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2001 N° 

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Anno

Letteratura

italiana  e  straniera

Desiderio d'amore e di libertà

 a cura di Lorenza Colicigno 

 

Compiuta  Donzella 

Isabella Morra

Alda Merini

~

A la  stagion...

Sacra Giunone....

Apro la sigaretta

 
     
  Compiuta Donzella, Isabella Morra, Alda Merini hanno affidato alla poesia il loro desiderio d'amore, e insieme il loro desiderio di libertà.

Cosa spinge Compiuta Donzella a rifiutare le nozze preparate per lei dal padre, secondo l'uso del tempo? In un altro dei tre sonetti attribuiti alla poetessa del XIII sec., il motivo di mar[r]imenti e pianti si fa più preciso:

Lasciar vor[r]ia lo mondo e Dio servire
e dipartirmi d'ogne vanitate,
però che veg[g]io crescere e salire
mat[t]ezza e villania e falsitate,

ed ancor senno e cortesia morire
e lo fin pregio e tutta la bontate:
ond'io marito non vor[r]ia né sire,
né stare al mondo, per mia volontate.

Membrandomi c'ogn'om di mal s'adorna,
di ciaschedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.

Lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Il convento sembra dunque essere per Compiuta l'unica difesa possibile dalla violenza del costume del tempo, qui rappresentata dalla volontà del padre di darle un marito, al di là della sua volontà o, almeno, della sua consapevolezza. Si confrontano, con armi impari, nella sensibilità di Compiuta due amori: quello sublime e puro per Cristo, sentimento conosciuto e coltivato nell'intimità dell'anima, quello terreno e materiale del segnore dato a forza, per di più ignoto. Non sappiamo molto di Compiuta, Giuttone d'Arezzo la descrive così, definendosi suo devotissimo fedele: "Soprapiacente donna, di tutto compiuto savere, di pregio coronata, degna mia Donna Compiuta". Abbastanza per riconoscere la raffinatezza dei suoi sentimenti e del suo stile.

La figura dominante nel sonetto è l'antitesi: acresce gioia /in gioia dimora/di servir trag[g]es'inanti//mar[r]imenti e pianti/non ho desio né voglia/er[r]rore/forte doglia/non mi rallegra. La rinascita della Primavera esalta dunque la distanza tra i fin'amanti, la franca (d'animo nobile, ma anche libera) gente che tutta s'inamora e la donzella prigioniera della volontà del padre. La struttura del sonetto è un quella di un perfetto cerchio: il primo e l'ultimo verso si chiudono con le parole chiave foglia e fiora (verbi) e fior né foglia (nomi), la cui relazione è esaltata dalla disposizione chiastica. 

Un perfetto cerchio, il sonetto, una invalicabile prigione, la vita. 

Quale sentimento spinge Isabella Morra (Favale, oggi Valsinni, Mt,1520-1546) a pregare la sacra Giunone? Il desiderio d'amore o, forse, solo la voglia di liberarsi dell'odiato castello, di uscire dalla prigionia del ruolo, dei fratelli, perfino del padre, carceriere anch'egli, benché dalla lontana Francia, meta che invano la poetessa di Favale sognò di raggiungere. Dalle note biografiche della poetessa lucana non emergono dati che facciano pensare ad un sentimento d'amore legittimo, in grado di portarla, grazie al matrimonio, lontano dal "denigrato sito" (ai testi di Isabella si ispirò certamente G. Leopardi nel definire la sua Recanati "natio borgo selvaggio", prigione per lui non peggiore, ma confine non invalicabile, al contrario della Favale cinquecentesca per la nostra poetessa). Forse, allora,  solo un puro gioco letterario questo sonetto, di una donna destinata a giocare con il sentimento d'amore così come con le parole nello spazio esiguo ed infinito della libertà concessa dal "rozo inchiostro". Fino a quando glielo consentì la morte violenta, fu infatti uccisa dai fratelli, che l'accusarono di una relazione amorosa con il poeta Diego Sandoval De Castro, ma che forse temevano di lei soprattutto il potere eversivo  dell'intelligenza. 

Un cerchio perfetto, la poesia, una prigione invalicabile, la realtà materiale: 

I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo, piangendo la mia verde etate,
me che 'n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate,
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna;

e, col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l'alma sciolta,
esser in pregio a più felici rive.

Questa spoglia, dove or mi trovo involta,
forse tale alto re nel mondo vive,
che 'n saldi marmi la terrà sepolta.

 

Il sonetto si fonda sull'antitesi tra l'immagine del "corpo", cui fanno da sfondo le "sì vili ed orride contrade" e "l'alma sciolta"  e "le più felici rive" . Il peso della realtà è reso sensibile attraverso la durezza fonica delle dentali e delle rotanti, per altro gemine, mentre la leggerezza della liberazione dalla realtà, possibile solo una volta che l'anima sia sciolta dal corpo, è resa dal soffio delle spiranti f/v seguite da vocali dolci e chiare. 

Quale sentimento spinge Alda Merini (1931) a cantare l'assenza dell'amore? La crudeltà, lei dice. La crudeltà e, potremmo aggiungere, il bisogno di restituirsi una libertà personale, di situazione e d'anima, da aspirare avidamente. L'amore, come lei stessa ci dice, attraverso la sua biografia, ma soprattutto attraverso la sua poesia , è violenza, piacere e passione totale, dedizione fino alla schiavitù: «I baci appassionati di Titano... avevano la meglio sulla mia paura... A me non rimaneva che accucciarmi a terra come una siepe in calore...», oppure: «fui asservita alla parola / non meno che uno schiavo al suo padrone, / e che lavai costantemente i tuoi piedi / con lacrime di implorazione». L'amore per l'amore, più che per gli "amori", e l'amore per la parola si intrecciano delineando le  invalicabili pareti di prigioni reali (il manicomio, per Alda Merini) e  i percorsi di possibili, ma improbabili, evasioni. Un gioco di parole: essenza della tua vita/assenza della tua vita, delinea lo spazio/tempo tra un lunghissimo bacio e l'accendere ed aspirare una sigaretta: lo spazio/tempo tra la schiavitù e la libertà, tra il darsi totalmente ad altri e il darsi totalmente a sé stessa, tra il gergo degli amanti e il gergo dei poeti: un lungo silenzio, che tace solo per ascoltare la voce del dolore. 

Io come voi sono stata sorpresa mentre rubavo la vita,
buttata fuori dal mio desiderio d'amore.
Io come voi non sono stata ascoltata
e ho visto le sbarre del silenzio
crescermi intorno e strapparmi i capelli.
Io come voi ho pianto,
ho riso e ho sperato.
Io come voi mi sono sentita togliere
i vestiti di dosso
e quando mi hanno dato in mano
la mia vergogna
ho mangiato vergogna ogni giorno.
Io come voi ho soccorso il nemico,
ho avuto fede nei miei poveri panni
e ho domandato che cosa sia il Signore,
poi dall'idea della sua esistenza
ho tratto forza per sentire il martirio
volarmi intorno come colomba viva.
Io come voi ho consumato l'amore da sola
lontana persino dal Cristo risorto.
Ma io come voi sono tornata alla scienza
del dolore dell'uomo,
che è la scienza mia. 

Un cerchio perfetto il silenzio, una prigione invalicabile il dolore

 
     
     

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