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Istanti d'amori ibernati di

Gina Labriola, Enzo Vetrano, Stefano Randisi,

a cura di Maria Pina Ciancio

 

Istanti d'amori ibernati,

Commedia in due atti di Gina Labriola, Enzo Vetrano e Stefano Randisi, Edizioni dell'Oleandro, Roma 1996

 
     
 

Pubblicata nel '96 e frutto di un lavoro a tre mani, la Commedia Istanti d'amori ibernati, sviluppa un poemetto di Gina Labriola pubblicato in una fortunata raccolta di poesie giovanili: “Istanti d’Amore ibernato”. 

A Stalattiti-City, una città di ghiaccio, due scienziati sono in competizione: il giovane Crio propone di fermare il tempo (ibernazione), per lasciar passare i brutti momenti e sfuggire al dolore, e il vecchio Pirex propone invece di bruciare le tappe e correre più rapidamente verso il futuro, alla ricerca di un tempo migliore. Tra i due, Attimo, il servo tuttofare, coglie i vantaggi e i valori del presente, appoggiato nelle sue idee da Omàr Khaiàm, che è uno dei clienti del bar, organizzato nell' anticamera del laboratorio. Tra i clienti di Attimo c'è anche chi trova conforto nel passato (Marcel Proust), chi sfugge all'ibernazione della gloria (Neviuska-Greta Garbo), o chi mescola presente, passato e futuro in una specie di dolce follia (Napoleone).Dopo una sfilata di personaggi che intecciano le loro storie a quelle degli scienziati e dei loro assistenti, Crio si accorge che la scienza è impotente a lottare contro la morte ed il dolore, e fugge inseguendo un'improvvisa passione d'amore, abbandonando Stalattiti-City. Brina, la segretaria innamorata di Crio, vuole ibernarsi da sola, ma, non essendoci più nessuno nella stanza dei bottoni, Stalattity-City si scioglie. Per tutti i pazienti ibernati, riprende la vita con le passioni che si volevano addormentare, ma riprende anche il gioco della fantasia, dell'amore e della speranza (la nonna col bambino). Solo la segretaria Brina, trasformata in una bianca stele di marmo, resterà a ricordare il luogo dove era Stalattiti-City, e il suo immutato amore per Crio.

La divertente e movimentata commedia rappresenta un momento nodale e al tempo stesso uno spartiacque decisivo nella produzione letteraria della scrittrice. Essa si sviluppa sul filone del fantastico, dell'onirico e del simbolico, lasciando che sia la PAROLA stessa a farsi azione teatrale in tutte le sue connotazioni. 

La scrittura rapida, incisiva, il recupero della parola in "libertà" divertente e divertita, a volte stravagante e bizzarra (in contrasto con qualsiasi altra forma di spettacolarità teatrale), ma anche il fine "umorismo" che esorcizza la tragicità umana degli ibernanti/ibernati, segneranno una radicale svolta linguistica, nuovi sviluppi interiori, nonché l'approdo al “racconto” e alla prosa, portando a compimento quella ricerca stilistica che si andava delineando, più o meno consapevolmente, fin dalla raccolta Fantasma con Flauto. 

Dopo la parentesi della Commedia, la scrittrice lucana comincerà a scrivere in prosa, racconti e storie che, come scrive Luigi Reina “sono poesie, come s’usava una volta, non già racconti; libri di favole apparenti intrecciate su metaforiche verità, tra cronache di vita e repentini stralunamenti, che accreditano una nostalgia di purezza primigenia per cui il sogno della cosa può facilmente confondersi con la cosa senza nulla perdere del fascino, anzi accrescendosene”.

E quando Gina Labriola non scrive in prosa, scrive poesie che sono petites histories o piccole commedie teatrali. Esse si staccano infatti dalla fase più squisitamente storica, psicologica e lirica –di trasfigurazione o addirittura di sublimazione dei dati autobiografici-, per proiettarsi a 360° verso il mondo della creatività fantastica, giocosa ed ironica “Sono io quell’animale/ che fu scacciato dall’arca di Noè./ Non ero né maschio, né femmina,/ non avevo né zampe, né ali/ non avevo né orecchie, né occhi, né peli…”. Insomma una scrittura prosastica, più rapida, incisiva e caratterizzate da un sottile fascino poetico ed affabulatorio.

 
     
     

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