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Recensioni

Quel potere ingiustificato

a cura di 

Elio Paoloni

 

Paolo Nelli, JUSTIN, Portofranco 2001, 152 pagg. £ 15.000

 
     
 

Finalmente un libro si occupa dei reali rapporti di potere. Il potere sulle persone. Dov’è la novità? Che qui le classi non c’entrano. E c’entrano poco l’età, la cultura, i rapporti familiari. Siamo fuori dalle classiche categorie sociologiche: il Justin di Paolo Nelli le scardina con la sua semplice, tranquilla e regale presenza. E chi certi ruoli accettava di recitarli si ritrova incerto e balbettante di fronte alla scandalosa naturalezza di questa incarnazione yankee della statuaria ionica. L’indagine di Nelli riguarda il fascino, categoria desueta, confinata nelle decadenti prose del passato: oggi l’attributo di fascinoso, ormai svuotato, si dispensa a pioggia confondendo l’attrattiva corporale, dell’abito, del censo o della fama con ciò che una volta si definiva magnetismo.

Justin (questo nome richiama la durrelliana Justine, perno di un intreccio di seduzioni? è un gioco di parole con just in? o è solo più comune di quanto si possa pensare?) non è ricco (senza però essere un bohémienne: non dispone quindi dell’arma dei perdenti, attrattiva già abbondantemente esplorata) è bello (di una bellezza femminea che fa pensare al Giuseppe biblico di Thomas Mann) ma non più di altri efebi contemporanei. Eppure attrae irresistibilmente uomini e donne. Senz’ombra d’intenzionalità (almeno in apparenza) sconvolge fino al ridicolo o fino alla tragedia le vite di chiunque gli si approssimi (ma senza le apocalittiche implicazioni politico-teologiche dell’angelo sterminatore di Teorema).

Come Justin sfiora – con la massima innocenza o, forse, cone la più sapiente malignità – gli abiti indossati dalle clienti - e i corpi e le anime sotto quel vestiario - così Nelli accarezza il personaggio, delineandolo attraverso le epifanie che provoca. S’interroga, attraverso la narratrice, sulla natura di quell’aura. " Vedere Justin che saluta con un movimento della bocca e vederlo voltare le spalle per andarsene, era come leggere una bibbia che rivelava la potenza dell’eleganza".

Justin ci propone un mistero: quello di chi non avendo - o non mostrando - aspettative, impone i suoi modi e i suoi tempi a tutti. Quelle persone che sembra bastino a se stesse, che sono talmente delicate con gli altri, con tutti gli altri, che a volte pensi che degli altri, a loro, non importa nulla. "Era come se noi sapessimo cosa lui pensasse di ogni cosa… lo presupponevamo, credo, perché non ricordo un momento che lui abbia parlato a lungo di qualsiasi cosa". Già, perché questo star bene sempre, con se stessi e con gli altri, con qualsiasi altro, può essere il segno della più grande saggezza come della più grande ottusità. Alla fine ti sorge il dubbio che questo loro non aspettarsi niente di più, corrisponda a un’assoluta mancanza di immaginazione. Ma dov’è scritto che ad affascinare debba essere l’intelligenza, e i suoi tormenti, o tormentoni? Questo libro non si occupa di quozienti intellettivi: è uno scandaglio nel mondo non gerarchico delle passioni, senza il comodo orientamento dei tipi psicologici, fuori dalle coordinate delle consuete geometrie sentimentali. E’ un’interrogazione su ciò che fa di un uomo una calamita. Non c’è risposta, ovviamente, perché nessun singolo elemento spiega il magnetismo. Neppure la combinazione di essi, forse. E non si riesce mai a decidere se l’attrazione è dovuta a un vuoto o a un’emanazione, a trasparenza o a qualità riflettenti. 

paoloni@libero.it 

 
     
     

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