quanto abbondanti. I wurstel? doviziosamente guarniti. I fagiolini? Si fondono in bocca. La fricassea di vitello? La signora Maigret non avrebbe saputo farla più cremosa. E l'intero pasto? Un "vero pranzetto", come quando erano giovani sposi e abitavano ancora in un alberghetto dove era vietato cucinare.
Se fuori piove o fa freddo, il cibo dei romanzi per contrasto ci appare più appetitoso. Memorabile la cena dopo il temporale in Signé Picpus che dà il nome al capitolo, La notte delle zuppe di cipolle gratinate: 
"Malgrado il temporale, la notte era calda e le vetrate della grande birreria di boulevard de Clicy erano aperte. I due uomini stavano seduti tra la sala e la terrazza. Da un lato un brulichio caldo e luminoso, l'andirivieni dei camerieri, i gruppi animati che cenavano all'uscita di uno spettacolo; dall'altro i tavoli deserti sotto i tendoni gonfi d'acqua; due ragazze davanti ai bicchieri vuoti; la pioggia che continuava a cadere, ma non più come prima.(...) I due uomini avevano mangiato zuppa di cipolle gratinate e il cameriere, dopo aver posato davanti a loro un abbondantissimo piatto di crauti e salsicce, portava già altri due bicchieri di birra. Il vecchio non perdeva un boccone, né un odore, né un secondo di quell'ora unica.(...) La zuppa di cipolle, i crauti gli davano letteralmente l'estasi." 
Se il commensale di Maigret è un ex barbone che non mangia così da anni, la cena diventa il pasto di una vita, quello che si mangia "per cancellare il ricordo o riscattare tutti gli anni di digiuno".
I ristoranti - apprendiamo dalla viva voce di Maigret - offrono prospettive impensabili. Possono divertire, tanto che vale la pena spenderci le vacanze per scoprirli, come accade in Maigret s'amuse.

Fa caldo, il commissario ritorna a casa spossato. Immaginando con terrore gli alberghi e le pensioni familiari stipate di pensionanti, dice alla signora Maigret: "Non faremmo meglio a passare le vacanze a Parigi?(...) Potremmo andare a zonzo, nei quartieri dove non mettiamo mai piede, pranzando e cenando in ristorantini divertenti..."
Oggi è un cosa normale, si chiama itinerario gastronomico ed è offerto da qualunque agenzia di viaggi che si rispetti. Ma nel 1957 doveva sembrare un modo alternativo, se non curioso, di passare le vacanze estive.
Seguiamo Maigret e signora per le strade di Parigi. Il mistero del cadavere di donna trovato nello studio di un noto medico - precisamente in un armadio - è solo un fatto accessorio che ci cattura al momento, ma che - chiodo scaccia chiodo - dimenticheremo col romanzo successivo.
Maigret riconosce un ristorantino, di fronte all'Ile d'Amour, intorno vi scivolano barche e canoe: da vent'anni non ci mette piede. L'insegna è sempre "Da Papà Jules". L'interno si è modernizzato, ma, fatto straordinario, papà Jules è sempre là e non sembra invecchiato. All'ingresso scritto col gesso su una lavagnetta: "pesce e frutti di mare". Maigret si ferma e con entusiasmo - la moglie ha ormai i piedi gonfi - dice: "Ceno qui". "In quel campo - scrive Simenon - Maigret non improvvisava per strano che potesse sembrare".
"Frittura di ghiozzi?" chiede il cameriere. "Per me è perfetta!", risponde Maigret, mentre assedia una montagna di cozze. Le mangia con le mani. I gusci cadono rumorosamente in un piatto smaltato.

Ci sono, però, delle occasioni in cui Maigret ordina semplicemente un panino e non si accorge di quello che mangia, impegnato a calarsi nei panni dell'assassino: "Mangiava distrattamente, guardando la strada, così come i passeggeri di una nave guardano il rollio ipnotizzante e monotono del mare. 'Un altro?' Rispose di sì, forse non sapeva nemmeno cosa gli avessero chiesto." 
Un odore particolare può risvegliare in lui ricordi d'infanzia, di quando viveva a Saint-Fiacre. Quello di un fricandò con l'acetosa, per esempio, gli evoca la figura della madre che rassetta la casa, mentre lui se ne sta alla finestra a fantasticare. 
Le cucine sono i suoi ambienti preferiti. C'è sempre una stufa a carbone, come piacciono a lui: quelle con una lunga canna fumaria nera che attraversa tutta la stanza, con un gattone sdraiato accanto e un donna spettinata che sorveglia sul fornello una casseruola fumante che emana un forte odore di cipolla.
Quando si tuffa in un'inchiesta - ormai è proverbiale - Maigret non torna a casa per la cena. Non è per guadagnare tempo, quanto per rimanere chiuso in se stesso. Perché il suo rinchiudersi e le altre manie, fra cui in certi momenti il suo leggendario malumore, fanno parte di una tecnica che inconsciamente ha messo a punto con gli anni. In quei momenti anche il cibo, la scelta di un ristorante hanno una loro ragion d'essere. 

"Se finì con l'entrare in una birreria alsaziana, dove si sedette a un tavolo vicino alla vetrina non fu per puro caso. Per pranzare, quel giorno, aveva bisogno di sentire i piedi saldamente per terra. Voleva essere pesante, impermeabile. Gli piaceva il fatto che la cameriera, in costume locale, fosse robusta e sana, ridanciana, con le fossette e i capelli biondi ricci, indenne da qualunque complicazione psicologica. Uniformandosi allo stesso ordine di idee, gli parve naturale ordinare un piatto di wurstel e crauti, che lì servivano abbondante e doviziosamente guarnito, con le salsicce e la pancetta di un rosa innocente." Ma non è questa la gastronomia a tema, oggi tanto di moda? Qui il tradizionalista Maigret si rivela un precursore.
Anche la sua vita di relazione è vissuta all'insegna del cibo. Si limita sostanzialmente alle cene in compagnia del dottor Pardon e di sua moglie Francine. Come apprendiamo in più di un romanzo, "i Maigret avevano preso l'abitudine di cenare una volta al mese dai Pardon e costoro di recarsi due settiamane dopo in boulevar Richard-Lenoir, dove la signora Maigret, a sua volta, serviva un pranzo sontuoso". Le cene sono precedute da lunghe telefonate fra i due amici, durante le ore d'ufficio, per decidere fin nei minimi dettagli il menù. Non c'è crimine o malattia che possa impedire il rituale.

La signora Maigret è ovviamente un'ottima cuoca, i suoi piatti migliori sono quelli dell'Alsazia, sua terra natale. Ma non le mancano una certa inventiva e un tocco personale. Tanto che una sera la signora Pardon le bisbiglia dopo cena - gli uomini sono intenti a fumare un sigaro e a bere armagnac -: "Mi sono sempre chiesta come lo fa." - Parla del coq au vin servito poco prima - "Ha un retrogusto discreto, appena percettibile che lo rende piacevole e che riesco a identificare con difficoltà. Eppure è semplice... Immagino che lei aggiunga all'ultimo momento un bicchiere di cognac." "Cognac o armagnac... quello che ho sotto mano." risponde la signora Maigret ancora reticente. Poi con uno slancio di sincerità si lascia andare: "Ebbene, benché non sia molto ortodosso, io metto del liquore di prugnole d'Alsazia... Ecco il segreto..." 
Bar, birrerie, taverne, caffè, locande. Più di un romanzo è ambientato interamente in uno di questi locali. Più di un romanzo si conclude in una brasserie davanti a una sospirata birra.
Analizzando la lingua dei "Maigret" ci accorgiamo che le poche metafore di una prosa concreta, fatta di pochi vocaboli, sono di tipo gastronomico: una piazza sembra cuocere lentamente al sole, un locale è fresco come una cantina, l'aria è frizzante come un bicchiere di vino bianco.
In uno scarno lessico di circa duemila parole, dove non c'è spazio per i sinonimi, ci imbattiamo in due parole che hanno lo stesso significato e, guarda caso, a proposito di cucina: un piatto cotto a fuoco lento è "mitonné", ma può essere anche "mijoté". L'uno o l'altro senza distinzione.
Non ci meravigliamo, allora, se persino lo stile della prosa nei "Maigret" è condizionato dalla passione culinaria. Un esempio: un infantile e prolungato desiderio di ostriche - evocate per tutto il romanzo - insieme alle sue bevute - ne abbiamo contate, salvo errori, quindici, nel breve spazio di due giorni e mezzo - scandiscono le pause della narrazione, dando ritmo alla prosa di uno dei più bei romanzi di Simenon: Maigret a l'école.

La frase ricorrente che risuona nella locanda: "Un bicchiere?"; lo schiocco delle labbra; il gorgoglio dei liquidi nelle gole; il tintinnio dei bicchieri si raccolgono in un ordito sonoro. Creano un trama musicale nascosta, ma non meno importante. Subliminale. Forse è tutto lì il segreto di Simenon.
Alla fine, dopo tanto mangiare, è naturale chiederci: perché Maigret ama tanto il cibo? Potremmo rispondere: perché il suo creatore ha tenuto per sé ben altro piacere. Maigret, casto e facile ai rossori - memorabile quella volta che si ritrova a letto con una giovane prostituta... solo per indurla a parlare -, si sa, non è Simenon. In mancanza d'altro fa del cibo una questione di sensi. 

.Signé Picpus (L'affare Picpus)
.Patrick Marnham, L'uomo che non era Maigret. Ritratto di G. Simenon (La Nuova Italia, 1994)
.Maigret et le corps sans tete (Il corpo senza testa)
.Maigret s'amuse (Maigret si diverte)
.Maigret et les témoins récalcitrants (I testimoni reticenti)
.Une confidence de Maigret (Una confidenza di Maigret)
.Maigret (Maigret e il nipote ingenuo)

Domenico Notari, scrittore, scoperto da Goffredo Fofi, è stato inserito nella sua antologia Luna nuova. Scrittori dal Sud (Argo, 1997). Suoi racconti sono apparsi sulle riviste “Nuovi Argomenti” e “Linea d’ombra”, sulle statunitensi “Webster Review” e “TriQuarterly” e trasmessi dalla Radio Svizzera di lingua italiana. E’ autore, tra l’altro, del romanzo L’isola di terracotta (finalista premio Oplonti, Avagliano, 1999) e del documentario radiofonico a puntate Salerno, un archivio della memoria per il programma di Radio RAI, “Cento Lire”. Ha fondato e dirige dal 1998 il laboratorio di scrittura creativa “L’officina del Racconto”. E’ tra gli organizzatori della rassegna internazionale di poesia e narrativa “Diversi Racconti”.

 

     

Testata RI~VISTA