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 Alessandro Cinquegrani

Il significato del sonetto

tra Corbière e Saba.

 
 

Un sonetto con istruzioni per l’uso.

 
 

Versi filati a mano e con piede uniforme,
regolando bene il passo, a gruppi di quattro:
segnandone la cesura, uno dei quattro s’addormenta…
Può dormire in piedi come i soldati di piombo.

Sul railway del Pindo c’è la linea, la forma;
lungo i fili del telegrafo: - ne seguono quattro in lunghezza;
a ogni palo, la rima – esempio: cloroformio.
- Ogni verso è un filo, e la rima una biffa.

- Sacro telegramma – 20 parole. – Presto aiutami
(Sonetto – è un sonetto -) o Musa d’Archimede!
- La prova d’un sonetto è l’addizione:

- Metto 4 e 4 = 8! Allora procedo
mettendo 3 e 3! Teniamo duro Pegaso:
«O lira! O delirio! O…» - Sonetto – Attenzione! 

 
 

Avrà ragione Corbière e sarà forse soltanto un’alchimia strana, il sonetto, un’abracadabra, una formula magica oscura che una sibilla depone su inconsolabili carte disperse dal vento. O è un esercizio sterile, un’ostentazione inutile di una capacità fatua o divinatoria. Niente più che un cruciverba che giustapponga undici sillabe e poi sommi quattro a quattro e tre a tre. S’è perso oramai il tempo in cui la disposizione regolare in versi e strofe rappresentava una necessità, un’abitudine magari ingiustificata ma unanimemente riconosciuta: da molto tempo il sonetto è divenuto una scelta libera, da fare o non fare. Dunque perché il sonetto?
Tutti i poeti hanno scritto sonetti, magari soltanto nel periodo di apprendistato per giustificare a se stessi il vizio impunito della scrittura attraverso una dimostrazione di perizia che soddisfacesse oggettivamente la propria smania di dirsi, infantilmente magari, “poeti”. Ma non tutti i poeti ne hanno poi assunto la forma a manifesto e per molti è rimasto un gioco al pari della costruzione di un rebus o di un ironico palindromo del quale è difficile scorgere il significato profondo o capirne la ragione. Spesso la negazione del sonetto rappresenta l’assunzione della modernità contro una tradizione che si ritiene logora, o qualcosa di simile. Eppure il sonetto assume un senso molto profondo e particolare anche per uno scrittore moderno più di altri, che anzi si direbbe all’avanguardia nel suo tempo, se questa definizione in letteratura non avesse un significato lontanissimo da quest’autore, Umberto Saba. 
Saba è uno scrittore cui è difficile approcciarsi, assai più di quanto comunemente si creda. La posizione critica quasi unanimemente riconosciuta e approvata che fa di lui uno scrittore facile o, peggio, difficile perché facile, è certamente lontana dal comprendere il senso profondo della sua opera. Ed è probabilmente proprio attraverso il sonetto che si può giungere al vero senso della poesia sabiana e da qui discendere per scorgere qualche importante informazione su questa forma metrica.
Perché uno scrittore facile dovrebbe scrivere sonetti? E perché uno scrittore che cerca l’approccio immediato col lettore deve costringere il suo fraseggio entro metriche rigide attraverso alcune palesi forzature del linguaggio? Davvero l’espressione del quotidiano necessita degli inutili enigmi della metrica?
Saba non è uno scrittore facile né un poeta del quotidiano, è tutt’altro. Egli al pari di quello che sarebbe il suo più anziano antagonista, D’Annunzio, è poeta dell’universale, non del piccolo ma del grande, non dell’io ma del noi, non dell’uomo ma dell’Uomo. L’Uomo è infatti il titolo di una delle sue raccolte più importanti, anzi probabilmente, da un punto di vista teorico – non forse per gli esiti raggiunti infine – la più importante. Ma andiamo con ordine.
Il primo volume del suo Canzoniere può effettivamente alimentare l’equivoco cui l’autore coscientemente e suo malgrado è andato incontro per lunghissimi anni. I testi che gravitano attorno a Trieste e una donna potrebbero far pensare a una riduzione del panorama a poco più che la città di residenza, l’io, la donna e pochissimi personaggi collaterali. Il linguaggio, poi, ammicca indubbiamente ad un registro basso, che ha spiazzato inevitabilmente anche i più illustri critici contemporanei. Non si capiva, ad un primo approccio, il senso di una messa a fuoco così stretta sull’io narrante e sulla sua vita, quando ancora si chiedeva alla poesia “la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe”. Dopo le prime esitazioni, si pretese che Saba fosse quello che oggi viene considerato e cioè un poeta autentico e minimale, quotidiano e “onesto”. Da qui e da questa interpretazione è derivata un’intera amplissima corrente poetica che si è rifatta non già ad un maestro ma ad una interpretazione equivoca della sua opera.
Il secondo volume del Canzoniere ha dimostrato, infatti, che non si trattava esattamente di questo. È L’Uomo l’opera del Saba più autentico, quel poema breve che faccia della vicenda biografica dell’autore vita dell’umanità intera, che palesi nella narrazione propria l’intento metaforico prima che metonimico di interpretazione del mondo. L’Uomo è scritto con la maiuscola (e si conosce l’importanza della riflessione di Saba su questa scelta) perché significa l’umanità intera, e il suo percorso coincide solo parzialmente col cammino biografico dell’io narrante. Saba giustifica con questa raccolta l’intero suo percorso, fa comprendere a ritroso il significato del suo minimalismo quotidiano e raggiunge il progetto più maturo della sua vita. 
Scoperto dunque il disegno programmatico del poeta, si può facilmente capire come sia pervenuto alla realizzazione di questa opera. Dal primo volume del Canzoniere fino a L’Uomo intervengono due raccolte decisive: le consecutive Autobiografia e I Prigioni. Si tratta di due raccolte quasi interamente costituite da sonetti.
Saba è riuscito a realizzare la conciliazione tra quotidiano e universale, tra sé e l’Uomo, dopo aver scritto la propria autobiografia in sonetti. La propria vicenda quotidiana, la sua minuscola esperienza biografica ha incontrato cioè il miracolo del tempo, dal quale ha potuto uscire grazie ad una metrica fuori dalla contingenza, e dell’oggettivazione ricorrendo ad una eufonia che risuona identica in “tutti gli uomini di tutto il mondo”. La propria autobiografia che Saba andava raccontando, grazie al sonetto, diventava non più solo sua ma di tutti, uomini e donne di ogni tempo e di ogni luogo.
Subito dopo, I Prigioni confermano questa conquista e Saba parla di personaggi storici, religiosi o artisti come se parlasse di sé, poiché grazie al sonetto rende propria e di tutti l’esperienza di altri. Se allora la poesia consiste nella condivisione emotiva di esperienze umane, il sonetto grazie alla sua riconoscibilità permette di raggiungere immediatamente lo scopo e permette una sorta di comunione empatica con l’universale.
Umberto Saba, se dunque viene correttamente compreso, può dimostrare facilmente che il sonetto non è soltanto un gioco di prestigio che meraviglia ma è piuttosto la meraviglia stessa di un miracolo, lo stupore di essere uomini. 

 
     
Testata RI~VISTA