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Donne e scrittura

Quando Dacia Maraini raccontò il femminismo italiano: Donna in guerra

a cura di 

Marcella Russano

 

Ancora un profilo, quello di Dacia Maraini, curato da Marcella Russano, nella rubrica dedicata alle scrittrici di tutto il mondo.

 
     
 

Nel 1975, Dacia Maraini pubblica il romanzo Donna in guerra. Complesso e ricco di sfumature, caratterizzato da un netto proposito di contestazione sociale e politica, questo testo può essere considerato un punto di riferimento nello studio delle principali tematiche del femminismo italiano degli anni ‘70. Il racconto, che si svolge in prima persona avvalendosi della forma diaristica, segue le vicende della protagonista Giovanna, giovane insegnante romana, sposata con il meccanico Giacinto, nel ristretto arco di tempo della vacanza estiva che i due trascorrono su un isola chiamata Addis, che richiama chiaramente al piccolo comune di Forio d’Ischia. Potremmo definire Donna in guerra come un romanzo della formazione femminile, che si dispiega attraverso il superamento di numerose prove superate le quali l’eroina crescendo ed acquistando consapevolezza e fiducia in se stessa e nelle sue possibilità, arriva a formulare il proposito finale che le schiude un futuro di speranza negato alla narrazione. L’esistenza di Giovanna si basa, infatti, all’inizio del testo su una completa sottomissione al marito ed in generale al gruppo sociale maschile, soggezione che si esprime nello stesso stile del suo discorso. Come ha acutamente osservato la Jeuland – Meynaud: 
“…Objet sexuel, la femme est aussi condamnée à des tâches ingrates autant qu’insupportablement répétitives, soulignées par l’anaphore et la parataxe qui rendent compte de la réitération indéfinie du geste manuel. Si Donna in guerra en administre des exemples variés, ce destin ancillaire s’étend aux autres récits…Voici donc la complainte de Vannina, l’héroïne de Donna in guerra: «Ho sgrassato le pentole. Ho sciacquato i bicchieri […] ho pulito il gabinetto che puzzava. Ho aggiustato la tenda […] Ho sparecchiato, lavato i piatti, pulito le pentole, asciugate le posate, lucidato l’acquaio […] ho pulito la cucina. Ho rifatto il letto […] Ho sparecchiato, lavato i piatti, pulito il lavello, spazzato per terra», etc. etc. La répétitivité sert le project contestataire de l’auteur…” . L’iterazione, dunque, è il segno della vuotezza e della ciclicità infinita delle azioni della donna che amministra la casa, in un lavorio incessante ed estremamente logorante poiché non ha un(a) fine. Vanna è una donna fortemente frustrata, compressa in un lavoro che non la stimola, logorata da una relazione amorosa fatta di incomprensioni, non ha uno spazio da dedicare a sé se non quello della masturbazione, sostitutiva di un rapporto sessuale insoddisfacente. 
Giovanna definisce se stessa soltanto attraverso le parole del marito. Giacinto infatti stabilisce senza possibilità di confutazione alcuna che la “natura” della moglie è “…buona, morbida e sensuale…”, sottomessa, rassegnata, obbediente. E’ il maschio che stabilisce cosa è naturale per la donna, e Vanna lo accetta senza porsi il problema semplicemente perché è più facile farsi definire che definirsi. Come afferma la stessa Maraini in un suo breve saggio scritto a conclusione di un seminario dal titolo “Donna e cultura” tenutosi negli anni ‘70: “…La donna cerca in tutti i modi di identificarsi con il modello che i ' padri ' hanno creato per lei. E poiché questo modello vuole la donna fragile, dipendente, masochista, volubile, incapace come una eterne minorenne, essa sarà fragile, masochista, volubile, infantile secondo i momenti e le occasioni, reprimendo a volte anche con violenza brutale la sua forza, la sua aggressività, la sua creatività, la sua ansia di autonomia, la sua indipendenza intellettuale…” . Il rapporto di sottomissione che la lega al marito, non consente a Vanna nemmeno di soddisfare il proprio desiderio: i tempi dei due coniugi, infatti, sono differenti, Giacinto arriva subito e “da solo” all’orgasmo lasciando la moglie indietro, senza che lei possa attingere ad alcun piacere. 
Così la scrittrice sviluppa il tema, caro alle femministe, della differenza della dinamica temporale e strutturale del desiderio che impedisce alle donne di trovare una piena soddisfazione nel rapporto sessuale, per raggiungere la quale basterebbe anche un minimo di dialogo aperto e sincero con il proprio compagno ed il rispetto da parte di quest’ultimo . Le tematiche dell’impossibilità di comunicazione tra i sessi sono fin troppo chiare, anche se la protagonista non sa affrancarsi dalla sua condizione di schiavitù morale e fisica, che viene considerata come “data”. Inoltre Giacinto è un proletario comunista e come tale dovrebbe affrancarsi nei suoi comportamenti dall’oppressione che il patriarcato borghese ha sempre inflitto alla donna, invece questo personaggio sembra incarnare in sé quegli aspetti del maschilismo operaio che hanno portato, negli anni a cavallo del ’68, le donne italiane ad interrompere il proprio dialogo con la sinistra parlamentare ed a costituirsi in movimento autonomo. Come chiarisce la Montini: “…I mariti, se sono dei proletari quando tornano a casa fanno i ' compagni padroni ', cioè scaricano sulla moglie e sui figli le frustrazioni subite nel luogo di lavoro. Poi evadono uscendo fisicamente dalla casa. La prostituta o l’amante ne sono il corollario…” .
A spingere Giovanna verso il superamento del proprio perbenismo medio borghese è uno dei personaggi chiave del romanzo: la giovane Suna. Quest’ultima, ricca ragazza napoletana dalle origini metà turche e metà irlandesi, è divenuta paralitica in seguito ad una poliomelite che l’ha costretta ad utilizzare le stampelle per camminare. Nonostante questo difetto fisico, Suna ( che in turco significa “cigno”) è una ragazza bellissima e totalmente disinibita, anch’ella comunista e soprattutto femminista. Il suo comportamento è diametralmente opposto a quello di Vanna; Suna è infatti forte, sfrontata, del tutto autonoma nei pensieri e nei comportamenti, priva di ogni pudore e decisa a procurare tutta la soddisfazione possibile al proprio desiderio. Come chiarisce bene la Montini: “…Essere riservate: ecco la dimensione donna per molte generazioni! Riservata con gli uomini, prima di tutto, poi anche con le donne. Riservata con il confessore nel senso che, per esempio, nell’accusa dei peccati sul sesto comandamento bisognava essere concise e sintetiche. La riservatezza era la base per formarsi al giusto rapporto con gli uomini e alla capacità di dimostrarsi ' forti nel dolore ' al momento opportuno: nelle grandi fasi della vita familiare… In Donna in guerra la maestra è ancora un po’ riservata, mentre gli argini della riservatezza sono stati totalmente rotti da Suna, la femminista…” 
La ragazza, infatti, intuisce subito quali siano le difficoltà che caratterizzano la vita di Giovanna e la spinge a prendere coscienza di sé e del suo desiderio, a ribellarsi ad una vita di sottomissione suscitando le ire di Giacinto. All’inizio Vanna non vuole ascoltarla, ha paura di un cambiamento così radicale, ma le parole di Suna le entrano pian piano dentro e la portano a sovvertire un ordine che per lei era dato da sempre. La sua rivoluzione inizia con l’amore per il piccolo Orio e con la riscoperta di un sentimento reale e profondo che per Giacinto non aveva provato mai. 
Finita l’estate, mentre quest’ultimo è costretto per lavoro a ritornare a Roma, la protagonista prolunga la sua vacanza seguendo Suna a Napoli, dove Orio è stato ricoverato per un tumore allo stomaco che lo porterà in breve tempo alla morte. L’esperienza della morte del ragazzo spinge la protagonista a ritornare a Roma, dove ad attenderla c’è Giacinto che la trova cambiata, “strana”, non più dolce e remissiva come prima delle vacanze estive e dunque, prendendola a tradimento durante la notte, mentre lei è senza diaframma, decide di metterla incinta quasi violentandola. L’uomo è infatti convinto che le “stranezze” di Giovanna, acquisite in seguito al contatto con Suna ed Orio, saranno guarite dalla nascita di un figlio che la porterà di nuovo verso la sua “vera natura”, dolce, remissiva e muta . 
A peggiorare la situazione interviene la scena a cui Vanna assiste incredula nella sua classe: due bambini dei più ricchi stanno mimando, aiutati da altri compagni, uno stupro ai danni di una delle bambine più indifese della classe. L’insegnante interviene con forza a contrastare l’azione dei suoi alunni e dopo averli separati inizia una lunga lezione di educazione sessuale a cui essi assistono increduli. Per la prima volta nella sua esistenza Vanna comprende il grande valore sociale del proprio mestiere dando l’avvio ad una serie di gruppi di lavoro extracurricolari, seminari ed autogestione delle classi. E’ questo il suo “salto di qualità”, l’esperienza politica che le permette di liberarsi dal perbenismo borghese della sua classe di appartenenza e di trovare una utilità alla sua esistenza. 
Intanto, fatte le analisi che le confermano il suo stato di gravidanza, la donna apprende del suicidio di Suna tramite una lettera del padre della ragazza. Dopo aver ricevuto la notizia Vanna si addormenta per quattro giorni di seguito e sogna di volare, il corpo trasformato dalle ali, felice e leggera su campagne e città. All’improvviso cade a terra e muore, poi si risveglia e scopre di essere sopravvissuta ma con le gambe ormai paralizzate. Allora arriva Suna che la redarguisce: ”…prendi le stampelle e vattene”. Vanna prende le stampelle che la ragazza le porge e Suna cade a terra sorridente: la donna punta a terra le stampelle e se ne va senza fatica. Il suicidio di Suna non è stato inutile, ha dato a Vanna la forza per reagire, per spezzare il cerchio di ferro, per sottrarsi all’autorità maschile. Risvegliatasi dal sonno, infatti, la donna decide di interrompere la gravidanza. L’esperienza dell’aborto viene descritta come una sorta di tortura:

“…Mi ha ficcato le mani dure, gelate nel corpo. Mi ha aperta, squarciata, raschiata, a lungo con insistenza. Per il dolore brutale, selvaggio, mi mordevo le mani. Sentivo il sangue che sgorgava a fiotti dall’utero martoriato. Sono svenuta. Mi sono risvegliata. Passavano le ore, i giorni, gli anni, lo scavo non finiva mai. Tutto il male del mondo si era accumulato nel fondo del mio ventre, fa le mani metalliche del carnefice…” 

Come leggiamo nel saggio della Daly : “…L’aborto non è certo il 'trionfo finale' da tutte auspicato, né la fase ultima della rivoluzione… Alcune donne vedono nell’aborto una misura necessaria, ma nessuna lo ritiene il coronamento massimo delle sue aspirazioni. Molte anzi lo vedono come una procedura umiliante…” . La protagonista del testo sceglie liberamente di abortire ma questa operazione è comunque una violenza perpetrata ai danni del suo corpo, senza anestesia, da un “carnefice” dalle mani di metallo. La stessa Rich da una definizione molto pregnante dell’interruzione di gravidanza: “…Un aborto illegale o autoprodotto non è mai un esperienza che possa essere presa alla leggera. E’ dolorosa, pericolosa e avvolta in un’atmosfera di criminalità… L’aborto è violenza: una profonda, disperata violenza inflitta dalla donna, in primo luogo a se stessa. E’ la conseguenza e continuerà ad essere il momento di accusa, di una violenza molto più diffusa: la violenza dello stupro.” . Vanna, quindi, decide di portare sul suo corpo le tracce di questa violenza che è però dispensatrice di libertà. 
Nonostante nelle battute conclusive del testo, Giacinto cerchi di riconquistare il possesso della moglie dicendosi disposto a “passare sopra” al gesto compiuto da Vanna ed a prenderla “così com’è”, con tutti i suoi “capricci” e le sue “rabbie”, la donna non è più disposta a nascondersi dietro ad un uomo per vivere: ha spezzato il cerchio di ferro nel quale era rinchiusa ed è pronta per ricostruire la sua identità. Nella frase conclusiva del romanzo si racchiude il proposito della protagonista ad una vita nuova ed indipendente : “ora sono sola ed ho tutto da ricominciare”. 

 
     
     

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